Commedia per musica è il titolo del libretto di Lorenzo da Ponte, tratto − con opportune purificazioni − dall’opera “rivoluzionaria” di Beaumarchais. Esito trionfale a Vienna nel 1786, tre anni prima della Rivoluzione francese.

“Le nozze di Figaro” 2026. Erwin Schrott (Figaro). ©Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma.
La vicenda degli intrighi amorosi che si svolge nell’arco di 24 ore è di una chiarezza disarmante e il gioco degli incastri fra le scene, del lato erotico e lirico, del comico e del dolente, posseggono un brio e una brillantezza tutta luce. Soprattutto, di Mozart è l’immensa capacità di conoscere l’animo umano nei suoi sentimenti, nei rapporti sociali e affettivi fra inganni, tradimenti, sospiri, ardori, paure, con l’immensa voglia di libertà dalle differenze sociali tra un Conte libertino e un servo astuto e deciso a farsi valere.
L’amore − fra senso, galanteria, conquista ed elegia – è onnipresente come tema, insieme al gioco femminile del saper vivere e a quello del perdono, che chiude l’opera in modo grandiosamente semplice, un tema che Mozart affronta fino all’ultima opera, Il Flauto magico. Lo scintillio musicale, la bellezza delle arie, il dinamismo vitale dei concertati, il ritmo, non hanno fine in questo che forse è il lavoro più bello e completo di Mozart.

“Le nozze di Figaro” 2026. Erwin Schrott (Figaro), Uli Kirsch (Mimo attore). ©Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma.
Si capisce allora la libertà inventiva della regia di Guth, che si inventa una gran scena candida con scale e porte che salgono e scendono, si aprono e si chiudono durante l’indiavolata frenesia, con tanto di “doppio” di un Amorino che non “doppia” il solo Cherubino, ma tutti i personaggi. Guth trova anche giustamente attimi di stasi a scena aperta dove le arie, bellissime, possono “sfogarsi”. E così Figaro e il Conte, Susanna e la Contessa, Cherubino, Bartolo e Basilio e Marcellina, fremono nella dinamica di una musica che è vita e solo vita, luminosissima anche nei tempio elegiaci. Tutti scatenati, ma anche bloccati, talora come marionette, in una regia creativa davvero bella (e impegnativa per i cantanti-attori).
Dal lato musicale qualche riserva ci può essere sulla direzione dell’austriaco-armeno Emmanuel Tjeknavorian, 31 anni, già provetto violinista, con qualche difficoltà tra buca e palco, qualche eccesso sonoro degli archi gravi e degli ottoni, i violini sacrificati da un suono esile: forse poche prove? Ma l’impegno del giovane direttore è totale.

“Le nozze di Figaro” 2026. Blagoj Nacoski (Don Curzio), Monica Bacelli (Marcellina), Roberto Scandiuzzi (Bartolo), Erwin Schrott (Figaro). ©Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma.
Il cast
Roberta Mantegna è una Contessa dalla voce irrobustita, il Figaro di Erwin Schrott è piacevole, il Bartolo di Roberto Scandiuzzi funziona abbastanza, il Conte di Germán Olvera si destreggia bene come il Cherubino simpatico di Elmina Hasan. Su tutti brilla per bellezza di timbro, luce, facilità di emissione e di fraseggio, bellezza del canto il soprano Susanna cioè Martina Russomanno, bravissima attrice come l’intero cast.

“Le nozze di Figaro” 2026. ©Fabrizio Sansoni-Teatro dell’Opera di Roma.
Spettacolo davvero piacevole, nonostante alcune ovazioni da stadio eccessive che stanno diventando ovunque un’abitudine. A Roma fino al 23.
