La famiglia e il tabù del Pil

Le semplici e chiare proposte dell'associazione famiglie numerose, in marcia nazionale il 6 dicembre a Roma, mostrano l'inadeguatezza del solo Prodotto interno lordo per misurare la ricchezza di una nazione.
Famiglia

Roma raccoglie cortei di ogni genere. È la piazza del Paese che chiede spesso alla politica ciò che questa non può dare. Il ritornello, quando si affrontano temi di giustizia sociale, è sempre lo stesso e ripete lo stato carente dei conti pubblici. Secondo un testo recente di famosi economisti come Alberto Alesina e Andrea Ichino, il nostro Pil è fortemente sottostimato perché non tiene conto del lavoro nascosto prestato nella famiglia definita «una formidabile unità produttiva» con un welfare sostanzialmente affidato allo stesso nucleo familiare  «con nonni figli e nipoti che vivono e si assistono gli uni con gli altri senza mai allontanarsi dal focolare». Un modello che bloccherebbe la mobilità sociale e quella geografica e perciò da considerare in maniera negativa, secondo questi studiosi, perché paleserebbe “un rifiuto del mercato” e della competizione. Per questa tesi, letteralmente, «la coesione familiare riduce la fiducia verso il mondo esterno alla famiglia, diminuendo anche l’attenzione verso il bene pubblico e quindi il "capitale sociale"». Molti lavori dovrebbero essere spostati all’esterno della famiglia, così da aumentare il valore della produzione nazionale e rimediare ad una bassa produttività che si traduce in salari e profitti più bassi.

 

Da una prospettiva decisamente diversa, e cioè dal valore da riconoscere al capitale sociale prodotto dalla famiglia con figli, nascono, invece, alcune semplici richieste dell’associazione famiglie numerose che, domenica 6 dicembre , daranno vita ad una mite e creativa manifestazione con partenza da piazza san Pietro e arrivo a piazza del Popolo:

  • Aumento del 50 per cento  degli assegni familiari per tutti i nuclei con almeno 4 figli fino a 26 anni di età, includendo tra i percettori anche i lavoratori autonomi.
  • Portare la detrazione per le famiglie numerose introdotta dal governo Prodi da 1200 a 2400 euro.
  • Riconoscere alla madre, lavoratrice o casalinga, per ogni figlio naturale, adottivo o affidato  riconosciuto, un bonus pari a tre anni di contributi previdenziali figurativi.
  • Cambiare sensibilmente i parametri dell’Isee che è l’indice cardine per riconoscere tariffe agevolate alle famiglie con figli

Il tutto secondo Costituzione Italiana, art. 31, che è bene sempre citare nella sua chiarezza: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose».

 

Tra l’altro, vista la crisi in atto, andrebbe forse anche rivisto il concetto per cui una famiglia si può definire “numerosa” solo se ha più di tre figli.

Intanto le famiglie numerose italiane continuano a detenere il record di povertà come certificato regolarmente dai dati Istat. Non si tratta, quindi, di fare qualche bel discorso, ma di individuare, numeri alla mano, misure di politica economica reali e praticabili,definendo le voci della finanziaria che andrebbero colpite per ottenere una redistribuzione improntata a giustizia.

Alcune amministrazioni locali si stanno già muovendo in tal senso, come il comune di Parma che, per primo, ha adottato un parametro innovativo di quoziente familiare.

Le famiglie non sono e non possono essere una lobby che lotta contro le altre, ma una risorsa per la società intera, il motore nascosto che il Pil non registra.

E allora, non è forse  proprio questo strumento di misura della ricchezza delle nazioni (il Prodotto interno lordo) che va cambiato? Lo propone, in Francia, la “Commissione sulla misurazione delle prestazioni economiche e del progresso sociale” nominata dal Governo e che vede la partecipazione di esperti mondiali, tra cui due nobel per l’economia: Joseph Stiglitz e Amartya Sen.

Una marcia di palloncini e pannolini potrebbe aiutare a far cadere il tabù del Pil e riconoscere che sono altri, e non il generico “familismo”, i freni del Paese, a cominciare dalla precarietà del lavoro e dal prezzo delle case.

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