Siria: dopo la guerra si ricostruisce

Come sempre, allorché una guerra annuncia la sua fine, appare un tipo di fauna umana particolare, i procacciatori d’affari che rappresentano società che non vogliono apparire, ma non intendono perdere i bocconi più prelibati
Siria: la vita riprende

In questi giorni si svolge la Fiera di Damasco, che l’anno scorso era stata funestata da un attentato che aveva fatto sei morti, proprio all’ingresso della zona espositiva. Quest’estate è stata calma nella capitale siriana, la “pulizia” operata dalle truppe di Assad nelle enclave dei ribelli alle porte della città ha finalmente concesso ai damasceni la serenità di non temere costantemente l’arrivo di colpi di mortai o di missili sulla loro città.

Così la Fiera di Damasco viene utilizzata dall’amministrazione siriana per rilanciare l’economia del Paese, anche se la guerra non è ancora finita, con la prospettiva di una lunga lotta per la riconquista della città di Idlib, concentrato della complessità delle guerre di Siria.

Ma la guerra annuncia la sua fine, i tweet di Trump minacciano ma come un can che non morde, gli europei non sanno proprio che fare, l’unico esercito sul terreno accanto a quello siriano viene da Mosca, e in diversa misura da Teheran. I turchi, fanno il loro gioco anti-curdi, ma alla fine la situazione anche ad Idlib si normalizzerà. E allora ecco che si annuncia la ricostruzione. Una manna per le imprese di sminamento, di smantellamento delle rovine, di ricostruzione delle reti di collegamento stradali, elettriche, idriche, informatiche, per le imprese di edilizia civile, per quelle di approvvigionamento di derrate alimentari da tempo assenti dalle tavole siriane, quelle sanitarie…

Mancano i soldi? È vero. Ma al momento opportuno arriveranno, soprattutto dagli attuali alleati del regime di Assad, cioè Iran, Russia, e in misura diversa Libano, Turchia e Cina, con tanti altri Paesi alla porta. È vero, pesanti sanzioni rallentano o addirittura impediscono le transazioni economiche con lo Stato siriano, ma si sa bene che il commercio trova sempre nuove vie per portare a buon fine i propri scopi.

Così alla Fiera di Damasco si notano personaggi originali, cittadini di Stati “improbabili” da queste parti come Kirghizistan o Venezuela, Mongolia o Mozambico che evidentemente operano per conto di società di altri Paesi che non possono essere ufficialmente presenti per via dell’embargo decretato da una parte cospicua dell’Occidente. Mediatori che hanno nel loro portafoglio imprese da miliardi di dollari, anche di casa nostra.

Pecunia non olet, dicevano gli antichi romani, che di commerci se ne intendevano non poco, così come di reti di collegamento d’ogni genere, di edilizia e di agricoltura. Il detto appare di estrema attualità anche a Damasco, segno di un interesse malcelato di accaparrarsi una fetta della torta della ricostruzione siriana. C’è da giurare che tra uno o due anni queste imprese verranno alla luce e metteranno i loro veri cartelli all’ingresso dei cantieri che avranno iniziato le loro attività con cartelli fake. Anche italiani, francesi, tedeschi, inglesi… ci saranno tutti, non solo russi e cinesi, iraniani o libanesi. Come ci saranno a tempo opportuno in Yemen, o come già ci sono in tante nazioni africane che riemergono dai loro conflitti, come ci saranno in Libia e in Sudan, in Ruanda e in Congo.

Viene da chiedersi se per incrementare i mercati delle imprese multinazionali si debbano distruggere patrimoni straordinari come quelli siriani, o iracheni, o yemeniti, o libici… per poi ricostruirli. A meno che non vi siano interessi inconfessabili in gioco.

 

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