La riscoperta della fraternità

Il governo provvisorio della seconda repubblica viveva giorni febbrili; ma trovò il tempo, il 7 marzo del 1848, a meno di un mese dal suo insediamento, per ricevere una delegazione del Grande Oriente. I massoni bussavano all’Hôtel de Ville per attestare il proprio appoggio alla repubblica, facendo propri i princìpi di “libertà, uguaglianza, fraternità” proclamati dal governo. L’idea viene sancita formalmente l’anno dopo, dall’articolo 1 della Costituzione del Grande Oriente, dove si afferma che questa divisa è stata della massoneria “in tutti i tempi”. Vero è che tale affermazione verrà poi ridimensionata dagli stessi massoni, che modificarono l’articolo, rendendosi conto di non potersi attribuire l’invenzione del trittico. Ma da dove nasce l’errata convinzione che ne consegna alle logge la paternità? Di sicuro vi ha contribuito Louis Blanc, che nella sua Storia della Rivoluzione francese, pubblicata appena un anno prima dei moti del ’48, sosteneva – sbagliando – che l’inventore di quello che egli chiamava il “sacro ternario” fosse il filosofo massone Saint-Martin. Ma a creare la leggenda presso il vasto pubblico fu soprattutto Georges Sand, attraverso alcuni romanzi diffusissimi, perché pubblicati a puntate, in forma di feuilleton, fra il 1842 e il 1844. Secondo la Sand, le società segrete avrebbero trasmesso una sorta di religione del trittico, un vero e proprio “segreto” che racchiudeva il cuore del cristianesimo, del quale la massoneria sarebbe stata la vera erede, sostituendosi ad esso. Al di là delle leggende, certamente la libertà e l’uguaglianza si trovano comunemente nel linguaggio massonico, come, del resto, la fraternità; ma sulle centinaia di nomi delle logge massoniche recensiti nel Settecento, solo nove menzionano quest’ultima. A parte una menzione occasionale in un poema della prima metà del Settecento, per ritrovare il trittico in ambito massonico bisogna arrivare al 20 gennaio 1791, nel testo di un discorso tenuto all’interno della loggia parigina di “San Giovanni di Scozia del Contratto sociale”: vi si sottolinea che “queste verità che sono mantenute e che manterremo nelle nostre logge, l’uguaglianza, la libertà, la fraternità, sono le sole che possano assicurare il godimento di questi diritti preziosi all’uomo vivente nella società civile e politica”. Il trittico vi è chiaramente espresso, ma è da sottolineare che non costituisce un punto di riferimento per l’insieme della massoneria, e che questa loggia è una delle poche interessate ai problemi sociali e politici; lo usa, dunque, perché si trovava già nell’aria della Rivoluzione. È certo che numerosi massoni parteciparono agli eventi del 1789: Pierre Lamarque ne ha contati sicuramente 200 sui 1165 rappresentanti agli Stati generali e alla Costituente, 102 sui 745 deputati della Legislativa, 149 sui 900 della Convenzione; erano però dispersi fra tutti i gruppi e non hanno mai costituito un partito. “Non si può dunque affermare – commenta Roland Desne – che la Franco-Massoneria prima del 1789 abbia, nel suo insieme, influenzato i rivoluzionari e che abbia trasmesso loro la famosa divisa”. E neppure risulta in qualche modo che i massoni abbiano diffuso il trittico. Ma se i tre princìpi di “libertà, uguaglianza, fraternità” erano nell’aria, chi ve li aveva soffiati? E, soprattutto, chi li aveva congiunti insieme, creando una fenomenale sintesi culturale e politica? Impossibile indicare – se anche vi fossero – un nome, un giorno, un’ora; il trittico, nella sua espressione politica, è piuttosto la creazione collettiva di un’epoca. Ma si possono indicare con sufficiente precisione alcuni autori che ne pongono le premesse e arrivano addirittura ad enunciarlo, pur non facendone ancora una bandiera politica. In effetti, troviamo i tre princìpi nelle opere di alcuni autori cattolici a partire dal Seicento: i tre princìpi vengono accostati fra loro, e radicati nella tradizione dei Padri della chiesa. Ecco allora che Antoine Arnauld propone, nel 1644, una traduzione del De moribus ecclesiae catholicae di sant’Agostino, nel quale si legge che la chiesa riunisce gli uomini in fraternità, che i religiosi vivono l’uguaglianza perché non hanno proprietà, che i fedeli “vivono nella carità, nella santità e nella libertà cristiana”. Ma il contributo maggiore è dato sicuramente da François Fénelon, nelle sue Avventure di Telemaco, che ebbero grande diffusione nel Settecento: pubblicate parzialmente nel maggio 1699, alcune copie manoscritte, probabilmente ricopiate di nascosto, circolavano già nell’ottobre dell’anno precedente. Così Fénelon descriveva gli abitanti della mitica Bétique: “Vivono tutti insieme senza dividere le terre, ogni famiglia è governata dal proprio capo, che ne è l’autentico re (…) Tutti i beni sono in comune (…) Così, non hanno affatto interessi da sostenere gli uni contro gli altri, e si amano tutti di un amore fraterno che niente offusca. È la soppressione delle vane ricchezze e dei piaceri fallaci, che conserva loro questa pace, questa unione e questa libertà. Essi sono tutti liberi e tutti uguali”. Il prestigio di Fénelon trasmette lungo il Settecento questa combinazione di princìpi che costituisce una vera e propria bomba ad orologeria, destinata a scoppiare nell’epoca successiva: è infatti una formula che fa intravedere la possibilità di un diverso ordine sociale, organizzato dal basso, che Fénelon certamente non si propone, ma del quale pianta i presupposti culturali. La competizione con i filosofi era già molto accesa, come testimonia l’opera dell’abate Claude Fleury, contemporaneo di Fénelon; parlando della prima comunità cristiana di Gerusalemme, scrive: “Ecco dunque un esempio sensibile e reale di questa uguaglianza dei beni e di questa vita comune che i legislatori e i filosofi dell’antichità avevano guardato come il mezzo più appropriato per rendere felici gli uomini, ma senza poterlo raggiungere”. E spiega che un legislatore come Licurgo, e un filosofo come Platone, non riuscirono nel loro intento perché avevano a loro disposizione soltanto le minacce o i ragionamenti, mentre, per realizzare l’uguaglianza, ci voleva la grazia di Cristo, “che poté cambiare i cuori e guarire la corruzione del peccato”. Per Fleury, la fonte della comunione era appunto “la carità, che rendeva tutti fratelli, e li univa come in una sola famiglia, dove tutti i bambini sono nutriti dallo stesso padre”. E l’abate di Notre Dame d’Argenteuil ribadisce in più punti, nella sua opera Costumi degli israeliti e dei cristiani, che è la fraternità a caratterizzare questi ultimi. Sono dunque i cristiani ad immettere nel circuito della cultura europea i princìpi del trittico. La successiva operazione degli illuministi è molto semplice: recepiscono tali princìpi, ma li strappano dal cristianesimo, cercando di fondarli invece, in primo luogo, sulla cultura pagana pre-cristiana. Lo si vede bene nella celebre lettera del 1755 di Voltaire, nella quale magnifica le doti elvetiche: “La Libertà! Ho visto questa dèa altera/ dispensare con uguaglianza tutti i suoi beni,/ discendere da Morat in abito da guerriera, / le mani tinte del sangue dei fieri Austriaci/ e di Carlo il Temerario…/ Gli stati sono uguali e gli uomini sono fratelli”. Si sviluppa, contemporaneamente, una forte battaglia contro la chiesa e la sua autorità: i princìpi del trittico, anzi, come accade in Condorcet, vengono rivoltati contro la chiesa stessa. A farne le spese è, perlopiù, il principio della fraternità: quest’ultima è di origine troppo chiaramente cristiana per venire “emendata” fino in fondo; e passando dai cristiani agli illuministi, perde la sua centralità: la riflessione politica illuminista prende infatti come punto di riferimento la città antica, nella quale si possono trovare – almeno in teoria, e con molta buona volontà – la libertà e l’uguaglianza, ma certamente non la fraternità. Già Jean-Jacques Rousseau aveva criticato il cristianesimo perché, sottolineando l’idea della fraternità universale, diminuiva la coesione civica: la fraternità, per lui, doveva essere rivolta ai soli concittadini e contribuire, fin dall’educazione dei bambini, al rafforzamento dell’unione all’interno dello stato. Una fraternità, dunque, che si ferma davanti ai confini. Ma anche davanti alle barriere razziali, dato che la Grande Rivoluzione non riconoscerà agli schiavi della Francia il diritto di applicare, nelle colonie, quei princìpi che valevano a Parigi. E si ferma pure davanti al muro dell’interesse egoistico ed individualistico, come testimonia la visione pessimista dell’uomo che ispira il Codice napoleonico (quanti illuministi parteciparono ai suoi lavori preparatori!), dove i comportamenti generosi e disinteressati sono guardati con sospetto e i fratelli, all’interno della famiglia, sono considerati come estranei. In conclusione, i tre princìpi, sradicati dalla loro radice cristiana, svolgono, nella Francia rivoluzionaria, un ruolo di rottura culturale, sociale e politica. Ma manifestano, già allora, la debolezza dovuta al loro nuovo impianto sulla “sola ragione” illuminista. Questi limiti dell’operazione illuminista devono essere tenuti presenti oggi. La nostra epoca presenta infatti, nei confronti del trittico rivoluzionario, un rinnovato interesse, dovuto, in primo luogo, alla insoddisfazione per il modo con il quale la libertà e l’uguaglianza sono state realizzate fino ad oggi. Ma l’interesse è suscitato, anche, dalla scoperta di nuove dimensioni della fraternità, legate al diffondersi di un ideale di unità dell’umanità che appare come la risposta necessaria alle sfide della globalizzazione e ai rischi di guerra planetaria. Non sarà allora opportuno re-impiantare i tre princìpi nella loro radice cristiana, aprendosi ad una loro comprensione più profonda, che vada oltre i limiti dell’illuminismo ma anche oltre i limiti nei quali gli stessi cristiani, in epoche passate, li avevano rinchiusi? L’abate Fleury, nella sua polemica contro i filosofi, aveva condannato le “virtù apparenti” dei pagani, e in particolare la loro pretesa di vivere seguendo la sola ragione, mentre, per i cristiani, si trattava di seguire “la ragione sovrana, che è il Verbo incarnato”. Quella di Fleury è una buona indicazione: a patto che si vada oltre il mero spirito polemico, e oltre la concezione di una “società cristiana” dalla quale gli altri sono esclusi come eretici: il Verbo, infatti, in Gesù, si incarna in ogni uomo. Di conseguenza, le categorie culturali – proprio quelle del trittico – che il cristianesimo immette nella storia umana, sono realmente universali e capaci di parlare a tutti gli uomini, ma nel rispetto di ciascuno. Più vasta e profonda della “sola ragione”, più aperta e comprensiva di una religione che si richiudesse su sé stessa, è oggi possibile attingere ad una intelligenza d’amore, capace di dischiudere ad ogni uomo le vere dimensioni della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.

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