La ricostruzione del (contestato) Tempio di Ram

La cerimonia ad Ayodhya, regno incontrastato del fondamentalismo hindu, ha voluto dare un segnale chiaro: l’India appartiene agli indù.
Gli indù guardano la trasmissione in diretta tv della cerimonia della dedicazione al dio indù Ram del tempio di Ayodhya, con la partecipazione del primo ministro indiano Narendra Modi. (AP Photo/Manish Swarup)

Erano ventinove anni che Surendra Modi, l’attuale Primo Ministro indiano, non si recava ad Ayodhya, sebbene la ricostruzione del Tempio di Ram sia da sempre una delle priorità dei governi del Bharathya Janata Party (BJP). Ha scelto di ritornarci ieri 5 agosto 2020 per una cerimonia che – lo ha detto ancora lui – sognava fin da bambino: bhoomi pujan. È una sorta di posa della prima pietra, ma che, come dicono queste due parole indi di chiara provenienza sanscrita, in India consiste nello scavare la terra. Si tratta letteralmente della rottura della terra per porre la prima pietra che preannuncia la nuova costruzione.

Ayodhya nello stato dell’Uttar Pradesh, regno incontrastato del fondamentalismo hindu, più che mai convinto ed impegnato a costruire l’hindutva, l’India come Paese indù per gli indù, un vero Ram raj, regno di Ram, è da decenni un contenzioso pericoloso. Nel 1992 cento cinquanta mila fanatici indù parteciparono alla distruzione di una moschea che, si dice da parte indù, era stata costruita su un Ram mandir, tempio di Ram, pre-esistente.

Con il governo Modi saldamente alla testa del Paese, la Corte Suprema mesi fa aveva emesso una sentenza definitiva dando alla parte indù il diritto a ricostruire il tempio e assegnando ai musulmani un’altra zona per la loro moschea. Ieri, finalmente, era il giorno fatidico, preparato perché potesse essere un vero show mediatico del saffron party, il BJP.

Saffron è il colore tipico del fondamentalismo indù e lo si riconosce nelle bandiere come pure nel vestito dei swami, anche quando non hanno nulla a che fare con l’estremismo religioso. Purtroppo, però il fondamentalismo è riuscito a sdoganarlo come l’immagine dell’hindutva, aiutati da una costante manipolazione politica come quella che ha portato Yogi Adityanath, un sacerdote indù di chiare posizioni estremiste, ad essere il chief minister (primo ministro) dello stato dell’Uttar Pradesh, il più grande e popoloso dell’India, da sempre decisivo negli equilibri politici a livello nazionale.

In effetti, ieri Modi e Adityanath, insieme a Mohan Bhagwat, capo delle RSS gruppo paramilitare ed estremista che controlla il partito del BJP, hanno cercato di identificare l’India intera con il bhoomi pujam del futuro Ram Mandir. Non è stata solo la perfetta coreografia arancione, e nemmeno la presenza, come accennato, delle persone giuste, aspetti che non lasciavano dubbi sulla natura dell’atto.

Altri particolari sono significativi. Primo fra tutti, la ricorrenza – proprio il 5 agosto – della decisione che, lo scorso anno, ha portato al declassamento del Kashmir da stato a territorio dell’Unione e, di fatto, ad un commissariamento di quello che è il territorio con più alta presenza musulmana nell’immenso Paese. Il segnale, per nulla casuale, è chiaro: l’India appartiene agli indù.

Altro momento caratterizzato da grande carica emotiva è stato il prostrarsi del Primo Ministro davanti alla statua del Dio Ram, un atto che mai i politici indiani compiono in pubblico. Ma questi elementi di chiara identificazione della politica con l’induismo, come la religione dell’India, è diventato ben più evidente nel discorso di Modi. Il Primo Ministro, famoso per le sue capacità oratorie ed apologetiche, è riuscito a realizzare un vero capolavoro.

Modi, infatti, ha accostato i Ram mandir karsevaks, coloro che hanno prestato e presteranno lavoro volontario per il Ram mandir, ai freedom fighters, coloro che hanno lottato per l’indipendenza dell’India, la cui ricorrenza è ormai vicina, il 15 agosto. Uno dei punti forza della lunga lotta per arrivare all’indipendenza era stato, invece, la laicità con cui era stata condotta, coinvolgendo indù, musulmani, cristiani, sikh ecc, senza alcun tipo di discriminazione. Ben inteso, si parla di laicità nel senso indiano del termine: dare ad ogni religione gli stessi diritti e trattare i cittadini a prescindere dalla loro appartenenza religiosa.

 

Le immagini della divinità indù Ram e i ritratti in 3-D del tempio indù in corso di costruzione sono esposti su un cartellone digitale a Nuova Delhi, India.
Le immagini della divinità indù Ram e i ritratti in 3-D del tempio indù in corso di costruzione sono esposti su un cartellone digitale a Nuova Delhi (AP Photo/Mark Lennihan)

Inoltre, a rinforzare il paragone, Modi ha posto una affermazione preoccupante ma indicativa: “Ram appartiene a tutta l’India. Un punto molto sottile questo, ma anche estremamente pericoloso. La teoria dell’Hindutva, infatti, sostiene che l’India è il Paese degli indù e non ammette di essere con questo settaria o discriminatoria. C’è, infatti, negli ideologi dell’estremismo ideologico indù la convinzione che tutti posso essere indù, anche i musulmani, i cristiani e così via.

Tali religioni già tradizionalmente considerate importate, per via della loro provenienza geografia e del proselitismo di cui si sono rese protagoniste per secoli, possono essere mantenute a patto che si riconosca la tradizione indù come primaria. Nella mentalità delle religioni vediche originarie dell’India questo non è un grande problema, ma per i credo cosiddetti del Libro è un nodo discriminante.

Il gioco è pericoloso perché tocca l’identità delle varie comunità e le rispettive tradizioni religiose nel più profondo. Ma qui sta anche il cuore dell’agenda politica che il BJP, con l’ideologia del gruppo delle RSS, sta cercando di perseguire con pervicacia e con decisioni che, non avendo opposizione seria e credibile, si stanno realizzando senza ostacoli.

La cerimonia della posa della prima pietra e l’offerta del fuoco alla divinità ha raccolto solo un centinaio di persone presenti a causa delle restrizioni sugli assembramenti dovuti alla pandemia. Tuttavia, molti fedeli indù si sono accalcati lungo le strade che portano ad Ayodhya, e, soprattutto, la cerimonia è stata diffusa sui canali televisivi nazionali con un seguito altissimo.

 

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