Il ritorno di Tartarino

E’ un sollievo, in mezzo a tanta produzione di testi ridanciani e volgari che vorrebbero strappare la risata a buon mercato, ritrovare l’umorismo di gran classe di Daudet, che peraltro nella sua multiforme produzione – enorme se si considera la brevità della vita – ha toccato per lo più il tasto lirico, nostalgico e drammatico. Questo umorismo di gran classe l’autore provenzale lo ha riservato alla sua creazione più fortunata: Tartarino di Tarascona, l’eroe fanfarone ma di buon cuore, che non si rassegna al mondo così com’è ma lo trasfigura con la fantasia, l’idealista ingenuo che diventa simpatico anche per i suoi difetti. A lui, Daudet ha dedicato una Trilogia (Tartarino di Tarascona, Tartarino sulle Alpi e Tarascona a mare), della quale una editrice specializzata in testi sulla montagna come Cda & Vivalda ha riproposto da poco, manco a dirlo, il secondo titolo. Un ritorno reso più gradito dalla traduzione toscaneggiante di Aldo Palazzeschi, che riproduce nella nostra lingua il colorito Tartarin provenzale. Il quale, dopo aver inseguito nel primo volume la gloria cacciando leoni nel Sahara, in questa seconda avventura lascia il suo amato nido di Tarascona per sfidare i pericoli delle Alpi svizzere, ultimo grido in fatto di avventura per i borghesi di fine Ot- tocento. Il motivo? In qualità di fondatore di un club alpino nella tranquilla cittadina provenzale, deve difendere la sua carica di presidente, insidiata dall’invidioso Costecalde. Deciso dunque a puntare ai colossi ammantati di ghiacci, bardato e accessoriato come il più accanito scalatore, Tartarino fa tappa prima al Rigi Kulm, per poi affrontare la più emozionante (e rischiosa) Jungfrau. Senonché guida del posto, altri non è che il compaesano Bombard, ancora più fanfarone di lui, che gli svela un segreto esplosivo: le Alpi svizzere sono un immenso luna park agli ordini di una potentissima compagnia. Anche l’alpinismo è tutto finto, e i crepacci sono imbottiti di materassi perché nessuno si torca neppure un capello. C’è da meravigliarsi se il nostro Don Chisciotte provenzale, così rassicurato, andrà incontro spavaldamente a pericoli che neppure i più esperti affronterebbero con quella stessa disinvoltura? Ma altre ancora sono le disavventure che toccano al nostro: come quando nello stesso albergo in cui alloggia si imbatte in un gruppo di nichilisti russi decisi a far fuori lo zar e – invaghitosi della affascinante Sonia – rischia di venire affiliato alla pericolosa combriccola. In un succedersi vertiginoso di situazioni comiche e imprevedibili, rese più godibili dallo stile luminoso, fluido e ricco di immagini di Daudet, non cessa di stupirci per la sua modernità questa garbata ma acuta satira del turismo alpino (e non solo) con i suoi riti, i suoi stereotipi e le sue ridicole manie. ALPHONSE DAUDET nasce a Nîmes, in Provenza, nel 1840. Figlio di un piccolo industriale della seta in perenni difficoltà economiche, a 17 anni si trasferisce a Parigi, dove comincia a pubblicare racconti sui giornali. Con la raccolta di poesie Le amorose coglie il primo successo letterario, che gli attira le simpatie del duce di Morny, di cui diviene segretario privato. Ma la celebrità, e con essa l’agiatezza, gli verrà dai bozzetti provenzali delle Lettere dal mio mulino. Dopo il matrimonio (1867), la sua produzione letteraria diviene incessante: soprattutto romanzi e racconti, ma anche rievocazioni autobiografiche e testi per il teatro (dove sfonda con L’arlesiana, musicata poi da Bizet). Durante la guerra del 1870 prende parte alla difesa di Parigi assediata. Con Tartarino di Tarascona (1972), ispirato da un soggiorno giovanile in Algeri a, diventa uno dei narratori francesi più noti. Gli ultimi anni li vive da malato, fino alla morte nel 1897.

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