La posta del direttore

La protesta di un meridionale Sul n.20 di Città nuova ne La posta del direttore leggo quanto scrive F.P. di Cervinara sulle pressioni del presidente della Repubblica fatte agli italiani intese a privilegiare il made in Italy. Io a pari qualità ed ad un euro in più preferisco comprare made in Italy, ma non più made in Padania. Convincetemi del fatto che io italiano del meridione con una disoccupazione che oltrepassa (dalle mie parti) il 30 per cento, dove gli unici posti di lavoro per i giovani sono stati dati dai lavori socialmente utili, debba comprare prodotti che danno lavoro e producono ricchezza esclusivamente in Padania, una regione non più italiana (rifiutano il Tricolore… e non solo) e dalla quale riceviamo quotidianamente odiosi insulti e le scorie prodotte dalle loro industrie che inquinano il nostro territorio, procurandoci una infinità di mali che non possiamo curare se non negli ospedali del nord. Dei cosiddetti extracomunitari dicono che bisogna aiutarli a casa loro, ma a noi vogliono buttarci a mare; altro che solidarietà. Siete mafiosi, dicono: è vero. Ma ditemi dove vanno a finire i molti miliardi di euro guadagnati dalla mafia! Come mai nelle maglie della giustizia incappano solo semianalfabeti pseudocapi mafiosi? Perché presidiano e militarizzano il territorio e non le banche? Senza animosità e rancore nei confronti di alcuno, e in particolare dei miei fratelli padani, porgo a tutti un fraterno abbraccio. Corrado Scala – Noto In tutta franchezza, la sua lettera accorata mi pare pecchi di eccessivo pessimismo. È vero che il divario fra nord e sud del paese è ancora forte e che in un momento di recessione come l’attuale lo si avverte ancora di più. È pure vero che certe affermazioni sprezzanti dei padani sono indisponenti e ingenerose. Ma in realtà rispecchiano il pensiero di una esigua minoranza. Aggiungerei anche che costoro si sono ormai accorti che l’antimeridionalismo becero e demagogico mostra la corda. Inoltre una non certo esigua porzione di abitanti della cosiddetta padania è composta dai figli di quei meridionali che vi hanno trovato lavoro e contribuito a svilupparne la ricchezza. Mentre ci prepariamo ad accettare il meticciato con gli immigrati di altri continenti, razze e culture, figuriamoci se non dobbiamo accettare di essere un sol popolo quanti già parliamo la stessa lingua e condividiamo la stessa fede e la stessa cultura. Per non tacere dei prodotti del nostro lavoro, fra i più noti e prestigiosi, dagli aerei alle automobili, agli alimentari, che vengono fabbricati proprio al sud. Anche a nome della maggioranza dei padani penso dunque di poter ricambiare di cuore il suo abbraccio. Età della quiescenza A chi si straccia le vesti all’ipotesi di un prolungamento dell’età lavorativa, vorrei ricordare che i soldi per pagare le pensioni non nascono dal nulla e, purtroppo, non sono illimitati. Quindi costoro dovrebbero spiegarmi come risolvere il problema, visto che già oggi il fondo pensioni non ce la fa proprio più. Tutti siamo pronti a riconoscere, e ce ne rallegriamo, che l’età media degli italiani è cresciuta almeno di cinque anni da quando si stabilirono i tempi di pensionamento. Non solo è stata allontanata la vecchiaia, ma è migliorato lo stato generale di salute e quest’ultimo fenomeno non è figlio della casualità, ma di un costoso sistema di prevenzione prima e di cura poi. Perché a maggiori benefici non dovrebbero seguire maggiori impegni? La dottrina cattolica, e quella sociale, anche di sinistra, sostengono da sempre che ognuno deve contribuire, secondo possibilità, al benessere comune (collettivo). Personalmente ammiro e non ho remore ad indicare come esempio chi continua a lavorare… D’altro canto non si può tacere che le contraddizioni abbondano. Le stesse autorità, ed imprese, che invitano a dilazionare il ritiro dal mondo produttivo, concedono, e talvolta incoraggiano, pensionamenti anticipati. Sull’età della pensione, penso che non deve essere la legge a porre i limiti, ma lo stato di salute e problematiche sociali. A chi ha svolto lavori usuranti la legge riconosce già di pensionarsi prima. Ma qui entra in gioco un’obiezione, di fronte alla quale allargo le braccia: lavorare d’accordo, lavorare tutti fino che si sta bene d’accordo, ma come trovare lavoro se gli stessi giovani non lo trovano? Concludo con un’offerta personale: felicissimo di tornare al lavoro seppure pensionato da molti anni… e senza troppe pretese, perché le idee, oltre che diffonderle, bisogna testimoniarle. Duccio di Taro – Lecco La buona volontà che lei dimostra con questa lettera per rendersi utile in qualche modo finché la salute glielo consente, è encomiabile. Un tempo si incoraggiavano i prepensionamenti per dare lavoro ai giovani. Oggi, costatata l’impossibilità di far quadrare i conti degli istituti di previdenza, si è imboccata la strada opposta offrendo incentivi a chi dilaziona il proprio pensionamento. Nella forbice che si è prodotta, ci sono ancora situazioni di privilegio, retaggio di corporativismi non giustificati, che si protraggono, ma il tempo va lentamente riportando equilibrio nel settore, tanto è vero che l’Inps ha annunciato proprio in questi giorni, un pur timido ritorno al pareggio dei suoi conti. L’arrivo degli immigrati aiuta e non danneggia questo processo. Per chi poi, come lei, si sente ancora in forma, non mancano opportunità di rendersi utile nel volontariato, evitando così di fare concorrenza ai giovani in cerca di lavoro. Musica e politica Ho letto su Città nuova la recensione a Rock-Politik. Concordo su molto di quanto è stato scritto nell’articolo. Vero è anche che sembra uno show da Hide Park e che le persone salgono sul palco tanto per fare spettacolo; tuttavia non mi sembra che si debba fare più musica e meno politik, in quanto non ritengo sbagliato che un programma faccia delle critiche (visto che la televisione arriva nelle case di famiglie anche poco istruite). Certo è che queste critiche devono essere costruttive e mirate ad un miglioramento in un ambito così difficile come può essere la politica. Come consigliereste invece una serata altrettanto impegnativa, ma meno da show? Ok il vostro giudizio negativo, ma cos’altro consigliereste di costruttivo ad Adriano Celentano?. E.S. – Torino Di fare, appunto, più musica e meno politica. Intendo soprattutto quella sfacciatamente partitica che si è insinuata dappertutto. Per cui si sente il bisogno che un artista com’è Celentano resti sì un fustigatore dei costumi, ma al di sopra delle parti. La buona musica può parlare essa stessa più di tanti discorsi. Auguri per le festività natalizie Nell’imminenza del Natale ci sono giunti gli auguri dalle redazioni delle Città nuova estere con l’invito ad estenderli ai nostri lettori. Li ricambiamo di buon grado ai colleghi della nostra rete planetaria e li partecipiamo a tutti voi, certi che il dono dell’Incarnazione getterà nuova luce nella costruzione della città dell’uomo. Santità di popolo Vi scrivo per saperne di più sul concetto di santità di popolo. Ne ho sentito parlare da Chiara Lubich e dal Santo Padre Giovanni Paolo II. Dall’ascolto delle loro parole mi sembra di avere intuito una rivoluzione possibile: la fratellanza umana. Adesso mi chiedo: come, dove, quando e perché?. Mena Ruggiero – Latina Risponde Mario Bodega. Nella sua lettera All’inizio del nuovo millennio (n. 30), Giovanni Paolo II fa riferimento al Concilio Vaticano II dove parla della vocazione universale alla santità (documento sulla hiesa Lumen Gentium). Qui si dice chiaramente che tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità. Poco più avanti il papa sottolinea il fatto che occorre una pedagogia della santità e aggiunge: Essa dovrà integrare le ricchezze della proposta rivolta a tutti con forme tradizionali di aiuto personale e di gruppo e con forme più recenti offerte nelle associazioni e nei movimenti riconosciuti dalla chiesa (n. 31). Se poi ha occasione di leggere il libro La dottrina spirituale di Chiara Lubich (Mondadori) può avere un’ampia risposta, facendosi aiutare dall’indice analitico alla voce santità. In particolare alle pp. 113-115 si parla proprio della santità di popolo (riporta uno scritto di Chiara pubblicato da Città nuova nel 1978). Anzitutto san Paolo ci sottolinea come è volontà di Dio la vostra santificazione (1Tessalonicesi 4,3). Quando Paolo scrive alle comunità della chiesa nascente si rivolge ai cristiani e li chiama santi, santi per vocazione (Rom1,7). Quindi tutti siamo chiamati alla santità. E fare la volontà di Dio è la via moderna per farsi santi. Questa strada di santità è via per la massa. Cioè accessibile a tutti. Ma attenzione – dice ancora Chiara – la cosa è possibile, arriva ad effetto, se si fa la volontà di Dio nel momento presente. Se ciascuno vive così, siamo uniti a Dio Padre e lui stesso ci dona la realtà di vivere da veri fratelli con tutti, perché figli dell’unico Padre. Ecco la fratellanza umana o universale di cui lei stessa parla. E questo porterà (ma già si sta realizzando) conseguenze su tanti punti della terra dove si vive così. È un anticipo del Paradiso dove si vive unicamente nell’amore.

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