Israele Palestina, due Stati e due popoli per non restare nel caos

Intervista a Sergio Bassoli, coordinatore dell'esecutivo di Rete italiana pace e disarmo, grande conoscitore del conflitto israelopalestinese e promotore della coalizione Assisi pace giusta lanciata nel 2020 per riprendere la soluzione Onu dei due stati per due popoli. Le ragioni perduranti e urgenti di tale prospettiva davanti al terrificante scontro bellico in Terra Santa
Bambini palestinesi davanti un murales nel campo profughi di Jenin, in Cisgiordania, (AP Photo/Mohammed Ballas)

Secondo una concezione stereotipata, i pacifisti sono persone staccate dalla realtà, fissate nel mondo dei valori astratti e intraducibili nel mondo concreto dove funziona solo la logica della forza e quindi delle armi.

Sergio Bassoli, coordinatore dell’esecutivo di Rete italiana pace e disarmo, è invece una delle persone che meglio conosce ad esempio la complessità della situazione martoriata della Terra Santa e proprio per questo non ha mai pensato di interrompere il proprio impegno per mantenere aperte le strade del dialogo tra israeliani e palestinesi.

È lui tra i maggiori artefici della coalizione Assisi pace giusta promossa nel 2020, in piena crisi pandemica, per mettere assieme associazioni, sindacati e istituzioni locali italiane, palestinesi e israeliane per rilanciare la soluzione dei due stati per due popoli, unica base possibile per uscire da una strada senza uscita destinata ad alimentare ulteriori conflitti come poi è emerso tragicamente con l’eccidio perpetrato il 7 ottobre da Hamas e dai bombardamenti israeliani su Gaza.

Da sindacalista esperto nel settore internazionale, Bassoli conosce bene tutte le contraddizioni che attraversano il dibattito della società civile, le polarizzazioni che spaccano coalizioni consolidate e la difficoltà nel mondo del lavoro di promuovere un’economia di pace costantemente sotto attacco del ricatto occupazionale.

Come è nato il tuo impegno sulla questione della Terra Santa?
Dopo aver lavorato in progetti di cooperazione in America Latina, sono rientrato in Italia, rientrando nella CGIL dell’Emilia Romagna nel  1993, ho scoperto che la era in corso un rapporto diretto con Abu George, il parroco di Betlemme, a partire dall’aiuto economico per gli anziani della comunità colpiti dalle conseguenze della prima intifada ( rivolta durata dal 1986 1993 contro l’occupazione dei territori palestinesi): sono stati aperti anche degli ambulatori sanitari gratuiti per la popolazione di Betlemme. Il parroco veniva anche spesso a Bologna. Quando nel 2020 abbiamo promosso l’iniziativa della coalizione Assisi pace giusta dove partecipano anche i comuni di Assisi e Betlemme, che sono gemellati tra loro, ho avuto modo di rincontrare via video Antony Salman , attuale sindaco della cittadina palestinese, che avevo conosciuto tra i più attivi della comunità parrocchiale.

Tracce di un bel lavoro fecondo….
Certo ma contrassegnato anche da momenti molto dolorosi come quello avvenuto nel 2006 quando un giovane italiano di Monterotondo, Angelo Frammartino, che partecipava ad un campo estivo con i bambini palestinesi di Gerusalemme, è rimasto ucciso in un agguato di un suo coetaneo palestinese che, un atto assurdo, di disperazione, sulle cui motivazioni si possono fare solo delle supposizioni, ma resta il  fatto che Angelo è morto e per tutti noi è stato e rimane un grande dolore.

Cosa stavate facendo in quel momento?
Ogni anno organizzavamo dei campi estivi per conoscere la realtà dei giovani palestinesi di Gerusalemme, per realizzare attività con i centri giovanili e per sostenere le iniziative di dialogo tra palestinesi ed ebrei israeliani alla torre del Fenicottero, un centro sociale palestinese collocato nella parte araba della città vecchia di Gerusalemme in immobile che gli israeliani che hanno tentato più volte di entrarne in possesso intentando cause per l’espropriazione. Era un luogo frequentato anche dalla Caritas di Gerusalemme e da associazioni israeliane della parte ovest della città che venivano per condividere delle attività sportive e culturali

Perché ne parli al passato? Il centro stato chiuso o requisito dal governo israeliano?
No, è ancora attivo per la comunità palestinese che lo difende strenuamente in sede giudiziaria, con il sostegno dell’Onu e anche di molte ambasciate occidentali, ma non esiste più la collaborazione con le associazioni israeliane. Sono diminuite notevolmente le esperienze di condivisione con l’affievolirsi della speranza di un futuro migliore e quindi della fiducia reciproca. Il procedere dell’occupazione dei territori palestinesi assieme alla discriminazione crescente ha fatto alzare le barriere tra le due popolazioni. È una condizione che incide in particolare sui giovani che vivono circondati da una violenza che è entrata anche all’interno delle famiglie palestinesi. Esiste un forte disagio sociale che porta all’abbandono scolastico, alla comparsa dell’alcolismo e all’uso di droga, praticamente quasi sconosciuta trent’anni fa, alla crescita del numero di matrimoni combinati con spose giovanissime. Insomma in 20 anni abbiamo assistito ad un progressivo peggioramento delle condizioni di vita nella società palestinese che considero una conseguenza di una situazione sociale e politica che appare senza vie di uscita.

È una condizione che assomiglia molto allo stato di depressione dei nativi statunitensi delle riserve indiane. Nasce da questo disagio l’attrattiva verso il terrorismo del partito di Hamas?
Occorre aver chiaro, a mio avviso, che Hamas è nato a metà degli anni 80 del secolo scorso, è una novità nella comunità palestinese, la cui crescita è il prodotto del fallimento del processo di pace, e sostenuto per distruggere l’unità palestinese ed alimentare una situazione di caos tale da impedire di avere le condizioni per definire una pace possibile senza più avere un interlocutore affidabile in Palestina. Dall’altra parte la coalizione che sostiene il governo israeliano di Benjamin Netanyahu è formata da componenti estremiste che da oltre 20 anni negano la stessa esistenza della questione palestinese e sostengono l’insediamento massiccio di coloni ebrei nell’area C della Cisgiordania e nella cintura di Gerusalemme che secondo gli accordi di Oslo del 1993 doveva passare sotto il controllo esclusivo dell’Autorità nazionale palestinese.

E invece cosa è accaduto da quell’accordo firmato da Arafat e Shimon Peres?
Che i coloni presenti sul territorio affidato all’autorità palestinese sono passati da 300 mila persone nel 1993 a oltre 700 mila unità odierne che hanno fondato delle vere e proprie città grazie al sostegno finanziario di una rete internazionale e all’appoggio dei governi e dell’esercito israeliano per garantire la loro sicurezza.

Proprio la concentrazione dell’esercito a sostegno dei coloni avrebbe sguarnito la frontiera con Gaza secondo molti analisti ..
Credo che sia stata una strategia di Hamas, quella di lasciare dormiente Gaza attizzando la tensione sulla Cisgiordania, per poi lanciare l’attacco improvviso e di massa dalla Striscia di Gaza.

Ma come ha fatto Hamas ad armarsi con tali strumenti se oltre i confini sigillati, anche marini, di Gaza hanno difficoltà ad entrare componenti essenziali come medicine e il cibo?
Passa poco o nulla dai valichi in superficie controllati dall’esercito israeliano e, a Sud, dalle forze armate egiziane e da quelle internazionali compresi i nostri carabinieri di servizio al valico di Rafah. Funziona molto bene, invece, il sistema sotterraneo dei tunnel. Una vera e propria città sotterranea. Parte tutto dall’Egitto dal villaggio di Al Arish e zone imitrofe

Esiste dunque la connivenza delle autorità egiziane?
Più che connivenza, è più corretto dire che i quell’area prossima a Gaza sfugge al controllo delle autorità egiziane, è una terra di nessuno, dove imperversano ed agiscono gruppi armati, mafie locali, contrabbando di ogni tipo.

E allora perché Israele non bombarda questa area?
La questione è complessa perché è noto, che le autorità israeliane, di fatto, hanno tollerato queste forniture che si sanno destinate ad Hamas o, al meglio servono a mantenere lo status quo. È un interesse strategico alimentare una componente di instabilità sul fronte palestinese che crea uno stato di tensione e militarizzazione nel Paese tale da giustificare certe politiche di sicurezza nazionale. È stato un gioco pericoloso credere che tale componente restasse sotto controllo militare e incapace di compiere quello che ha fatto il 7 ottobre.

Resta il fatto che Hamas è sostenuto dall’Iran e riceve finanziamenti da ambienti del Qatar..
Certo nasce da quell’area politica sunnita collegata alla rete dei Fratelli musulmani che riceve aiuti dal Qatar ma che per ragioni strategiche regionali viene sostenuto anche dal regime sciita dell’Iran che controlla l’organizzazione degli Hezbollah in Libano.

In tale contesto come è possibile sostenere ancora la soluzione dei due stati per due popoli? Ciò che resta della Palestina non ha continuità territoriale e l’Autorità nazionale palestinese è in mano ad una leadership definita da molti come non autorevole e fittizia perché sottomessa al governo israeliano. Vale solo come affermazione di diritto solo teorica?
Credo invece che proprio davanti al caos in atto sia sempre più importante affermare tale principio dei due stati per due popoli perché è il quadro giuridico internazionale che ha questa impostazione dal 1947 ad oggi, confermata dalle numerose risoluzioni dell’Onu. Ciò vuol dire il riconoscimento dello Stato d’Israele da parte dell’Onu nel 1949 e la costituzione dello Stato di Palestina sul territorio antecedente alla guerra del 1967. È a partire da questo quadro generale che l’Olp ha riconosciuto lo Stato di Israele nel 1988, mentre Oslo 1993 resta l’unico accordo in cui entrambi le parti riconoscono la necessità dell’esistenza dei due stati con l’impegno alla costituzione dello Stato di Palestina entro 5 anni dalla firma dell’accordo stesso.

Ma l’accordo di Oslo non è poi fallito?
Resta il fatto che il rapporto tra il governo israeliano e l’Autorità nazionale palestinese resta regolato da quell’accordo. Oggi quello che abbiamo e di cui dobbiamo esigere l’applicazione per fermare la violenza è qualcosa che esiste ed è stato approvato dalle parti in causa e riconosciuto dalle Nazioni Unite. La Palestina è stata inoltre riconosciuta come stato osservatore in seno all’Assemblea dell’Onu ma non ancora come stato membro di pieno diritto . Se oggi accetto l’impossibilità dell’esistenza dello Stato di Palestina cado nel vuoto, senza alcun riferimento a fonti internazionali e accordi tra le parti, e quindi metto in discussione anche la costituzione dello Stato di Israele. Si apre un baratro. È la fine di tutto.

Ma, di fatto, non esiste l’esigenza di capire come gestire il riconoscimento della statualità palestinese per come è ridotta oggi?
Certo. Sappiamo tutti, e in primis l’intelligenzia e l’area più avanzata democraticamente del popolo palestinese, che occorre andare verso la formazione di un solo stato. Ma si tratta di una prospettiva oggi ancor più visionaria e un obiettivo delle prossime generazioni nel pieno riconoscimento dei diritti dei cittadini dei due popoli. Oggi è una follia, impossibile da realizzare. Israele per primo non può rinunciare alla sua struttura attuale per cercare un accordo con i palestinesi con i quali non riesce neanche a regolamentare la definizione di due stati

Il parlamento israeliano ha definito nel 2018 Israele come “casa nazionale del popolo ebraico” mentre nell’opinione pubblica israeliana cresce, dopo il 7 ottobre, il timore di avere uno stato nemico in Cisgiordania da dove possono partire attacchi più letali di quelli da Gaza…
A coloro che si esprimono in tal modo va fatta una domanda: va riconosciuto o meno un diritto ad esistere ai palestinesi? Sappiamo che la società israeliana, dove il 20 % è arabo, è spaccata al suo interno. Ogni anno vanno alle elezioni per varare governi che hanno maggioranze risicate (61 parlamentari su 120 dell’unica Camera esistente, la Knesset). La maggioranza dell’opinione pubblica è stata finora a favore dell’accordo con i palestinesi, ma è evidente che tutto può cambiare dopo l’eccidio del 7 ottobre. La priorità per loro oggi è quella di salvare gli ostaggi.

Dall’altra parte il bombardamento israeliano su Gaza, con l’uccisione in massa della popolazione civile, genera orrore in tutto il mondo, si è dimesso il rappresentante Onu per i diritti umani, e porta inevitabilmente alla radicalizzazione della resistenza palestinese in un orizzonte dove la pietà umana scompare. Che fare?
I parenti dei rapiti sono i primi a sapere che l’azione militare di Israele mette in pericolo la vita degli ostaggi oltre a fomentare l’odio contro Israele. Sarebbe interessante fare un sondaggio per conoscere l‘adesione popolare all’azione militare decisa da Netanyahu.

Hanno detto che vogliono la vendetta e non si fermeranno davanti a nessun ostacolo. «Combattiamo contro degli animali umani e agiamo di conseguenza», ha detto il ministro della Difesa di Israele Yoav Gallant annunciando l’assedio totale di Gaza…
Credo invece che può accade come già avvenuto altre volte, ad esempio in Libano, e cioè che una mattina, senza preavviso, l’esercito decida di fermarsi e ritirarsi. Tutto può succedere. Anche che esploda tutto il quadrante Medio Orientale con effetti a catena imprevedibili. Bisogna vedere chi tira le fila della guerra fino a quando è disposto a rischiare. Purtroppo manca una forte azione di mediazione della comunità internazionale e in particolare dell’Europa, come già accade con la tragedia ucraina. Perché in caso di un auspicabile cessate il fuoco occorre avere una nuova leadership in Israele, dove Netanyahu appare screditato, e per i palestinesi.

I Paesi europei hanno votato in maniera diversa in merito alla risoluzione Onu di cessate il fuoco. L’Italia si è astenuta perché, ha affermato, che nel testo manca la condanna esplicita di Hamas. Una scelta equilibrata secondo Minniti…
A me è sembrata, invece, una scelta errata perché la priorità deve essere quella di fermare le uccisioni della popolazione civile e comunque nel testo c’è la condanna degli atti di violenza.

Si può essere critici verso l’ideologia sionista senza per questo essere antisemiti?
Credo che sia impossibile per un ebreo israeliano non essere sionista, come rivendicazione di uno stato per il popolo ebraico, ma ciò che conta è il riconoscimento o meno del diritto dei palestinesi ad avere un loro stato.

In questo clima di orrori accade che anche gli ebrei che sono contro l’occupazione dei territori palestinesi avvertono crescere un preoccupante risentimento antisemita…
È veramente un momento difficile per tutti coloro che non si piegano alla logica dello scontro. Anche gli israeliani che pure hanno fatto il servizio militare per tutelare il loro stato e fanno parte della riserva, ma hanno maturato la convinzione del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, sono visti come traditori da chi rivendica Israele esclusivamente come stato nazionale del popolo ebraico. Allo stesso tempo sono considerati traditori anche i palestinesi che pur vivendo in un territorio sotto occupazione vogliono mantenere vivo il dialogo e la collaborazione con gli israeliani che riconoscono e rispettano i loro diritti.

Anche coloro che promuovono la realtà come il parent circle family forum ( familiari di soldati e militanti morti in conflitto che sostengono la condivisione del dolore e la riconciliazione, ndr)  sono esposti ad un giudizio negativo dei rispettivi gruppi di appartenenza e vivono l’emarginazione.

Si tratta di dare voce a questa umanità che resta dentro un conflitto senza fine. Per questo motivo non riusciamo in questo momento a partecipare alle tante manifestazioni che si svolgono rispettivamente, in Italia, a favore di Israele o della Palestina perché noi condanniamo la violenza da qualsiasi parte venga esercitata. Chiediamo che venga posta fine ad ogni carneficina, che venga riconosciuto il diritto dello stato di Palestina come quello di Israele e che venga giudicato per crimini di guerra chiunque si sia macchiato di tali atrocità, da una parte e dall’altra. In tal modo crediamo di poter incontrare ogni palestinese o israeliano che ha maturato la consapevolezza che il vero nemico non è quello che si trova nella sponda opposta ma chiunque è contro la pace.

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