La dea delle sorgenti

La scoperta di una archeologa getta nuova luce su un antichissimo culto pagano, presso la cittadina campana di Sarno
Un particolare dell'affresco del Larario del Sarno

“Mefitico”, ovvero: «che esala un odore malsano, nocivo e irrespirabile»; e in senso figurato: «che è pregno di corruzione morale». Così i dizionari a proposito di questo aggettivo. Non molti però sanno che esso trae origine da Mefite, dea italica associata alle acque e alla fertilità nei culti degli osci e dei sanniti, e in seguito, presso i romani, alla protezione dalle esalazioni nocive. Suoi luoghi di culto, caratterizzati quasi sempre da acque fluviali o lacustri, limpide o stagnanti nonché interessate da fenomeni vulcanici, sono stati rinvenuti in Campania, Lucania, al crocevia tra Molise, Lazio e Abruzzo, ma anche a Roma e più a nord: a Cremona e presso Lodi.

Per limitarci alla Campania, Mefite è oggetto di un approfondito saggio della archeologa Marisa de’ Spagnolis pubblicato da Phoenix, La dea delle sorgenti di Foce Sarno, saggio che ci trasporta alle pendici del monte Saro, propaggine occidentale di una catena a cavallo delle province di Avellino e Salerno. Qui dalla confluenza di tre rii ha origine – ancora incontaminato – il Sarno, fiume dal sinuoso percorso che ha sbocco nel golfo partenopeo non lontano da Castellammare di Stabia.

Punto di forza dello studio della de’ Spagnolis è l’esame minuzioso di un mai attentamente studiato tempietto pompeiano, quello noto come Larario del Sarno. Dipinto con fresca vena popolaresca, secondo l’autrice esso «fotografa, verosimilmente, la realtà dei luoghi». Il fiume, raffigurato secondo l’uso classico come una divinità maschile semisdraiata accanto ad un’anfora dalla quale sgorga un getto d’acqua, domina una vivace scena con attività di pesca e mercantili (carico, trasporto e pesatura di mercanzia lungo la riva), disposta su due piani: non mancano, fra i personaggi “umani”, due animali da soma. L’insieme testimonia gli intensi traffici che si svolgevano sul Sarno e la sua importanza come via di comunicazione tra il litorale e l’entroterra campano.

Grazie alla tecnica di ingrandimento al computer, non senza difficoltà l’archeologa ha potuto individuare, in una nicchia o grotta ai piedi della divinità fluviale, una figura femminile con polos (sorta di copricapo o corona) e bambino in braccio, specchiantesi in un laghetto: Mefite, appunto, la dea delle acque sorgive, ritenute sacre dagli antichi in quanto elemento primordiale della vita e simbolo di fertilità. Immagine materna di “colei che sta nel mezzo tra terra e cielo”, in seguito identificata dai romani con Giunone, ma anche con Venere e  Cerere, richiama quella di alcune terrecotte esposte con altri reperti in un museo della vicina Sarno,  cittadina il cui primo nucleo sorse nell’VIII secolo d. C. ai piedi del castello fondato dal duca longobardo di Benevento. Provengono esse da un deposito votivo scoperto negli anni Sessanta nell’area archeologica adiacente alle sorgenti, sul pendio di una collina dove i ruderi di un piccolo teatro ellenistico-romano suggeriscono – anche in seguito ad alcuni saggi di scavo condotti dall’autrice – l’abbinamento santuario-teatro per le sacre rappresentazioni, di cui abbiamo un esempio insigne a Pietrabbondante, in Molise.

Proseguendo la sua rilettura del larario dipinto, nella vegetazione che attornia la nicchia-tempietto l’autrice del saggio propone di riconoscere un lucus, un bosco sacro («di cui permane a tutt’oggi il toponimo “Area del bosco”»), rafforzando l’ipotesi di aver effettivamente identificato un sito dedicato alla dea Mefite.

Chi fa un’escursione alle sorgenti del Sarno non può fare a meno di notare, immerso nel verde d’un suggestivo parco fluviale, il santuario mariano per eccellenza di Sarno, dall’alto campanile. Secondo una tradizione che risale al tempo in cui il generale cristiano Narsete stava combattendo i goti (siamo nel 553), ad alcune donne venute qui ad attingere acqua apparve la Madonna col Bambino sotto l’ottava arcata dell’acquedotto claudio, che in questa zona correva su ponti-canali. «La vittoria cristiana – commenta la de’ Spagnolis – favorì la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna della Foce. L’iconografia della divinità pagana, rappresentata in una grotta, confluì direttamente in quella cristiana, a testimonianza di un culto e di un luogo già sacri da millenni».

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