Isola Maurizio, sperduta nell’Oceano indiano

Francesco va nella periferia più periferia, in un piccolo arcipelago dove le culture, le lingue e le civiltà si sommano e convivono. Le beatitudini dicono cos’è il cristiano.

Qualche ora appena, otto ore scarse, sono quelle che papa Francesco trascorre nell’Isola Maurizio, a più di due ore d’aereo dal Madagascar, dove di buon’ora si è trasferito per incontrare la locale comunità cattolica, ma non solo.

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L’isola – neanche un milione e mezzo di abitanti su un arcipelago di tre isole – è in effetti un concentrato di incroci culturali, razziali e religiosi, tant’è che accanto a una metà abbondante della popolazione di origine indo-pakistana e induista, vi è una forte presenza cristiana, circa un quarto della popolazione, e una cospicua rappresentanza musulmana (circa il 17 per cento). Senza dimenticare alcune religioni tradizionali, buddhismo e altri credo ancora. Un Paese che ha conosciuto una fortissima crescita economica per via del turismo sviluppatosi nella fine del XX secolo e all’inizio del XXI, ma ora sottoposta a vari condizionamenti del crescente liberismo.

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Nella folla di 100 mila persone che affolla lo “strano” sito della celebrazione – il monumento a Maria regina della pace nella capitale Port Louis, nel Nord dell’isola, un prato in forte ascesa, al culmine del quale è stato installato il palco per la Messa, c’è di tutto, accanto alla presenza dei cattolici. Breve florilegio di incontri nella folla: «Ho atteso questo momento da un anno come una benedizione» (Louis, 23 anni); «Prego per Francesco perché sta cambiando il mondo» (Marlène, 38 anni); «Il papa è di tutti, e oggi io mi sento cattolica» (Aisha, indù, 55 anni); «Sono qui nel nome del comune Dio clemente e misericordioso» (Ahmed, 67 anni, musulmano); «Non sono credente, ma gli impiegati dell’azienda turistica in cui lavoro mi hanno convinta a venire. Non mi dispiace per nulla, ritrovo la fede di mia nonna» (July, 33 anni, francese).

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Dal sito si può ammirare un concentrato di quello che è quest’isola straordinaria: si vede il porto e dietro il mare con le sue bellezze coralline, le montagne bizzarre di queste terre fanno corona al sito (c’è una cima che sembra un dito levato al cielo, e un’altra che pare una bocca spalancata ad aspettare l’acqua del cielo), la città completa il quadro, con le sue residenze signorili, quelle popolari, i grattacielini e le catapecchie. È in questo contesto che arriva il papa, affaticato dopo una settimana di viaggio ma sempre volitivo e coraggioso, e il sole arriva dopo momenti di pioggia leggera. Una suora si sbilancia: «È il movimento dello Spirito Santo». Inutile dirlo, nella folla c’è entusiasmo a carrettate.

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Comunque il tutto è suggestivo, indubbiamente. I canti sono allegri, ritmati, la scena è dominata da un grande muro di fiori gialli e bianchi, ovviamente.

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Le letture fatte in francese, in creolo e in hindi, mostrano da sole il complesso mondo mauriziano. E il papa parla di beatitudini che sono «la carta d’identità del cristiano». E presenta così la figura del cristiano più venerato di queste terre, sulla cui tomba il pomeriggio si fermerà in preghiera: «L’amore per Cristo e per i poveri segnò la vita del beato padre Laval, in modo tale da proteggerlo dall’illusione di compiere un’evangelizzazione “distante e asettica”. Sapeva che evangelizzare comporta farsi tutto a tutti: imparò la lingua degli schiavi appena liberati e annunciò loro in maniera semplice la Buona Notizia della salvezza. Ha saputo radunare i fedeli e li ha formati ad intraprendere la missione e creare piccole comunità cristiane in quartieri, città e villaggi vicini, piccole comunità molte delle quali sono all’origine delle attuali parrocchie. Era sollecito nel dare fiducia ai più poveri e agli scartati, in modo che fossero i primi a organizzarsi e trovare risposte alle loro sofferenze». Il pubblico applaude, padre Laval qui è amatissimo e veneratissimo.

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Parlando sempre del suo «slancio missionario», Bergoglio sembra voler mettere il dito nella piaga dell’attuale situazione dei cattolici mauriziani, l’invecchiamento della comunità e la tentazione dell’accontentarsi di quello che si ha: «Lo slancio missionario ha un volto giovane e capace di ringiovanire. Sono i giovani che, con la loro vitalità e dedizione, possono apportare ad esso la bellezza e la freschezza tipica della giovinezza, quando provocano la comunità cristiana a rinnovarsi e ci invitano a partire verso nuovi orizzonti». Il mio vicino, un giovane dell’accoglienza, applaude, fa cenno di sì con la testa, mi stringe la mano nel suo entusiasmo. «Ma questo non è sempre facile – continua il papa –, perché richiede che impariamo a riconoscere e fornire ad essi un posto in seno alla nostra comunità e alla nostra società». Giovani che risentono maggiormente della disoccupazione che rende incerto il loro futuro, «che li spinge fuori strada e li costringe a scrivere la loro vita ai margini, lasciandoli vulnerabili e quasi senza punti di riferimento davanti alle nuove forme di schiavitù di questo secolo XXI».

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Ed ecco il compito della comunità cristiana: «Invitarli a trovare la loro felicità in Gesù, non in maniera asettica o a distanza, ma imparando a dare loro un posto, conoscendo il loro linguaggio, ascoltando le loro storie, vivendo al loro fianco, facendo loro sentire che sono benedetti da Dio». E invita i presenti a smuovere le proprie coscienze: «Per vivere il Vangelo, non possiamo aspettare che tutto intorno a noi sia favorevole, perché spesso le ambizioni del potere e gli interessi mondani giocano contro di noi». L’antidoto è la felicità, niente meno: «Solo i cristiani gioiosi suscitano il desiderio di seguire quella strada. La parola “felice” o “beato” diventa sinonimo di “santo”, perché esprime che la persona fedele a Dio e che vive la sua Parola raggiunge, nel dono di sé, la vera beatitudine».

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È questo messaggio che il papa rivolge in una delle periferie più remote del mondo, ma rivolgendosi a tutti i cristiani del pianeta. Lo ha ripetuto altre volte nel corso di questo viaggio in Mozambico, Madagascar e Maurizio: il cristiano non deve aver paura di vivere il Vangelo, di testimoniarlo e di far sì che esso diventi fonte di progressiva umanizzazione della società. Un Vangelo concreto, che non lesina nel coraggio di dare. È quanto ripete anche negli altri appuntamenti all’Isola Maurizio. Al solito, il papa lancia i suoi messaggi dai luoghi più impensati, remoti, dimenticati. È una delle sue grandezze.

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