Il punto sull’immigrazione

Il Mediterraneo è oggi la rotta migratoria più pericolosa al mondo. Nel 2015 oltre 3500 persone sono naufragate tentando di raggiungere la sponda della salvezza. Tra loro c’erano 700 bambini. I numeri, i fatti, l’analisi di un fenomeno che ci interroga quotidianamente nel libro di Raffaella Cosentino, Immigrazione (Città Nuova, 2016)
Immigrazione di Raffaella Cosentino - Città Nuova

Maglietta rossa e pantaloncini blu, piegati all’altezza della vita. Le scarpette ancora ai piedi. La faccia riversa all’ingiù nell’acqua, tra la schiuma delle onde. Una posa immobile, innatu­rale. Sulla spiaggia turca di Bodrum il mare ha adagiato il corpicino di un bimbo siriano affogato durante il tentativo di raggiungere l’isola di Kos in Grecia. Il 3 settembre del 2015 la sequenza di fotografie scattata dalla fotoreporter Nilufer De­mir finisce sulle prime pagine di tutti i giornali e scuote il mondo. Mostrando il corpo di Aylan Kurdi, un bambino di tre anni di Kobane, la stam­pa oltrepassa la soglia etica che imporrebbe di non pubblicare immagini di cadaveri dei bambini.

 

Ser­ve a “cambiare le cose”, dicono molti editorialisti, perché la scena immortala la tragedia dei nostri tempi: la via per l’Europa è una strada letale. Il Mediterraneo è diventato la rotta migratoria più pericolosa al mondo, su cui si affacciano la Gre­cia e l’Italia, frontiere meridionali dell’Unione eu­ropea. Nel 2015 oltre 3.500 persone sono colate a picco tentando di raggiungere la sponda della salvezza. Tra loro c’erano 700 bambini. La foto di­venta l’icona di una strage senza fine.

 

[…] Perché il pubblico ha bisogno di vedere il ca­davere di un bambino per credere che nel Mediter­raneo è in corso un’ecatombe? Una risposta l’ave­va data papa Francesco a Lampedusa, scagliandosi contro la “globalizzazione dell’indifferenza”, nella giornata storica del suo primo viaggio apostolico, l’8 luglio del 2013.

 

[…] C’è un vuoto nel nostro immaginario rispetto a ciò che li spinge a partire con ogni mezzo e ad affrontare tanti rischi. Le parole abbinate a queste immagini evocano spesso la potente metafora naturale delle ondate. Inarrestabili, distruttive, imprevedibili. Come l’e­spressione “tsunami umano” che associa a una ca­tastrofe le operazioni di soccorso. I salvataggi sono previsti da tutti i trattati internazionali e dalla “legge del mare” secondo la quale bisogna sem­pre dare la precedenza alla tutela delle vite umane.

 

Sulla scena si vedono le masse e scompaiono gli individui e la loro umanità. Il tono è allarmistico, da emergenza. Titoli frequenti quali: «Strage di clandestini al largo della Libia» etichettano come clandestini persone che ancora non hanno toccato il suolo europeo e, a volte, neanche le acque in­ternazionali. Quasi fossero nati clandestini, una parola che nell’uso comune indica lo straniero che entra o soggiorna in un Paese in violazione delle leggi di immigrazione e per questo lo rende colpe­vole e minaccioso.

 

Clandestino deriva dal latino clam ("di nasco­sto") e dies ("giorno"), vuol dire: “Che sta nascosto al giorno, occulto”. Indica qualcosa di moralmen­te o legalmente vietato. Tra la gente e sui media è diventato sinonimo di immigrato. Nella mag­gioranza dei casi l’uso di questo termine si rivela scorretto. Chi presenta richiesta di asilo politico non è condannabile per l’ingresso irregolare in Italia, in quanto non esistono vie legali di accesso, e per questo si arriva dal mare tra i boat people o via terra.

 

In base alla Convenzione di Ginevra, il richiedente protezione internazionale non è un migrante irregolare, anche se giunge senza docu­menti o in maniera irregolare. Per la legge il clandestino non esiste, non è una condizione giuridica. […]

 

Non si muore solo nel canale di Sicilia, ma an­che lungo il tragitto della “Balkan Route”. La map­pa geografica non può raccontare i bimbi morti di freddo al confine turco-iraniano, le donne uccise dalla fame e dagli stenti, le persone investite dai tre­ni mentre camminavano sui binari in Macedonia. Quella balcanica non è una via sola, è fatta di tanti percorsi che cambiano a seconda dei controlli della polizia e dei muri che vengono innalzati. […]

 

Ed è allo scoppio del conflit­to nella ex Jugoslavia che bisogna tornare come paragone per l’afflusso di profughi, secondo le stime dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifu­giati e dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) che parlano della cifra record di un milione di persone costrette a fuggire da persecuzioni, conflitti e povertà. La più alta regi­strata in Europa occidentale e centrale dal 1990.

 

In base ai dati dell’UNHCR, nel 2015 cir­ca un milione il Mar Mediterraneo. In aggiunta, l’OIM stima che oltre 34.000 persone abbiano attraversato le frontiere terrestri fra Turchia e Bulgaria e Turchia e Grecia. La metà del flusso nel Mediterraneo, mezzo milione di persone, è costituita da siriani in fuga dalla guerra nel loro Paese. Gli afgani rappresenta­to il 20% e gli iracheni il 7%.

 

[…] La Grecia, sull’orlo del default economico e in preda a una crisi politica che ha tenuto il mon­do col fiato sospeso, ha subìto l’afflusso di profu­ghi in proporzioni straordinarie. Infatti, del milione di migranti e rifugiati ar­rivati in Europa, oltre 800.000 hanno attraversato il Mar Egeo dalla Turchia verso le isole greche. Mentre il numero degli arrivi dal Nord Africa ver­so l’Italia è calato rispetto all’anno precedente, scendendo da 170.000 nel 2014 a circa 150.000 nel 2015. Nel complesso però il numero di per­sone che hanno attraversato il Mediterraneo è au­mentato costantemente, passando da circa 5.500 nel mese di gennaio fino a raggiungere un picco nel mese di ottobre, con oltre 221.000 persone.

 

[…] A fine settembre 2015, dopo lunghe trattati­ve, Bruxelles ha annunciato il ricollocamento di 160.000 richiedenti asilo da Grecia e Italia su base volontaria, una sorta di reinsediamento tutto in­terno all’area Schengen. Ma non c’è alcun obbligo per gli altri Stati membri dell’UE di aderire. Dopo più di due mesi solo 200 persone erano state tra­sferite. Un fallimento su cui pesano anche gli at­tentati terroristici di Parigi, rivendicati dall’Isis, in cui sono morte 130 persone. Dopo i tragici fatti del 13 novembre 2015, molti Paesi si sono tirati indie­tro rispetto alle promesse di prendere una quota di profughi in ricollocamento. L’Alto Commissariato ONU per i rifugiati ha chiesto di «non trasformare i rifugiati in capro espiatorio», ricordando che pro­prio loro fuggono dagli stessi massacri e atrocità. L’appello a non trasformare le vittime in colpevoli, al momento, è caduto nel vuoto.

 

Da Immigrazione di Raffaella Cosentino, pp. 90, € 8.00

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