La fede di Mario Pomilio

Un ricordo personale, nel centenario della nascita di uno dei grandi narratori del Novecento

Di Mario Pomilio, del quale quest’anno ricorre il centenario della nascita, ho un ricordo personale. L’ho conosciuto nella sede del settimanale torinese Il Nostro tempo, a metà degli anni Ottanta e gli proposi di leggere il mio primo romanzo. Benché fosse già un autore di fama internazionale, non si sottrasse all’impegno. Il giudizio non fu positivo, ma mi incoraggiò ad andare avanti.

Con la sua densa scrittura, Pomilio, ha scritto Mariapia Bonanate su Famiglia cristiana, è stato uno dei grandi narratori del nostro Novecento, un autore che ha anticipato i cambiamenti epocali, umani, sociali e politici che stiamo vivendo. Non è bastato per affrancarlo dall’oblio, subito dopo la morte.

Pomilio è stato uno scrittore impegnato, ha affrontato temi politicamente ostici per il tempo. Si pensi a Il nuovo corso, ispirato ai fatti d’Ungheria o a Compromissione, ritratto di un momento storico e di una generazione che si è interrogata sul ruolo dell’ideologia nella storia individuale e collettiva.

La complessità del suo pensiero si dipana soprattutto nel romanzo più famoso Il quinto evangelio, tradotto in molte lingue e ripubblicato in Italia, nel 2015, da L’orma editore. «Pur riflettendo le costanti del mondo pomiliano – ha scritto Ferdinando Castelli nella sua poderosa opera Volti di Gesù nella letteratura moderna –, Il quinto evangelio costituisce un’opera a sé stante, per contenuto e per struttura. Il contenuto è essenzialmente religioso, dal timbro pascaliano e agostiniano: l’ansia di Dio, la riscoperta del Cristo, la fede come vita, la vita come missione. La struttura stravolge la nozione usuale di romanzo – sviluppo storico o psicologico di una o più vicende – per trasformarsi in un’opera composita, o globale, in cui narrazione, saggistica, teatro, fantasia, riesumazione di testi antichi, poesia, si intersecano e si rincorrono, percorrendo generi letterari e modelli espressivi del tutto diversi».

L’opera, dice Mariapia Bonanate, «rivela la ricerca incessante di quel Dio, nascosto, silenzioso, ma dal quale Pomilio si è sentito sempre assediato, anche quando si era allontanato dal cattolicesimo, durante gli studi universitari alla Normale di Pisa».

Ne Il quinto evangelio c’è un di più che lo rende costantemente attuale. La vicenda inizia nel 1945 a Colonia. Il protagonista, Peter Bergin, un soldato americano costretto a sistemarsi nella canonica di una chiesa bombardata, scopre alcuni scritti del prete che l’ha abitata. In quei pensieri c’è l’inquietudine di Mario Pomilio di fronte al tema della fede.

«Abbiamo troppo oscillato – scrive – tra il Dio come distanza e il Dio come connivenza, il Dio che prescrive dall’alto d’un potere imperscrutabile e il Dio conoscibile solo nelle zone introverse del privato, dimenticandoci che egli si fa presente unicamente attraverso la nostra testimonianza. Di qui il dovere per il cristiano di farsi segno in questo tempo senza segni, perché il Verbo è l’essere che s’incarna nel contingente e cerca avallo nella nostra testimonianza… Iddio ci ha parlato una volta per tutte, attraverso i Vangeli. Per il resto, occorre sentire la persistenza del suo silenzio come un mutismo deliberato. O, più verosimilmente, come una delega permanente della Parola. Spetta ora a noi parlare di lui, e se possibile in nome suo. Lo spazio della nostra libertà è in questa scelta. Tra la rassegnazione definitiva al suo silenzio e il bisogno d’infrangerlo colmandolo con la nostra voce».

«Il cristiano – aggiunge – si riconosce dall’attitudine a situarsi all’interno del proprio tempo portandovi comunque la disposizione alla speranza». Per lo scrittore, è nel quotidiano che il cristianesimo deve esprimere la sua forza, la natura del suo Mistero.

Mistero che ne Il Natale 1833 diventa ancor più intimo. Protagonista è il dolore del Manzoni per la morte della moglie e della figlia nel quale Pomilio si riflette. «In queste stupende pagine – scrive ancora Mariapia Bonanate –, la parola diventa musica interiore, uno scambio di parti fra l’autore e il suo protagonista, uniti dallo ‘scandalo della Croce’ e da comuni interrogativi».

«Qui – analizza Ferdinando Castelli – la narrativa si trasforma in ricerca ed esegesi, si sviluppa in interrogativi teologico-esistenziali e si conclude in approdi cristiani». Non a caso nella letteratura di Mario Pomilio la fede è un divenire che non si accontenta del provvisorio.

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