La maternità

L’emancipazione delle donne ha significato la svalutazione della maternità, lo specifico femminile. Ostacolata, mercificata, rifiutata. La lucida analisi nel dialogo tra Giulia Galeotti e Lucetta Scaraffia in “La Chiesa delle donne”, edito da Città Nuova.
la Chiesa delle donne_Scaraffia_Galeotti

Galeotti: «Il XX secolo – ha scritto Pascal Bruckner nel libro Il matrimonio d’amore ha fallito? – è stato per noi il momento della rivolta contro il padre e il patriarcato. Il XXI sarà il secolo della rivolta contro la madre e il matriarcato, perché la scienza sta cercando di espropriare le donne del monopolio della fecondità, e forse potremo presto pro­durre bambini in laboratorio. Dopodiché, i rapporti tra le due metà dell’umanità ripartiranno su nuove basi».

Scaraffia: L’emancipazione delle donne ha significato una svalutazione di tutto quello che ha costituito lo specifico femminile. Certo, c’è qualcosa che non torna in questo processo, ma ben pochi lo am­mettono. La maternità sta diventando un traguardo sempre più lontano per le giovani di oggi: sul lavoro, la gravidanza le danneg­gia in modo spesso irrimediabile, mentre è addirittura diventato difficile trovare un giovane disposto alla paternità. Gli uomini non devono fare i conti con l’orologio biologico, e nella società del libero amore non è più necessario sposarsi per accedere alla vita sessuale, quindi si può ben comprendere la loro riluttanza ad assumersi pesanti responsabilità familiari. La separazione fra sessualità e procreazione ha tolto alla donna quell’aura di mistero e di rispetto che le dava la possibilità – in certi casi il pericolo – di divenire madre. E ha reso in molti, troppi casi il corpo femminile una sorta di giocattolo, di oggetto al servizio del potere maschile. Pensiamo all’aumento della pornografia, alla prostituzione, al di­lagare di un tipo di sessualità promiscua “maschile”.

Galeotti: «Il femminismo – ha scritto ancora Bruckner – è anche il diritto delle donne di far propri i difetti degli uomini e di esasperarli. Se l’oppressione è stata orribile, la liberazione non sarà per forza me­ravigliosa».

Scaraffia: Il femminismo infatti sta pagando caro il suo errore degli anni Settanta, quelli cioè della “liberazione” della donna, quelli in cui ha accettato acriticamente di assumere in blocco l’utopia della rivoluzione sessuale!

Galeotti: L’estate 2014 è stata anche segnata dalla polemica lanciata dalle ragazze statunitensi con l’hashtag womenagainstfeminism: in una parola, il femminismo delle madri bocciato come inutile, irritante, vittimistico, superato…

Scaraffia: L’ho scritto su «la Repubblica»: le ragazze americane hanno ra­gione! Come hanno ragione tante ragazze italiane che scrollano le spalle sentendo parlare di femminismo, anche se ne godono i frutti positivi. Perché il femminismo ha fatto un errore grave quando ha legato troppo la libertà delle donne al rifiuto della maternità, anche attraverso l’aborto. Di questo paghiamo ancora adesso le conseguenze, sia nella vita individuale sia nel dibattito culturale, dove il femminismo è totalmente assente a proposito della questione più scottante e significativa che tocca oggi il desti­no femminile, quella cioè delle conseguenze sulle donne dell’ap­plicazione delle tecnoscienze alla maternità.

La madre, la cui unicità costituiva per le donne il punto di massima forza, può essere spezzata in tre figure, alle quali viene affidata solo una parte dell’antica potenza: la fornitrice di ovulo, la gestante per altri, la madre sociale. Come ha scritto il socio­logo Luc Boltanski, è stata proprio la legalizzazione dell’aborto ad aprire la porta alla possibilità di manipolare i gameti, e poi l’embrione, al di fuori della protezione del ventre materno, strap­pando alle donne il loro potere decisivo, quello di essere madri. Ma nessuna femminista sembra cogliere la portata di ciò che sta succedendo. In questo modo si è aperta una nuova drammatica possibilità di asservire il corpo femminile: una nuova schiavitù, come ha giustamente denunciato la filosofa francese Sylviane Agacinski. Le donne che “donano” gli ovuli in genere lo fanno per denaro, e sono costrette a sottoporsi a pesanti trattamenti or­monali che possono segnarne la salute per sempre. E che dire poi di quelle, ancora più sventurate, che affittano l’utero e poi devo­no consegnare la creatura che hanno portato dentro di sé e con la quale hanno stabilito un legame incancellabile, ma che dovranno dimenticare? Spesso costrette per mesi a vivere sotto controllo medico, lontane dalle famiglie, come animali da allevamento.

Il corpo femminile, che prima subiva solo la mercificazio­ne sessuale, oggi conosce anche la vendita della maternità affin­ché donne ricche che non possono generare diventino madri, o coppie sterili e benestanti possano allevare un figlio. Ha senso continuare a parlare di soffitti di vetro, di ruoli di potere, men­tre donne più povere e sfruttate vedono solo aumentare il loro sfruttamento? E cosa possiamo raccontare alle nostre figlie, di fatto costrette a pensare alla maternità tardi – quando ormai le migliori possibilità di concepimento sono passate, e magari non riusciranno più a procreare – proprio da un sistema di lavoro che noi abbiamo contribuito a realizzare, comportandoci come se la maternità per le donne fosse solo un ostacolo che rallentava la carriera?

Se non si fanno i conti con questi problemi, se non si af­fronta il destino di un’identità femminile che sta per perdere la sua caratteristica fondamentale, cioè la maternità – la genetista britannica Aarathi Prasad ha scritto che entro vent’anni sarà si­curamente possibile sostituire la madre con un utero artificiale –, non possiamo avere voce sul presente. Le ideologie del passato fanno velo alle donne, ancora ferme su problemi astratti e supe­rati, mentre sta succedendo di tutto, e non certo a loro favore. Non ci possiamo certo stupire, allora, se le giovani guardano al femminismo con indifferenza, come a una favola antica che non tocca il loro presente. Oggi è tutta un’altra storia, e una storia difficile che bisogna avere il coraggio di affrontare.

 

da Lucetta Scaraffia in dialogo con Giulia Galeotti, LA CHIESA DELLE DONNE (Città Nuova, 2015), pp. 116, € 12,00

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