La mafia degli incendi

Tanti interrogativi dopo l’inferno di fuoco di questi giorni. Le denunce di Legambiente e dell’associazione antimafia e antiracket “Fuori dal coro”. Una strategia militarmente pianificata
Incendi boschivi

Le fiamme sono arrivate fino al Castello di Lombardia. Nella rocca inespugnabile di Enna, nel maniero svevo-normanno situato nel punto più alto della città. È un incendio devastante quello che ha colpito Enna il 9 agosto. Le fiamme hanno avviluppato la città, circondandola da più lati. Alla fine i vigili del fuoco hanno contato più di dieci inneschi.

Le fiamme sono partite dapprima da Enna bassa (nella zona dell’ospedale), poi un altro rogo si è aperto nella zona del Castello e non è stata risparmiata la strada per Pergusa. Trenta case sono state evacuate, alcune abitazioni di campagna sono state raggiunte dalle fiamme, sono stati distrutti alberi, macchia mediterranei, coltivazioni.

Un inferno di fuoco. E sono in molti a chiedersi il perché. Chi e perché colpisce e devasta in maniera così pesante il territorio siciliano. C’è una regia unica dietro tutto questo?

Sono gli interrogativi che sono emersi durante l’assemblea di Legambiente (circolo degli Erei) riunito la stessa sera delle devastazioni. Sono gli interrogativi che si pongono tanti cittadini, travolti dagli avvenimenti delle ultime settimane: roghi in tutta la Sicilia, nell’ennese, appena qualche giorno prima, era toccato alle zone di Piazza Armerina, Aidone, Valguarnera.

«Crediamo che le istituzioni debbano darci delle risposte – spiega Renzo Pintus, docente di Filosofia nei licei di Enna – debbano aiutarci a capire chi e cosa c’è dietro questo fenomeno. Non abbiamo dubbi che ci sia una regia unica. La mafia alligna più facilmente laddove il territorio è più debole, laddove si è devastato, laddove lo Stato arretra. Esempi come quello della terra dei fuochi, vicende come quella dei Parco dei Nebrodi, dove la mafia controllava i pascoli ed i terreni migliori, devono insegnarci tanto».

C’è la consapevolezza di una presenza “pesante” della criminalità, che spesso, da queste parti, ha avuto anche contiguità imbarazzanti con il potere politico. Perché Enna non è un territorio debole e indifeso. Qui c’è chi sa alzare la testa e denunciare. Lo ha fatto (quasi inascoltata Cassandra) l’associazione antimafia e antiracket “Fuori dal coro”. Un documento di qualche giorno fa diventa una lucida analisi dell’accaduto e di ciò che purtroppo stava per accadere. Si chiama “Cronaca di un’estate di fuoco annunciata”.

«Con l’arrivo della stagione calda – si legge – la piaga degli incendi secondo un rituale consolidato, ha cominciato a devastare il già ridotto e sofferente patrimonio boschivo siciliano, mostrando una intensità e una violenza scientificamente pianificate e selettivamente indirizzate a colpire aree di pregio e di valore naturalistico, turistico e culturale. Nell’ennese in particolare la dimensione e l’efficacia dell’attacco lascia sgomenti: in meno di tre settimane migliaia di ettari di bosco sono stato ridotti in cenere. La riserva naturale di monte Altesina è stata definitivamente annientata anche nelle aree sommitali scampate al tragico rogo di tre anni fa. Preso di mira e gravemente danneggiato il parco minerario di Floristella, e, quasi in contemporanea, appiccati incendi tra Grottacalda, il parco della Ronza, Balatella, Bellia con conseguenze gravissime su flora e fauna».

Fuori dal coro” parla di «una strategia militarmente pianificata si contrappone una vasta e inefficiente armata di precari forestali, il cui compito, come in un copione già scritto, è quello di contenere i danni, essendo affidata a canadair, elicotteri, e ai più professionali presidi dei Vigili del fuoco lo spegnimento effettivo. A tutti costoro occorre dire grazie. Quello che vistosamente difetta è la capacità di prevenzione del fenomeno, e la comprensione per affrontarlo.

Il farragginoso sistema regionale siciliano nel suo insieme non ha intelligenza profonda del fenomeno e che comunque non basterebbe, come sostiene Lega Ambiente, riportare sul territorio, togliendoli dagli uffici, agenti e funzionari della Guardia Forestale». Ciò che serve è una conoscenza del fenomeno: solo conoscendolo profondamente lo si potrà affrontare.

È ciò che è successo al Parco dei Nebrodi, con l’azione forte del presidente Giuseppe Antoci, che è riuscito a fermare gli interessi e gli affari delle famiglie mafiose e, non a caso, è stato vittima di intimidazioni ed attentati. Fuori dal coro pone degli interrogativi. Pesanti. Come macigni.

«Esiste intesa tra chi appicca incendi e chi li spegne? I piromani, raramente individuati, beneficiano di una rete di connivenze e omertà? Qualcuno fa il doppio gioco? Che futuro hanno i terreni incendiati: possono essere rimboschiti tra qualche anno? Essere acquistati, se privati, a prezzi di saldi? Essere assegnati se di proprietà demaniale? Può falsificarsene la proprietà? I contributi dell’UE potrebbero andare ad assegnatari o a neo proprietari, o a falsi proprietari? Alla mafia interessano solo i nuovi mercati, il riciclaggio dei capitali sporchi, o la vecchia e solida zolla è sempre un affare da coltivare con profitto? Perché nella Sicilia interna è rinato il latifondo? Chi sono questi nuovi (e non numerosi) neo-latifondisti? Perché un territorio desertificato e spopolato può essere considerato un buon affare, per farne cosa e da chi, secondo voi?»

 

 

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