Johnny Clegg: il ritorno dello zulù bianco

Le agiografie del music- business straripano di biografie molto romanzate. Ma ci sono anche storie vere che sembrano proprio dei romanzi. Tipo quella di Johnny Clegg. Nato in Inghilterra nel 1953, Johnny è figlio di un’emigrata dello Zimbawe: una cantante jazz di scarsa fortuna e dalla vita tumultuosa. Quando aveva appena un anno la famiglia si trasferì in Israele, e poco dopo in Sud Africa, poi nello Zambia, poi di nuovo in Sud Africa. Una vita difficile, vissuta spesso in baracche di periferia. Pur non essendo paragonabile a quella dei neri, la condizione di molti afrikaner (i contadini bianchi d’origine europea) non era certo una gran goduria, ma questa mancanza d’identità e di radici contribuì non poco a forgiare un temperamento e una vocazione artistica assolutamente estranea a qualunque cliché. L’incontro con la cultura zulu fu decisivo e segnò fin da subito il suo stile. Cominciò ad esibirsi e a girovagare per il Paese con l’amico Sipho Mchunu: altri anni raminghi ed impervi ma anche preziosissimi per definire la sua personalità artistica. I primi successi, in ambito locale, sono dei tardi anni Settanta, ma il botto planetario arrivò solo alla fine della decade seguente, con la band dei Savuka: un irresistibile mix d’energia rockettara e di spumeggianti sonorità africane che conquistò le classifiche di mezzo mondo. In pieno boom della world-music, Johnny, lo zulu bianco, sembrava destinato a un futuro da popstar planetaria. E così fu, per quasi un decennio. Ma l’Occidente si sa, si stanca presto delle novità esotiche, specie di quelle non disposte a sacrificare la propria coerenza e il proprio stile di vita sugli altari del business. Un giorno capitai a casa sua, a Johannesburg (c’era da organizzare una sua performance televisiva a Soweeto): troppo alla mano, esageratamente disponibile e normale, troppo poco strategico per essere una popstar credibile… Infatti, con l’inizio del nuovo millennio, pur continuando a fare dischi e tournée in giro per il mondo (sovente impegnato in pri- ma persona in molte iniziative umanitarie) la sua popolarità tornò se non proprio nelle nicchie, in ambiti molto più circoscritti. Poco a poco Clegg sparì dalle playlist radiofoniche, i suoi dischi divennero sempre meno reperibili, e il suo nome sempre meno appetibile per lo show-business. Ovviamente Johnny non ne fece un dramma: continuò la sua carriera con l’onestà, il rigore, e l’entusiasmo di sempre. Da poco però, grazie alla distribuzione dell’intraprendente etichetta Egea, Clegg è tornato ad affacciarsi anche sul mercato italiano: con un disco splendido, One Life, che riporta alle orecchie e al cuore tutta l’unicità del suo stile: melodie solari, ritmi coinvolgenti e testi sempre capaci d’andare in profondità, scavando tra i dolori, le miserie, e le ansie del mondo: il dramma dei bambini soldato, la fraternità interrazziale, la forza della famiglia, i problemi dell’emigrazione, le bulimie del benessere, le infinite lezioni dei proverbi africani. Parole semplici dove l’inglese s’interseca regolarmente con le lingue della sua terra; parole e note per dar fiato alla Speranza, tanto più credibili proprio perché supportate dalla coerenza di una vita. Sedici bellissime canzoni, godibili fin dal primo ascolto, e da chiunque: un biglietto da visita perfetto per chi ancora non lo conoscesse, e per chi volesse riscoprirlo come merita. Bentornato, amico Johnny CD Novità Gomez How we operate (Ato) Un ottimo album di brit-pop contaminato dal country-rock americano: a confermarli tra le realtà più fresche ed ispirate dell’asfittica scena inglese contemporanea. Avion Travel Danson Metropoli (Sugar) L’ensemble casertano torna sui mercati con un album tutto dedicato a Paolo Conte (ospite in un brano con la Nannini). Un progetto realizzato con intelligenza, eleganza, passione, e che va ben oltre l’esercizio di stile o la riesumazione revivalistica.

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