Il sapore della libertà

Quella mattina la piazza, intrisa dal profumo della pastasciutta appena tolta dal fuoco, sembrava ancora più luminosa.
La famiglia Cervi
Quella mattina la piazza, intrisa dal profumo della pastasciutta appena tolta dal fuoco, sembrava ancora più luminosa. Si era deciso di dare fondo alle provviste, al burro rimasto dall’inverno, alle forme preziose di formaggio. Le donne avevano preparato pasta in grande quantità, da trasportare con il carro e grandi bidoni per il latte, fino alla piazza del paese. Da tutta Gattatico, da Campegine, fin da Cella, erano accorsi in tanti, in quella giornata estiva. Era il 25 luglio del 1943. La notizia della caduta del fascismo correva di bocca in bocca, nell’incredulità generale. Anche la famiglia Cervi insieme ad altre famiglie di vicini contadini aveva deciso di festeggiare con un pranzo collettivo, senza riserve e con una gioia spontanea, la fine di un lungo incubo.

 

Ci sono storie che restano impresse nei luoghi come l’aroma di un vino e ne sprigionano l’umore anche a distanza di anni. Mi è capitato qualche giorno fa di partecipare a un Convegno internazionale di geografi proprio in quella piccola cascina di quel piccolo comune reggiano che ha visto scorrere la vita dei sette fratelli Cervi. Ricordavo la loro storia eccezionale, un ricordo risalente ai tempi della scuola elementare, una specie di fotografia un po’ consumata appesa nella libreria della memoria. Ma trovandomi presso la loro casa, là dove la sera le donne filavano e i contadini leggevano libri, dove la dignità del lavoro e della povertà si coniugava con l’amore per la libertà, dove accanto al trattore c’era il mappamondo, ho capito che la storia di quella pastasciutta bisognava continuare a ricordarla nelle nostre case. A cena, tra i vapori della cucina, con il pudore che avvolge le parole che contano.

 

E dobbiamo raccontare ai bambini che purtroppo, dopo quella festa improvvisata, la guerra non era affatto finita, anzi. Con l’8 settembre del 1943 e con l’occupazione da parte dei tedeschi la guerra era divenuta ancora più cattiva. Così, il disperato tentativo di resistenza dei fratelli Cervi poté durare solo quattro mesi, fino al giorno in cui vennero arrestati e poi fucilati. Tutti e sette. Era il dicembre del ’43. Ma dobbiamo anche ricordare l’immagine di Alcide, padre sette volte ferito, che al funerale dei figli prese la parola, di fronte ai nipoti ancora bambini e alle giovani donne di casa rimaste sole, per dire: «Non chiedo vendetta, ma giustizia. Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti».

 

Stasera mettere in tavola la pasta mi ha ricordato quanto è buono il sapore della libertà e quale dedizione e intelligenza richieda mantenerla viva. Per questo il 7 gennaio 2012 il presidente Napolitano andrà in visita al Museo Cervi.

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