Iran, avanzano Coronavirus e conservatori

Non cessano gli “tsunami” sulla società iraniana: dopo la grave vicenda del generale Soleimani e dell’aereo ucraino abbattuto per errore, ecco il Covid-19 e il trionfo dei “duri” del regime alle elezioni

In questi giorni i media occidentali sottolineano l’avanzata in Iran del contagio da Coronavirus molto più di quella dei conservatori alle elezioni politiche. I due fatti, di per sé molto diversi, sono in qualche modo collegati da un unico effetto: l’aumento dell’isolamento internazionale del Paese.

Sotto il profilo sanitario è emblematica la vicenda del vice ministro alla salute Iraj Harirchi, che dopo aver negato che i morti da contagio a Qom siano oltre 50, come aveva affermato un altro politico iraniano, è risultato lui stesso positivo al Covid-19, e si è messo in quarantena. La Premio Nobel iraniana Shirin Ebadi, che vive in esilio all’estero, sostiene che «da due settimane si parlava dei sintomi del Coronavirus nel Paese, ma le autorità non l’hanno annunciato perché temevano che l’allarme avrebbe frenato la partecipazione al 41° anniversario della Rivoluzione islamica», e forse anche l’affluenza alle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea consultiva (Majlis), il Parlamento iraniano composto da 290 deputati, eletti su base prevalentemente territoriale.

Ufficialmente i contagiati (a Qom e a Teheran) sono un centinaio e i morti 15, ma ci sono molti dubbi su quale sia realmente la situazione. Comunque, il ritardo nel prendere provvedimenti per arginare il contagio, dovuto soprattutto ai pellegrinaggi di fedeli sciiti, ha provocato la chiusura delle frontiere e la cancellazione dei voli da e per l’Iran da parte di molti Paesi. Numerose persone provenienti dall’Iran e risultate positive al test per il Covid-19 sono state rilevate in Iraq, Arabia Saudita, Libano, Emirati, Kuwait, Bahrein, Afghanistan e Canada.

Il voto (secondo dati non ancora ufficiali) ha sancito una schiacciante e prevedibile vittoria dei conservatori (221 seggi su 290) fedeli alla linea dura della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, decretando al contempo la pesante sconfitta dell’attuale presidente della Repubblica islamica, il moderato Hassan Rouhani. In questo senso l’esito elettorale è un segnale di svolta anti-riformista, anti-Usa e anti-Occidente (con l’Ue grande assente cronica), e una reazione alla politica intransigente del presidente statunitense Donald Trump. I maggiori consensi elettorali alla persona li avrebbe raccolti Mohammad Baqer Ghalibaf, che pone così una forte opzione alla presidenza del Parlamento. La carriera di questo 58 enne ex ufficiale pilota più che emergente, è abbastanza indicativa: comandante dell’aeronautica delle guardie rivoluzionarie (i pasdaran) dal 1997 al 2000, capo della polizia dal 2000 al 2005, sindaco di Teheran dal 2005 al 2017.

La sconfitta dei moderati guidati da Rouhani è anche la conseguenza di mancate promesse elettorali, dell’incremento del divario socio-economico, dell’inflazione galoppante, dell’aumento del prezzo dei carburanti e della violenta repressione delle manifestazioni di protesta, che Amnesty International valuta in almeno mille morti ma che Rouhani ha sempre negato, criticando anche gli stessi movimenti di protesta. La sconfitta dei moderati è certamente legata a questa situazione interna, che però deve molto alle sanzioni statunitensi. Si potrebbe quasi affermare, anzi, che la spinta decisiva alla sconfitta della linea moderata e, pur con errori e ambiguità, aperta al dialogo, sia stata indotta proprio dalla politica anti-iraniana di Trump (culminata nell’eliminazione del generale Soleimani a gennaio scorso) e dei suoi principali alleati regionali: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Israele.

Ma le indicazioni che emergono dal contesto del voto sono anche altre, non meno importanti. Un primo dato evidente è la scarsa affluenza, meno del 43%, il dato più basso degli ultimi 40 anni e segno piuttosto evidente che molti elettori non hanno voluto recarsi alle urne.

Un altro elemento di rilievo è la non ammissione alle liste elettorali (da parte di una commissione di controllo composta di teologi e giuristi) di molti aspiranti candidati, soprattutto riformisti. Secondo l’Agenzia Reuters è stata esclusa quasi la metà dei circa 14 mila candidati presentati complessivamente dagli 82 partiti nazionali e dai 34 provinciali iraniani, tutti più o meno coalizzati in più ampie formazioni politiche.

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