Il vescovo che non molla mai

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Lo incontro nel Collegio urbaniano, dove aveva studiato da seminarista. Sulla terrazza aerea che dà su piazza San Pietro – una delle più belle al mondo -, l’arcivescovo di Baghdad quasi si commuove. L’avevo conosciuto nella sua città, nel 2003, subito dopo la fine dell’invasione statunitense. Oggi lo trovo segnato da dolore e fatica, meno ottimista. Ma, immancabilmente, conclude le sue risposte facendo riferimento alla speranza. Nel linguaggio semplice del pastore, senza astio alcuno, racconta il dramma d’un popolo e la tragedia dei cristiani. In un momento in cui purtroppo si parla poco d’Iraq, per la situazione militare di stallo o per rimozione psicologica; allorché si ignora il tentativo di privatizzazione del petrolio che paradossalmente continua a scarseggiare; mentre i kamikaze, anche minorati mentali, continuano a farsi esplodere e i politici locali non riescono a gestire le influenze dei potenti vicini e lontani… Città nuova vuole invece mettere il dito nella piaga, perché non si può abbandonare proprio ora un popolo sofferente come quello che vive sulle rive del Tigri e dell’Eufrate. Mons. Warduni, come descrivere oggi la situazione dell’Iraq? Non è certo buona, va di peggio in peggio. Da cinque anni non abbiamo fatto progressi verso la pace e la sicurezza. Anche dal lato delle infrastrutture le cose vanno male: l’elettricità manca anche dieci-venti ore al giorno, il gasolio non si trova, nonostante l’Iraq galleggi sul petrolio. E il costo della vita aumenta ogni giorno. Ma la questione più grave è quella dei rapimenti, delle autobombe, dei kamikaze. Il rapimento umilia le persone: tante volte si esigono enormi somme di riscatto, senza la certezza della liberazione. Noi ci aspettavamo progresso, pace, libertà, democrazia: non abbiamo nulla di tutto ciò. L’unica speranza è quella che riponiamo nel Signore, perché è soltanto lui che può illuminare la mente dei dirigenti per cercare le vie per uscire dal caos, per dare il coraggio ai cittadini iracheni di rimanere in patria. Perché quando non si è sicuri di tornar vivi a casa si cerca casa altrove. Com’è vista dalla popolazione la presenza delle truppe statunitensi? Certamente non positivamente, la gente cerca con cura di evitare contatti con i soldati occupanti. Bisognerebbe invece migliorare le infrastrutture, dare aiuti pratici, migliorare gli standard di sicurezza. Ma si fa altro. Il terrorismo viene solo da fuori? Veniva dall’estero: da tempo è un problema internazionale. Ma è anche una questione interna. Quando vengono catturati dei gruppi di terroristi, le loro identità sono sempre straniere e irachene, insieme. Cosa dire delle infinite tensioni tra sunniti e sciiti? Esistono, eccome, per interessi di potere. Le relazioni sono indiscutibilmente tese, ma preghiamo soltanto perché il Signore dia la forza a tutti di poter dialogare e mettere fine ai problemi della gente con una discussione veramente aperta, e poter così provvedere al bene comune. I più minacciati sono sempre e comunque i bambini… In questa situazione caotica, i piccoli crescono nella paura, spesso afflitti da malformazioni, da malattie incurabili e di origine sospetta, aggravate dalla forte scarsità di medici, perché tanti di loro sono scappati perché minacciati o maltrattati, uccisi o rapiti. Le scuole funzionano, malgrado tutto, ma il pericolo è costante. Avevamo tanti asili, ora sono pochi. Fiducia in Dio, quindi, ma non negli uomini? Finora abbiamo riposto la fiducia in Dio soltanto, perché non abbiamo visto uno sforzo decisivo per la pace in Iraq. Serve lo spirito cristiano dell’amore scambievole: bisogna volere il bene altrui come il proprio, amare l’altro come sé stesso. Questo manca proprio. La comunità cristiana continua ad assottigliarsi… La comunità cristiana è, né più né meno come tutto il popolo iracheno, a disagio. Si sopravvive quasi per miracolo. Ma, visto l’esiguo numero dei cristiani, la comunità patisce di più le difficoltà, specialmente in occasione dei rapimenti di sacerdoti e vescovi. Quindi il numero dei cristiani continua a diminuire, anche se non sappiamo i numeri precisi dell’esodo. Molti si rifugiano al nord, ma la maggioranza cerca rifugio in altri Paesi. Fino ad alcuni mesi fa l’emigrazione era anche forzata dalle minacce di chi voleva cacciarci: Dovete lasciare la casa, dovete diventare musulmani, dovete pagare un riscatto, dovete darci le vostre figlie…. Una tragedia. Ora questa pressione è diminuita, ma l’esodo continua. Se la situazione non si risolve, c’è il reale pericolo che l’Iraq si svuoti dei cristiani. Alle celebrazioni liturgiche c’è partecipazione? Sì, la gente viene a messa, soprattutto nelle feste. Certo, dobbiamo prendere delle precauzioni: niente più cerimonie notturne, niente più manifestazioni religiose all’esterno delle chiese. Tutto continua normalmente, tutte le funzioni religiose… Certo, un po’ siamo una Chiesa nelle catacombe, ma non cediamo alla paura. Anche da voi, come in altri Paesi musulmani, esiste il problema delle sette di origine protestante? È un problema grave quello delle formazioni religiose che si dicono protestanti, quelle sette che cercano di attirare gente con aiuti materiali, anche con coadiutori iracheni. Ciò irrita non poco i musulmani, soprattutto perché vengono dagli Usa. Cosa ha provato quando ha saputo dell’uccisione di mons. Rahho? Ho provato un grande dolore, una grandissima tristezza. Lo conoscevo benissimo, era un fratello. Nel 1954 eravamo entrati insieme in seminario, e per sei anni avevamo studiato assieme, fin quando sono venuto a studiare a Roma. Nel 2001 siamo stati fatti vescovi insieme. Sono stato incaricato di seguire le trattative per la sua liberazione. Una vera pena. Aveva problemi cardiaci gravi, e non gli sono state somministrate le medicine giuste, per cui è deceduto di morte naturale, anche se certamente la morte è stata indotta dalla mancanza di cure. So per certo che non voleva che si pagasse per la sua liberazione. Anch’io lo dico continuamente: nel caso in cui mi rapissero non bisogna pagare. Ma se poi non si tratta, tutti protestano. Purtroppo questa volta le cose sono finite male, malissimo, e abbiamo rischiato di non avere indietro neppure il suo cadavere. Ma ora, d’altra parte, c’è la consolazione di avere lassù un’altra anima pura, un protettore dal Cielo che prega per noi, perché veramente era un uomo che aveva dato tutto al Signore. Amava dire: Coi musulmani siamo fratelli. Lo ripeto anch’io. Come si svolge la sua giornata? Ricevo continuamente gente che ha bisogno di aiuto – per operazioni chirurgiche, per pagare l’affitto, per studiare – e celebro la messa pubblica ogni giorno. Esco spesso, per incontrare gente che ne ha bisogno, senza accompagnamento, perché è molto più pericoloso girare con la scorta che senza. Sei più individuabile, infatti. Ha mai ricevuto minacce? Dirette no, ma tutti noi preti e vescovi siamo minacciati. C’è sempre il pericolo di essere uccisi o rapiti, o di saltare per aria. Anch’io ho avuto delle esperienze terribili: una volta la mia auto è stata colpita da raffiche di mitra e mi sono salvato per miracolo. La macchina è rimasta crivellata di colpi, ma il Signore mi ha salvato. Altre due o tre volte ci sono state esplosioni nei pressi della mia chiesa, ma ringrazio Dio di essermela cavata. Comunque ho grande fiducia e speranza nel Signore e cerco di servire la mia nazione, il mio popolo. Esistono ancora contatti tra cristiani e musulmani in Iraq? Certamente, non si sono mai interrotti. Alcuni di loro vengono ancora da noi, ogni giorno, solamente per rassicurarci della necessità di andare avanti nella riconciliazione nazionale. Capiscono e capiamo che solo in questo modo possiamo andare avanti. Cosa possono fare i cristiani del mondo intero per quelli iracheni? Prima di tutto sensibilizzare chi ha potere perché la pace venga veramente promossa nell’Iraq, perché con retta coscienza lavorino per la riconciliazione. E che tutto ciò venga fatto presto, molto presto. Naturalmente, poi, debbono sensibilizzare al dialogo tra le nazioni e tra i popoli, tra le etnie anche. Naturalmente possono pregare. E se qualche aiuto pratico può essere inviato, che sia fatto attraverso i canali giusti. Bisogna poi smettere di pensare che i cristiani siano favorevoli agli occupanti: è sbagliato pensare così. Benedetto XVI e l’Iraq… Ogni suo intervento è benvenuto e ci incoraggia come nessun altro. Gli siamo molto riconoscenti quando chiede pace, sicurezza e rispetto dei diritti umani per l’Iraq. Speranza? Non muore mai. Viviamo con la speranza e della speranza. Non è facile immaginare soluzioni a breve termine, ma Dio può tutto, e quindi continuiamo a sperare. Cerco di vivere in me stesso la fraternità; la sento che emerge e cerco di trasmetterla fuori di me, perché si riesca a non essere più fanatici, senza fare distinzioni tra cristiani e musulmani. Bisogna amare tutti, dare a tutti, aiutare tutti. Tanti musulmani vengono a chiedere la grazia della riconciliazione nelle nostre chiese. A Maria.

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