Covid-19 al Sud: l’emergenza innesca la fraternità

Il Sud argina l’emergenza sanitaria, ma deve fare i conti con un sistema economico debole ed una recessione che rischia di innescare problemi di sopravvivenza. Un piccolo esperimento di fraternità a partire da una sorta di #OperazioneStipendioFisso, che mette in moto testa, cuore, mani

Come affrontare l’attuale emergenza e prepararsi alla fase 2 ? Cosa lascerà, dietro di sé, questa situazione imprevista, questa minaccia ancora incombente? Migliaia di aziende sono al collasso, chiuse da un mese. Molti imprenditori non hanno più nessun ricavo e, per di più, devono sostenere spese e costi ingenti all’interno dei loro opifici.

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La Sicilia, con un sistema economico più debole rispetto al resto del Paese, rischia di pagare un prezzo troppo alto. Qui l’emergenza sanitaria fa registrare numeri meno alti rispetto alle regioni del Nord, ma molte famiglie sono ridotte alla fame. Per qualcuno, diventa un problema di sopravvivenza. Se non si muore di coronavirus, si può rischiare di morire di fame.

Piangono le aziende del settore floricolo, totalmente al collasso, gli allevamenti zootecnici, i caseifici. Sono colpiti gli operatori del turismo, della ristorazione, il settore alberghiero. Le aziende hanno lasciato a casa i loro dipendenti. Le misure di contrasto al coronavirus, avviate nel paese, rischiano di avviare anche qui e più che altrove una fase di recessione senza eguali. Crescono i bisogni, cui il governo sta cercando di dare delle prime risposte. Lo stesso stanno facendo la Regione e i Comuni. Tante associazioni di volontariato sono in campo con le iniziative più varie: dal donativo diretto a quello della “spesa sospesa” che, nelle grandi catene alimentari, può fare da catalizzatore per innescare la generosità.

La crisi sanitaria rischia, ancora una volta, di spaccare il Paese in due. Le difficoltà non ci sono (o sono comunque limitate) per chi lavora in settori strategici che sono rimasti attivi o che, addirittura, si sono incentivati, come accade per i produttori di dispositivi sanitari, dispositivi di sicurezza, detergenti, saponi, o per chi ha la certezza di uno stipendio fisso a fine mese, anche se ha dovuto affrontare alcune scelte obbligate come lo smart working o le ferie forzate. Ma c’è anche chi rischia di non arrivare a fine mese o, addirittura, di patire la fame. Una prova? Nell’isola le richieste al Banco Alimentare sono aumentate del 40%.

«Tutto questo ci ha fatto riflettere – spiega Salvatore Brullo, di Chiaramonte Gulfi –, queste situazioni di povertà estrema, di difficoltà improvvisa e inattesa, sono anche attorno a noi. Qualcuno, che conduceva un’esistenza serena, con un’azienda ben avviata, si è trovato improvvisamente sul lastrico. Le commesse cono crollate, i negozi sono chiusi, i bar e i ristoranti non lavorano. Chi ha uno stipendio fisso, invece, non ha queste difficoltà. Paradossalmente, in questo periodo di quarantena forzata, si spende meno e si realizza qualche risparmio, che può essere messo a disposizione di chi ha perduto tutto o ha serie difficoltà economiche».

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È un cambio di mentalità: dei piccoli gesti di quotidianità innescano un circuito virtuoso. Nell’emergenza è più che mai necessario puntare sulla fraternità. «Insieme a Maurizio, mio marito, abbiamo provato a guardare la nostra economia – spiega Angela Guccione –. Abbiamo capito che abbiamo alcuni risparmi: abbiamo utilizzato pochissimo l’auto, Maurizio è rimasto a casa per alcuni giorni dal lavoro, non siamo andati dalla parrucchiera e dal barbiere. Abbiamo calcolato quei piccoli risparmi: non sono nostri, potremo darli a chi ha perso tanto».

È accaduto così anche per altri. Anna ha dovuto rinunciare alla parrucchiera e all’estetista, lo stesso è accaduto per Antonella. Laura ha ricevuto una somma imprevista da chi aveva deciso di donare qualcosa in questo momento di emergenza, Salvatore ha risparmiato tanto sulla benzina, al lavoro ha portato con sé del cibo preparato in casa perché i bar vicini sono chiusi. Ed è accaduto così anche per altri. «Questa è economia di Dio, non economia nostra. Si tratta di cambiare la nostra ottica e guardare le cose da un diverso punto di vista: quello più giusto».

L’esperimento, partito da una piccola comunità del Sud Est siciliano, si allarga ad altre città. «È un’idea – spiegano, da Lamezia Terme, Cristiana Formosa e Gabriele Bardo – che può permettere di liberare quella “fantasia dell’amore” che ci fa sperimentare la provvidenza. Sappiamo che già da altre parti, come in Campania e a Potenza, sono nate altre iniziative simili».

In qualche comunità c’è chi si è messo a disposizione per accogliere, con grande riservatezza, le necessità e le disponibilità, in modo che nessuno rimanga da solo ad affrontare la crisi e chi ha più possibilità, dia a chi non ne ha.

Piccoli gesti e forse piccole somme, ma che innescano un circuito virtuoso. Un cambio di mentalità. Perché la storia dell’umanità non sarà più la stessa dopo il coronavirus. Molte cose cambieranno. E dovremo riconsiderare i nostri rapporti sociali, i rapporti con gli altri, sotto una luce nuova. Non serve camminare da soli, immersi in un egocentrismo spropositato. L’umanità si salva solo se cammina insieme e conduce insieme i propri sforzi. Quelli sanitari e quelli economici.

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