La guerra nel nome della pace

Attorno ad Idlib continuano i combattimenti, la fuga dei cittadini, le morti, le distruzioni. Il ruolo della Turchia è sempre più ambiguo, nei suoi giochi anti-curdi tra Mosca, Washington e Damasco

Nel nome della pace in Siria, a Idlib tutti sparano. Secondo Michelle Bachelet, Alto Commissario Onu per i diritti umani, negli ultimi 4 mesi ci sarebbero stati almeno 1.089 morti tra i civili siriani, per oltre un terzo bambini. La maggior parte sono “vittime collaterali” dell’avanzata delle forze governative siriane appoggiate dall’aviazione russa. Ma i missili e le armi leggere delle milizie filoturche e dei jihadisti di Hayat Tahrir al-Sham, le bombe sganciate a pioggia dagli aerei Usa e le cannonate turche continuano a dare il loro contributo di morti e feriti.

Tutto questo nel governatorato di Idlib, al confine nord-ovest della Siria, l’ultima roccaforte dei dissidenti del governo di Bashar al-Assad. Ci sono inoltre nella regione almeno 300 mila bambini siriani che, secondo Save the Children, quest’anno non potranno iniziare la scuola. Dei quasi 1.200 edifici scolastici, solo 635, i più lontani dall’area dei combattimenti, sono in qualche modo operativi, altri 550 sono inagibili o sono diventati rifugi improvvisati per migliaia di profughi. A proposito di profughi siriani in Turchia, è di questi giorni l’allarme rivolto all’Ue da parte del ministro degli esteri turco Mevlut Cavusoglu: l’offensiva dei governativi sta provocando una nuova ondata di rifugiati verso la Turchia, circa 400 mila persone.

Il tema ricorrente nelle lamentele di Erdogan è quello di non avere abbastanza aiuto «dalla comunità internazionale e in particolare dall’Unione europea». Ha aggiunto il presidente turco il 5 settembre scorso: «Non possiamo gestire da soli questo fardello». Il riferimento esplicito è all’accordo del 2016 con l’Ue che prevedeva aiuti per 6 miliardi di euro per bloccare la cosiddetta “rotta dei Balcani”, dalla quale nel 2015-2016 erano transitati oltre 100 mila profughi. Erdogan ha lamentato di aver ricevuto solo metà della somma pattuita, a fronte di una spesa sostenuta dalla Turchia di 40 miliardi. Inutile la replica di Natasha Bertaud, portavoce della Commissione europea: «L’Ue ha fornito alla Turchia 5,6 miliardi di euro in base all’accordo, il saldo rimanente dovrebbe essere assegnato a breve». Erdogan starebbe in realtà cercando di racimolare risorse per la creazione, con il sostegno Usa in funzione anti-russa, di una safe-zone ad est dell’Eufrate (profonda 30 e lunga 450 Km) dove collocare consenzienti o meno un milione di profughi siriani. Una safe-zone che significa casualmente anche cacciare da casa loro i curdi siriani, che da sempre ossessionano il leader turco.

Intanto qualche assaggio di una ben poco velata “minaccia” turca di aprire le porte alla fuga dei profughi verso l’Europa sembra sia già in atto: il ministro degli esteri greco Nikos Dendias ha protestato con l’ambasciatore turco ad Atene per i 12 mila profughi provenienti dalle coste turche e sbarcati solo tra luglio e agosto nelle isole greche. Nella sola giornata di giovedì 29 agosto, 547 profughi siriani e afghani (fra i quali 246 bambini) sono approdati con 13 imbarcazioni nell’isola greca di Lesbos. Per il sovraffollamento del campo profughi locale e le condizioni impossibili in cui già si trovavano i rifugiati, il governo greco ha dovuto trasferire una parte delle persone a Salonicco, sulla terraferma.

Intanto, dopo la cacciata di jihadisti e filo-turchi da Khan Shaikhoun, l’avanzata dei governativi è proseguita fino a poche decine di chilometri da Idlib. Le milizie in fuga sarebbero arretrate di circa 70 chilometri, attestandosi a una ventina di chilometri dal confine turco di Hatay. Ma quando avrà fine tutto questo? Secondo la testata giornalistica russa sputniknews.com, peraltro celebre per fake news, notizie distorte o volutamente incomplete e diverse teorie complottistiche prive di fondamento, il vice-governatore siriano di Idlib, Mohammed Fadhi Sadoun, avrebbe detto: «I turchi fanno il doppio gioco e Mosca, lo scorso anno, c’è cascata fidandosi di un Erdogan che prometteva di disarmare Hayat Tahrir al-Sham e le altre fazioni… In verità non aveva nessuna intenzione di restituirci Idlib, né tantomeno di portarsi in Turchia migliaia di militanti al-qaedisti. Ora però Mosca ha capito e si prepara a restituirci i nostri territori».

Al di là del tono di chi vuol mostrare che la sa lunga, forse qualcosa di vero sembra esserci e, a parte qualche dettaglio non trascurabile, la pax russica in Siria pare imminente, salvo i soliti imprevisti a spese della popolazione civile, come sempre.

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