La notte e il giorno

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Spesso anche un folle parla a proposito . Chiude con questa affermazione l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, che folle proprio non era. Folli invece venivano considerati – anzi, saturnini, secondo la dicitura dell’epoca – Michelangelo, Pontormo, Rosso, Parmigianino, per non parlare di Caravaggio. Personaggi affascinanti, ma capaci di trasformarsi addirittura da giovani angelicati, come il Parmigianino – basti osservarne l’Autoritratto giovanile – in figure stravaganti, dedite all’alchimia, in odore di zolfo presso la gente. Perché l’uomo comune – cioè, in fondo, noi – gli artisti li considera spesso dei folli di genio, talvolta pericolosi per la società, così da esser relegati in un mondo a parte. È storia vecchia. La nave dei folli, un tema caro a miniatori e pittori del Quattro- Cinquecento, rappresenta appunto una imbarcazione dove, tra i matti, c’è sempre un artista (ma anche un frate, una suora, chissà perché…). Tutti sono in viaggio verso una terra adatta a loro, la Mattagonia. Il tema della pazzia veniva poi ripreso nelle infinite variazioni con cui si rappresentavano le tentazioni di sant’Antonio abate nel deserto, spesso vere descrizioni di una fantasia allucinata, delirante. Bosch e Grünewald sono maestri nelle loro tavole di queste rappresentazioni, ove espongono gli eccessi della mente umana, la sua scomposizione tramite figure di demoni e di mostri orrendi: basta poco – sembrano dire – e l’equilibrio psichico va in pezzi, a volte sotto la spinta di tensioni superiori a quanto le forze umane possano sopportare. Perché il filo che divide ragione e allucinazione, equilibrio e squilibrio, può essere sottile, in ciascun uomo, se è vero che statisti come Richelieu (che talvolta si credeva un cavallo) o filosofi come Kant (metodico sino alla paranoia) ne hanno fatto l’esperienza. Nell’arte, il filo fragile si può rompere, sotto la spinta della forza della ricerca e sotto la luce, anche violenta, dell’ispirazione. Si precipita in una notte dell’autodominio, dolorosa spesso perché talora cosciente; ma quello che ne fuoriesce può essere illuminante. Un po’ come il Salieri impazzito, nel film Amadeus di Forman, che passa benedicendo come un papa i mediocri come lui. Un gesto che nell’apparente irragionevolezza dice una profonda verità: la frustrazione dell’uomo quando il suo bisogno di farsi sentire vivo viene rubato da altri, più dotati ma anche con meno scrupoli. Ma è dall’angoscia di questo stato che può fiorire un capolavoro, è dalla notte che può sorgere l’alba, come giustamente si intitola la rassegna senese. Nascono cioè opere di particolare incisività, di forte spessore umano e spirituale. Penso alle pitture nere di un Goya sordo e abbandonato, soprattutto – per restare alla mostra – ai dipinti di un van Gogh, la cui ipersensibilità lo portava ad attacchi di squilibrio tali da dover essere ricoverato – per sua volontà (immaginarsi la pena) – in una casa di cura. Qui egli dipinge fiori, alberi, giardini mossi dal vento, striati da pennellate laceranti, eppure così accesi di colore: urlano una terribile voglia di vita. I suoi Campi di grano con corvi cupi e impazziti, se denotano un furore creativo che sfiora l’ossessione, ci gettano da- vanti tutto l’amore per il creato di cui è capace un essere umano. Ed è forse per questo motivo che van Gogh appare sempre più attuale, vicino al sentire della gente che, nel nostro mondo spezzato, si ritrova inconsciamente nelle sue tele così strazianti. Eppure, come sono belli i cieli infiniti e stellati che ruotano nel blu, i fiori carnosi dipinti con voracità. Van Gogh entra nel vortice dell’universo grazie al dolore di sentirsi fuori dalla società e da sé stesso. Così Munch. I suoi colori sono lividi, strascicati in paesaggi di nebbie dell’animo, di una ragione velata che vede tutto ingrigito, moribondo o disperato. Ma da questa nebulosa escono scene di natura, interni di persone, ove la disperazione si svela talora con grida, altre volte con una stesura cromatica di calma piatta. Kirchner, invece, campione dell’Espressionismo, ossia del romanticismo estremizzato, vuole entrare in un mondo nuovo, aggressivamente. L’ansia della sperimentazione lo porta a disegni e tinte aguzze, ad un nervosismo che rende le sue tele guizzanti di elettricità. Il mondo corre in preda alla pazzia, nei primi decenni del secolo scorso, e Kirchner vi sprofonda tanto da poterne parlare e da esserne, oltretutto, ferito a morte. Non è l’unico artista. Il nostro Antonio Ligabue, scomparso nel 1965, vede la natura cattiva, aggressiva. Animali feroci, in lotta fra loro, dipinti con una furia spaventosa che lo facevano definire Toni, il matto, non sono soltanto il parto di una fantasia in preda all’allucinazione, ma dolorosissime metafore della brutalità dei rapporti tra le persone del nostro mondo. Chi è troppo sensibile, come lui, può soccombere, ma questo non impedisce che colga e trasmetta, con i suoi mezzi, la verità. Ligabue è catturato dal male del mondo. Esso gli popola la mente di ossessioni, ed egli le rivela a noi con la veemenza del disegno, la forza del colore, la crudeltà dei soggetti. È follia, certo, ma pure verità. Gli artisti, come gli uomini spirituali, possono eccedere. Dalla loro notte tuttavia, noi, che ci crediamo sani, rischiamo di aver molto da imparare.

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