Io sono di Dio

Ci sono cose nella vita che non si improvvisano. Tra queste, la morte: il momento del passaggio all’altra vita. È il momento in cui normalmente prevarrebbero i nostri istinti, primo tra tutti quello alla conservazione. Ma in un’anima che per tutta la vita ha cercato di dominare sé stessa per amare il prossimo, per trasformare in amore tutto il suo essere, prevalgono invece, se è possibile l’espressione, gli istinti soprannaturali, perché sa dare spazio alla grazia anche in una circostanza drammatica come la morte. E le circostanze della morte di Alberto lo sono state particolarmente. La frase rivolta agli assassini negli ultimi e terribili istanti di vita: Io sono di Dio… la mia, la tua, la nostra vita vale di più che qualsiasi altra cosa. Se rovinate la mia vita, rovinerete anche la vostra, fa pensare che anche in quel momento di martirio Alberto sia riuscito ad amare, a testimoniare Dio a due poveri sciagurati. Questa frase, infatti, è rimasta impressa nella mente di uno di loro, spingendolo al pentimento. È un brano, questo, tratto dalla introduzione di Hans Jurt al librotestimonianza Io sono di Dio, che Gustavo Clarià ha dedicato alla figura dell’amico Alberto Fernández, giovane medico focolarino di origine uruguayana ucciso in Brasile, a scopo di rapina, da due militari ai quali, con la sua consueta generosità, aveva dato un passaggio in auto. Una vicenda, quella di Alberto, apparsa a suo tempo anche su queste colonne (cf. Città nuova n. 24/2002), appena conosciuto quel delitto tanto più assurdo in quanto il bottino aveva fruttato agli assassini solo qualche diecina di reais (l’equivalente di 10 euro). Eccola in breve. Il 19 ottobre 2002 Alberto, 39 anni e in Brasile per un master in malattie tropicali, dalla città di Bauru, nello stato di San Paolo, si avvia in macchina verso Votuporanga, dove è atteso per un incontro dei Focolari. Purtroppo non vi arriverà mai e la sua auto verrà ritrovata giorni dopo, abbandonata sul ciglio della strada. Dov’è Alberto?, è la domanda angosciosa che tutti, nella comunità e nella sua famiglia, vanno ripetendosi. Due settimane dopo la scomparsa del giovane, la tremenda notizia: il suo corpo è stato rinvenuto in una piantagione di canna da zucchero, le mani legate dietro la schiena e sgozzato come un agnello. A distanza di una settimana dall’efferato delitto, i responsabili faranno un’altra vittima. Caduti finalmente nelle mani della polizia, confesseranno i loro crimini. Profonda la commozione nella comunità mondiale del movimento, ma ampia la risonanza anche nei media brasiliani: e ciò grazie alla stima e all’affetto che questo giovane medico impegnato in una importante ricerca sull’Aids ha saputo suscitare – per la sua capacità di vivere l’altro in modo semplice, gioioso, umile – in gente d’ogni condizione. Soprattutto poveri ed emarginati: per sollevare, infatti, la loro condizione e dare il proprio contributo ad una società più giusta, fin da ragazzo aveva sognato di diventare medico. Questa sua disponibilità aveva preparato anche il terreno per rispondere alla successiva chiamata a donarsi a Dio nel focolare. Con slancio, oltre i limiti umani che pure gli pesavano. Trascorso un periodo a Fontem, la cittadella africana dei Focolari nel Camerun occidentale, e un altro a Montevideo, per assistere la madre gravemente ammalata, la trasferta a Bauru, per specializzarsi in malattie tropicali presso la vicina facoltà di Botucatu. Si resta stupiti costatando quello che, nei due anni e mezzo di permanenza in Brasile, questo giovane così sensibile alla sofferenza umana e, insieme, alla bellezza (nei momenti liberi dipinge anche quadri) riesce a portare avanti oltre al proprio lavoro di medico e di ricercatore: il suo zelo evangelico spazia infatti dai giovanissimi alle famiglie, agli anziani, ai colleghi, ai carcerati, ai seminaristi, ai sacerdoti… viaggiando per incontrarli fino al Mato Grosso; è inoltre impegnato in iniziative ecumeniche e in una commissione diocesana per l’educazione. Di tutto ciò è testimonianza la biografia edita da Città Nuova. L’autore, un argentino attualmente a Montevideo in qualità di corresponsabile del Movimento dei focolari per il Paraguay e l’Uruguay (nonché direttore dell’Editrice Ciudad Nueva dei due Paesi sudamericani) ripercorre le due lunghe settimane di affannosa ricerca di Alberto fino alla tragica conclusione; dando voce a quanti l’hanno conosciuto più da vicino ed alternando flashback in cui prende la parola lo stesso Alberto attraverso i suoi scritti. Quasi una passio moderna in cui scoprire, al tempo stesso, il filo d’oro che lega ogni tappa. La conclusione: tutto è amore, e per amore vale la pena giocarsi tutto. Fino al martirio, come si accennava nell’introduzione al libro. Del resto la stessa Agenzia Fides, l’organo ufficiale della Chiesa cattolica che pubblica ogni anno l’elenco dei suoi martiri, segnala Alberto come unico laico in quello del 2002.

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