La meteorologia ha bisogno di colpevoli

Gli ultimi episodi legati al cattivo tempo hanno spinto dei meteorologi europei a dare un nome ai fenomeni più intensi, in modo da offrire la possibilità di accusare qualcuno…

Eccezionali tempeste, passeggeri bloccati negli aeroporti, migliaia di macchine ferme sull’autostrada, valanghe di neve e fango… e qualche morto. Sono i titoli ripetuti nelle ultime settimane dalle notizie sull’Europa e Nord America. Alcuni straordinari effetti provocati dai fenomeni meteorologici sono entrati pure nel dibattito sociale, cercando di discernere a chi attribuire di volta in volta la responsabilità perché le cose che non hanno funzionato come dovrebbero.

Viene però da chiedersi se abbiamo ragioni di lamentarci quando capitano episodi simili, come se lo chiedono i 13 mila turisti bloccati per due giorni nelle stazioni sciistiche di Zermatt e di altre località del Sud della Svizzera, tre giorni fa, oppure agli occupanti delle 3.000 macchine ferme per diciotto ore in un’autostrada a nordovest di Madrid, proprio la sera di domenica 7 gennaio, quando bisognava tornare a casa dopo il periodo natalizio. E ancora, una settimana prima, i passeggeri che aspettavano di poter partire o arrivare negli aeroporti di Londra, Amsterdam, Bruxelles…

Sembra che la meteorologia non rispetti i nostri programmi. Anzi, si direbbe che esigiamo al “tempo” di considerarli come prioritari. Non valgono più le considerazioni simili a quelle che una volta venivano usate per annunciare le “corridas” dei tori: «Col permesso dell’autorità competente e se il tempo non lo impedisce…». Oggi, se le cose non funzionano, bisogna trovare il responsabile ultimo, stuzzicando pure l’opinione pubblica, secondo il criterio “democratico” di sentire il parere della maggioranza.

Così, il quotidiano El País, a proposito dell’episodio di domenica scorsa in Spagna, ha fatto un’inchiesta on line chiedendo: «A chi attribuire la maggior responsabilità del caos dopo la nevicata nel weekend?», potendo scegliere tra i piloti, l’impresa che gestisce quell’autostrada, la direzione generale di traffico, il ministero che si occupa delle infrastrutture o l’Agenzia statale di meteorologia. Per adesso, i piloti sono ritenuti i più colpevoli per non essersi attrezzati convenientemente. In ambito politico, però, l’occasione è più che geniale per esigere le dimissioni dell’avversario politico di turno.

Trovare il colpevole diventa quasi una necessità. Forse per questo, da dicembre scorso le agenzie statali della meteorologia francese (MétéoFrance), spagnola (Aemet) e portoghese (Impa) si sono messe d’accordo per dare un nome ai fenomeni atmosferici originati sull’Atlantico «che possono produrre un grande impatto sui beni e le persone». Questo nominare le tempeste ricorda gli uragani dei Caraibi, ma non solo. Già dal 2015 irlandesi e inglesi hanno adottato la stessa formula. E ancora prima la Germania, dove l’Università libera di Berlino battezza ogni anticiclone e ogni burrasca sin dal 1954. Il motivo, di questo nominare i fenomeni è quello di «migliorare la comunicazione», dicono i meteorologi, perché si è dimostrato che così «la società sta più attenta alle raccomandazioni di sicurezza».

Viene il dubbio, però, visti gli ultimi episodi, se è proprio così. O non è piuttosto che in questo modo gli utenti danneggiati se la possono prendere con qualcuno, che sia Ana, Bruno, Carmen, David… e tutte le altre tempeste?

 

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