La goccia nella cascata

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Branka Sajter vive con i suoi a Osijek, il capoluogo storico della Slavonia, in Croazia. A questa donna coraggiosa non manca il senso dell’humor, malgrado i vent’anni di sofferenze dovute ad una grave malattia di origine reumatica che ha richiesto tutta una serie di ricoveri ospedalieri e di interventi. Un temperamento particolarmente felice, il suo? Forse non solo questo. . . Sono nata da genitori cattolici, praticanti, e con mio marito, lui pure credente, ho cercato di metter su una famiglia cristiana. L’ideale dell’unità, incontrato quindici anni or sono, ha cambiato la mia vita con la sua radicalità evangelica, una dimensione che a me mancava. I primi anni di questa avventura li definisco “il tempo del romanticismo”: un periodo bellissimo, entusiasmante per la condivisione di ideali, di beni e di impegno umanitario verso gli altri, con alcune famiglie amiche. Gesù faceva sentire la sua presenza fra noi. I bambini crescevano bene. E inoltre allora godevo di buona salute” Cosa volevo di più? Improvvisamente questo incanto è finito una mattina di tanti anni fa, allorché non sono riuscita ad alzarmi da letto, e tantomeno a vestirmi. Dopo vari esami da un ospedale all’altro, la diagnosi: artrite reumatica. Non mi sono spaventata solo perché non conoscevo bene cosa comportasse questa malattia, pur vedendo attorno altri come me in carrozzella e parzialmente immobili. Da allora, convivo con essa. Già prima avevo conosciuto il crudo del dolore, sia pure d’altro genere: avevamo perduto il nostro primo bambino, poi si era ammalato il figlio più giovane” Spesse volte mi ritrovavo completamente immobile. In certi momenti non riuscivo nemmeno a pettinarmi o ad afferrare un bicchiere. I dolori erano atroci, insopportabili. Era, questa nuova fase, “il tempo del realismo” (così mi viene da chiamarlo). Sommando i giorni di degenza, posso dire di aver trascorso tre anni della mia vita in ospedale. Io che amavo il lavoro, l’attività e desideravo avere molti bambini, ho dovuto rinunciare a tutto. Pian piano, però, capire “la sapienza della croce” mi ha aiutata ad accogliere il dolore come la forma più sublime dell’amore. E nella misura in cui ho cercato di unire il mio dolore a quello di Gesù nel suo abbandono, ho provato consolazione e pace. In seguito a questa mia prova, in famiglia ognuno ha sentito di dover fare uno scatto in avanti. Gli stessi bambini sono maturati in fretta, divenendo più responsabili. Ad ogni modo, Dio mi ha mandato in aiuto un “cireneo” nei momenti più difficili. Ho imparato ad offrire il mio dolore particolarmente per le persone ancor più provate, per la chiesa, per l’unità chiesta da Gesù. Quell’unità – così mi andavo convincendo – che è la chiave e la soluzione di ogni problema, mentre tutti i mali (fame, guerra, ingiustizia”) derivano proprio dalla mancanza di essa. Sono di indole scherzosa, e spesso alla malattia reagisco con qualche nota umoristica: uno stile questo che ho trasmesso anche ai figli. Come Ivan, che alla mia richiesta di lavare i piatti è capace di rispondere: “Donna, che c’è tra me e te? Non è giunta ancora la mia ora”. Anche se li laverà quando ne avrà voglia, come arrabbiarmi dopo una risposta del genere? Ora non chiedo più a Dio “perché? “, ma solo: “Aiutami, Signore! “. Molte operazioni manuali mi sono ormai precluse: chiudere una porta, aprire una scatola di conserve, stappare una bottiglia, girare un Branka (qui con suo marito “Non si costruisce nulla per il regno di rubinetto” È allora che, spesso, mi viene da benedire chi ha inventato la lavatrice, il frullatore, l’ascensore e altri aggeggi simili” Agli altri mi sforzo di non far pesare i miei problemi fisici, e pare che ci riesca abbastanza: mi trovano infatti alquanto gioiosa. Cerco di testimoniare che tutto coopera al bene se siamo aperti all’amore di Dio. Quando mio marito torna dal lavoro, già sulla porta, dal suo viso mi accorgo di come è andata la giornata. Il suo lavoro di giudice è di grande responsabilità; a causa delle sue convinzioni, spesso viene attaccato. Gli ricordo allora che anche Gesù è stato perseguitato; l’importante è seguirlo portando la nostra croce, soffrire insieme a lui. Non è questa forse la vita che abbiamo scelto? Più di un anno fa, quando per l’aggravarsi dei miei mali ero ricoverata nell’ospedale di Zagabria, dei nostri amici di Pola sono stati colpiti Nikola) ha una convinzione: Dio senza dolore trasformato in colpiti da un grave lutto: il loro unico figlio di 18 anni era morto annegato. Sebbene in quel periodo mi trovassi sull’orlo della psicosi e mi fosse stato suggerito di evitare ogni tensione, ho voluto accompagnare mio marito da loro per condividerne l’immenso dolore. Mi sono affidata a Maria, nella sua desolazione, per riuscire a dire le parole giuste soprattutto alla madre, una donna disperata anche perché atea. È stato un incontro molto difficile. Tre notti insonni, poche parole e tante lacrime. Più tardi ho pensato di spedire a quella mia amica, a più riprese, alcuni testi spirituali, pur con una certa trepidazione” Quando, dopo un certo periodo, le abbiamo telefonato per annunciarle una nostra nuova visita, ci siamo sentiti rispondere: “Vi aspetto con gioia, ma non questo sabato perché vado in pellegrinaggio al santuario della Madonna a Gorizia”. Come non ringraziarne Gesù? Recentemente ero in attesa di sottopormi al mio settimo intervento. Eravamo in nove nella stessa stanza d’ospedale, e interessarmi agli altri mi ha aiutata a non pensare ai miei timori, a ciò che mi aspettava. Anzi, quando mi hanno offerto di trasferirmi in una camera a tre letti, non ho voluto pur di continuare i rapporti già nati. In tutti questi anni si è fatta strada in me una convinzione: non si costruisce nulla per il regno di Dio senza dolore trasformato in amore. Sono felice di contribuire con la mia goccia, come mi ricordano sempre questi versi di un poeta croato: “Scorre e scorre, scorre la cascata./ Cosa può significare in essa la mia piccola goccia?/ Guarda, un arcobaleno appare nell’acqua!/ Riluce e trema in mille colori”/ Che splendore, anche la mia goccia aiuta a crearlo!”/

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