Insicuri, instabili, impauriti. Sì, ma

Gli ultimi avvenimenti, da Nizza a Istanbul a Baton Rouge, ci lasciano sgomenti. Abbiamo l’impressione che un demone onnipotente stia giocando alla roulette con l’umanità. Ma non tutto è così irrazionale e ingovernabile come sembra
Bad News © Michele Zanzucchi 2016

Avevo previsto un lungo weekend di riposo, ma gli eventi mi hanno fatto cambiare programma: prima Nizza, nella notte tra giovedì e venerdì, poi il fallito golpe in Turchia, nella notte tra venerdì e sabato e infine ieri, domenica, la vicenda dell’agguato a Baton Rouge ai tre poliziotti statunitensi uccisi da un afroamericano. Il giornalista in fondo non ha mai riposo, è pagato per seguire sempre gli eventi, giorno dopo giorno, come dice appunto il nome stesso della nostra professione.

 

La vicenda del vostro cronista è totalmente secondaria rispetto alla realtà, che ci parla anche di un misterioso attacco a Yerevan, in Armenia, a tensioni senza fine a Gerusalemme e dintorni, alle inquietudini crescenti in Bangladesh e nel vicino Kashmir, alle poco conosciute tensioni in Burundi, alla grave situazione in Centrafrica, ai nuovi attentati a Mogadiscio, alla guerra che non finisce in Yemen, alle migliaia di morti del Sud Sudan… Dove siamo finiti? Aveva proprio ragione il papa a parlare a Redipuglia, nel settembre 2015, di Terza guerra mondiale a pezzi. Ci siamo dentro fino al collo. Tanto più che i politici non sembrano aiutare nella soluzione dei conflitti, producendo ogni giorno nuove fratture, come la Brexit, come il referendum in Ungheria, come le elezioni in Austria, come le divisioni in Francia dopo gli attentati, giusto per rimanere nella nostra Europa.

 

E pensare che anni fa, sembrano secoli, si diceva che d’estate, nei mesi di luglio e agosto, non c’erano notizie, e che i cronisti dovevano darsi alla caccia di fatti di quartiere, come la morte di un gatto o il furto di una mela. No, oggi di materia ce n’è fin troppa, anche perché i mass media odierni sono tali da offrirci in istantanea tutto quanto avviene in qualsiasi angolo del mondo. Nella notte tra giovedì e venerdì eravamo tutti alla Promenade dei Anglais e nella notte seguente alla Istiklal Kaddesi. Potenza della diretta realizzata dai giornalisti o dai cittadini che si fanno giornalisti per un giorno.

 

Certamente questo bombardamento di news è psicologicamente atto a destabilizzarci, a darci l’impressione che un piano malvagio stia avvolgendo il pianeta intero, che il peggio stia per arrivare. E così immaginiamo complotti stratosferici, facciamo collegamenti incongrui tra eventi tra loro assolutamente separati, tendiamo a un pessimismo cronico. La spesso mal compresa “società liquida” di Zygmunt Bauman diventa uno stato mentale più che una lettura degli eventi.

 

Lo scrive un giornalista che dirige una rivista che, stando alla sua mission, lavora “in vista della fraternità universale”. Chi ci segue sui social network sa bene quanta gente ci sta criticando proprio per questo motivo. Non viene cioè considerata più valida l’affermazione sorprendente di Chiara Lubich dopo l’attacco alle Torri Gemelle: «Paradossalmente il mondo s’avvicina alla fraternità universale».

 

Non voglio difendere a tutti i costi un’affermazione che resta interamente nella maternità e nella responsabilità di chi l’ha pronunciata, ma vorrei giusto ripetermi tre o quattro piccole certezze, per capire (e per rassicurarci). Ad esempio, oggi siamo più interdipendenti di trent’anni fa, anzi inter-indipendendenti, come dice Pasquale Ferrara, neo ambasciatore italiano in Algeria. È un dato di fatto, per quanti muri erigiamo, ci conosciamo di più, sappiamo cosa vive il vicino, ma anche il lontano, ci emozioniamo per un piccolo “spiaggiato” in Turchia e piangiamo per i poliziotti morti in Louisiana. Il “mio” è “più tuo” di una volta e il “tuo” è “più mio” di anni fa.

 

Credo inoltre che non si possa negare il fatto che il mondo sia passato da una visione bipolare (prima della caduta del muro di Berlino) a un mondo monopolare (la stagione degli Usa “gendarmi del mondo”), per approdare a un pianeta multipolare, in cui i “Grandi” sono cinque, sei o sette: Cina, India, Europa, Russia, Usa, ma anche Turchia, ma anche Brasile, ma anche Indonesia… È questo un passo in avanti nella geopolitica e nella “democrazia globale”, anche se gli interessi particolari rischiano di far sembrare che vi sia un arretramento.

 

 

Ancora, le religioni sono tornate sulla scena politica internazionale, non solo per l’estremismo di matrice islamista, ma anche per la grande ventata di pace arrivata dai papi romani, per il movimento impressionante di crescita spirituale della Cina, per la rivalutazione di tanti culti tradizionali. La religione, anche nella letteratura politologica, sta passando da fattore di disgregazione e divisione, se non di conflitto, a fattore di cooperazione alla pace. Per costruire la pace non bastano i politici.

 

Infine, la cultura digitale sta promuovendo una collaborazione ai più diversi livelli che ha dello straordinario. Pensiamo ai ricercatori del mondo intero che lavorano insieme per dare risposte complesse alla società complessa nella quale ci troviamo a vivere. Pensiamo ai patrimoni culturali dei luoghi più remoti del pianeta che vengono messi in circolo semplicemente attraverso la mai conosciuta stagione dei viaggi di massa. Pensiamo alla impressionante moltiplicazione degli atti di solidarietà concreta provocati dalla rivoluzione digitale, dalla telemedicina al telelavoro.

 

Sì, siamo insicuri, instabili, impauriti. Ma cerchiamo ogni tanto di alzare lo sguardo e capiremo così che non tutto è assurdo e destinato alla dissoluzione. Teilhard de Chardin, il celebre studioso gesuita tra i maestri di papa Bergoglio, diceva che «il meglio finisce sempre per accadere e l’avvenire è migliore di qualunque passato». Un’idiozia, verrebbe da dire leggendo le notizie di Nizza, Dacca, Istanbul, Baton Rouge… Un’intuizione geniale, verrebbe invece da pensare alzando appena un po’ lo sguardo dallo schermo del nostro telefonino. Il cristiano non può dimenticare la speranza, non sarebbe più cristiano. Ma forse ogni persona è chiamata alla speranza.

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