Il razzismo che ci riguarda

Gravi episodi di violenza xenofoba si susseguono. Condividere il dolore e non abbassare la guardia.
Razzismo
«Non siamo razzisti», «l’assassino veniva da Pistoia, non era di Firenze», «Firenze non è una città razzista», «il razzismo non c’entra». Di fronte al gesto folle di un uomo animato da passioni razziste, molti si sono affrettati ad affermare che il razzismo non ci appartiene. Altri si sono precipitati a dire che ci troviamo di fronte a gesti isolati, frutto di un disagio personale, da leggere come tale e non come fenomeno sociale. Pochi, a confronto, hanno sentito la necessità di mettersi nei panni delle vittime, dando voce all’assurdo di una morte violenta inflitta soltanto a motivo del colore della pelle. Occorre capire quali meccanismi psicologici si celino dietro queste reazioni: le pagine più drammatiche della nostra storia recente hanno avuto origine da dinamiche non lontane da queste. 

 

Quale razzismo?

 

Il razzismo assume oggi connotati particolari. Non è (quasi) più un razzismo biologico che divide i popoli in “razze”, concetto valido per gli animali ma non per gli uomini, ognuno col proprio patrimonio genetico entro l’unica razza umana. Si tratta più spesso di un razzismo culturale, che sostituisce la razza col più subdolo concetto di “cultura”.

 

Dei rom – colpiti in questi giorni a Torino da una vendetta violenta e insensata per la denuncia di uno stupro mai accaduto – sentiamo dire che hanno una «cultura inconciliabile» con quella italiana e che non sono in grado di crescere adeguatamente i propri figli. Dei cinesi, che sono «chiusi» e la loro cultura non può integrarsi nella nostra. Dei romeni, che hanno una «cultura violenta», fatta eccezione per le numerose donne a cui affidiamo con fiducia i nostri anziani. Così come degli ebrei, in un passato molto recente, si diceva che erano «ricchi» e «intelligenti», con le drammatiche conseguenze che conosciamo.

 

È la dinamica classica dello stereotipo che ci porta a semplificare la realtà e a raccogliere in categorie le persone attorno a noi (ad esempio, gli italiani e i senegalesi). Dagli stereotipi si passa facilmente ai pregiudizi, inserendo tali categorie entro una scala gerarchica (i senegalesi hanno una cultura inferiore). Il salto di scala avviene però quando tali analisi giustificano la diffusione del disprezzo verso i gruppi svantaggiati (come nel caso di Firenze, in cui dalle parole si è passati all’azione, aprendo il fuoco e uccidendo due persone di origine senegalese, con l’approvazione successiva di un folto popolo del web). È per questo motivo che non possiamo permetterci di lasciare crescere attorno a noi stereotipi e pregiudizi, perché sono la prima radice del razzismo che è oggi in allarmante crescita nel nostro Paese (dati Unar, 2011).

 

Il peso delle responsabilità

 

È risaputo che in tempi di crisi economica le tensioni sociali esplodono e si cerca un capro espiatorio su cui sfogare le proprie paure e frustrazioni. Ma fermarsi a questo tipo di analisi non è sufficiente. Mi pare opportuno evidenziare la responsabilità di chi ha usato in questi anni parole che seminano disprezzo: penso in particolare a quelle forze politiche che hanno diffuso a parole e con le proprie proposte una cultura dell’odio verso lo straniero; ma penso anche a chi, pur potendolo fare, ha rinunciato a utilizzare parole che possono promuovere dialogo e rispetto. 

 

Mi riferisco in particolare ai media che troppo spesso scelgono di dare voce a notizie che fomentano l’odio contro alcuni gruppi (si pensi alla pericolosa abitudine di nominare nei titoli delle notizie l’origine di chi si suppone abbia commesso un crimine) e di tacere quelle storie che ci raccontano l’ordinaria convivenza di persone di diverse culture.

 

La cultura della convivenza

 

Per questo c’è bisogno di raccontare anche le energie positive che si sprigionano a ridosso di eventi così drammatici. Ne abbiamo avuto un saggio all’indomani dei fatti di Firenze, a Palazzo vecchio, quando il sindaco Matteo Renzi, col ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi, dopo aver dichiarato lutto cittadino, ha dato vita a una seduta speciale del Consiglio comunale.

 

In una delle sale più belle della città, si sono riuniti insieme fiorentini dalle più svariate origini, per condividere il dolore e interrogarsi sull’accaduto. Mi racconta un’amica di origine tunisina, a Firenze da dieci anni, che un rappresentante della comunità senegalese ha portato la sua testimonianza toccante: «Ci hanno sparato come animali, ci rimane soltanto la nostra dignità, non vogliamo rispondere con gli stessi toni con cui ci hanno attaccato».

 

Una profonda lezione di civiltà, da cui tutti possiamo trarre un insegnamento. E che ci ricorda la responsabilità che ciascuno di noi ha nel diffondere parole nuove e di far seguire a queste nuove azioni, in netta discontinuità con quel clima di violenza. Tra questi gesti c’è indubbiamente il riconoscimento della cittadinanza a chi vive qui da tempo e immagina qui il proprio futuro, primo fondamentale passo per considerare queste persone, coi loro figli, parte di un “noi” e non più di un “loro” a cui tutto può accadere.

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