La fede come conquista

Il film L’apparizione di Xavier Giannoli e il cristianesimo vero, oltre le apparizioni

Può anche darsi che sia il film di uno che non ce la fa a credere, ma certamente è il film di uno che rispetta tantissimo chi crede. È il film di un regista che nel cristianesimo, e più in generale in una fede libera, matura e autentica, vede qualcosa di bello, qualcosa di buono. È il film di un uomo che nel messaggio cristiano legge qualcosa di prezioso, di necessario, oggi più che mai.

La fede raccontata da Xavier Giannoli col suo nuovo film, L’apparizione, è un argomento complesso e delicato, è materia articolata. È una fede, intanto, intesa come dono, ma anche con aspetti legati alla conquista: concepita come “lavoro” che possiamo fare noi, scegliendo liberamente di aprirci alla possibilità che non esista solo ciò che i nostri occhi sono in grado di vedere.

«Passiamo la vita a cercare immagini tangibili della vita e della verità», si chiede il protagonista del film, il giornalista Jacques, un eccellente Vincent Lindon, alla fine del film. «Ma quale verità?» si domanda egli stesso, che ha passato la sua vita, da osservatore appassionato e talentuoso, a cercare fatti e prove, riscontri e testimonianze concrete, e che alla conclusione di una pellicola tutta costruita come un giallo da risolvere, arriva a una personale risposta esistenziale senza aver trovato le sentenze empiriche che cercava.

La fede intesa come conquista sta già in un certo modo di usare la nostra libertà: accettando la possibilità dell’invisibile, del non tangibile, del non tastabile razionalmente. Di Dio. C’è questo tema, ben trattato, nel buon film del francese Giannoli, che narra la storia di un reporter abituato a vivere a contatto col peggio che l’uomo possa produrre: la guerra.

È il suo romanzo di formazione spirituale, per certi versi: un viaggio che lo porta, se non a convertirsi, almeno a considerare come non definitivo, assoluto o infallibile, il suo modo documentale, tommaseo, di vedere le cose. Alla fine del suo incarico, quello per cui il Vaticano gli ha chiesto di verificare se certe apparizioni nel sud della Francia fossero impostura o da prendere sul serio, egli ammette di aver fatto una scoperta: «Questa missione ha innescato in me domande che ignoravo». Jacques si è scoperto “inspiegabilmente” ritrovato davanti alla vita e alle sue violente contraddizioni. «Non conosco tutte le risposte», egli confessa alla fine dell’esperienza, eppure avverte che «le anime hanno un posto».

Era “morto” al ritorno da un viaggio in cui un suo collega era stato disintegrato da una bomba, e a ridosso dei titoli di coda torna in quei luoghi di distruzione e disumanità con occhi nuovi: silenziosi ma aperti, non definitivi ma in ascolto. Durante il suo lavoro in Francia, come membro di una commissione intenta a verificare l’effettività delle apparizioni della Vergine Maria ricevute da una giovane orfana e novizia di nome Anna (bravissima, a proposito, anche Galatèa Bellugi), Jacques ha visto il cristianesimo oltre le apparizioni, i suoi quotidiani miracoli oltre quelli da verificare in commissione. Non ha potuto non complimentarsi con padre Borrodine – il sacerdote che segue da vicino Anna, con amore sincero – quando questi, citando papa Francesco, ha incollato i fedeli alle proprie responsabilità durante un’omelia.

La limpida amarezza con cui il sacerdote ha descritto il nostro tempo, omicida seriale delle relazioni umane, ha colpito molto Jacques: «Che mondo è quello in cui dobbiamo imparare a vivere – domanda il prete –? Chi tra noi ha ancora il coraggio di sentirsi responsabile della sofferenza altrui? Se vediamo un fratello mezzo morto per la strada passiamo oltre. La cultura del benessere che ci ha portato a pensare solo a noi stessi, ci rende insensibili alle grida di aiuto degli altri. Ci hanno rinchiuso dentro bolle di sapone che forse sono belle, ma non hanno nessuna sostanza. Rappresentano l’illusione della futilità che ci porta all’indifferenza verso gli altri. Siamo caduti nel baratro della globalizzazione dell’indifferenza».

Anche se le apparizioni non fossero reali, già questa attenzione per la follia del presente, e la voglia di combatterla, bastano a Jacques per conoscere la bellezza di Cristo. Anche se poi, come tutti quelli umani, anche l’universo incontrato dal giornalista durante il suo lavoro è composto di persone, e quindi anche da una relazione inevitabile tra saggezza e fallibilità, tra luce e ombra, tra splendori e miserie.

«È uno che si è perso», dice sempre padre Borrodine di un altro sacerdote che ha inquinato di finzione la possibilità che le visioni di Anna fossero vere. Anche in quel caso, però, egli potrebbe aver agito con una sorta di buonafede malata, perché convinto, cioè, che le prove da lui costruite a tavolino potessero rafforzare la comunità che si era radunata attorno ad Anna, le persone che dalla testimonianza della ragazza avevano tratto sollievo, avevano alleviato il dolore, si erano riempite di gioia e di speranza.

È un film, L’apparizione, che racconta la fede come bisogno intimo dell’uomo, come sua sostanza strutturale, e perciò non si avverte mai quell’anticlericalismo, più o meno latente, che molto facilmente, spesso, caratterizza, l’incontro tra cinema e fede. È un film rispettoso di un mistero che per alcuni è ostacolo insormontabile, salita insostenibile, e per altri è pianura meravigliosa.

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