Il libro più luminoso

L’Apocalisse è uno dei libri più grandiosi per la forza del suo ottimismo, un libro che ci parla di tutto il travaglio con cui il mondo accoglie la parola di Dio, della lotta che il mondo ingaggia contro la verità, dei terribili, tetri periodi che insorgono quando l’umanità resiste alla verità… Questo libro però si conclude con la vittoria del Figlio dell’uomo. Per questo è il libro più luminoso. Sono parole di Aleksandr Men’, il sacerdote ortodosso russo ucciso in circostanze mai chiarite nel settembre del 1972, che il tempo sta rivelando come una delle personalità profetiche più notevoli del Novecento. Ciò che è scontato per l’immensa schiera di quanti hanno ricevuto da lui l’annuncio di un Cristo compagno nel cammino della vita, sta diventando comune anche all’estero, man mano che vengono tradotte e circolano le opere di questo testimone che ha saputo rafforzare la coscienza morale e le radici religiose della Russia sulle ceneri dello Stato marxista. Così pure in Italia, dove l’Editrice Città Nuova ha pubblicato non molti anni or sono una sua storia di Cristo: Gesù maestro di Nazareh. La più recente traduzione di un testo di padre Men’ viene ora proposta dalla Libreria Editrice Fiorentina: Leggendo l’Apocalisse. Più motivi giustificano l’interesse per quest’opera: intanto si tratta della trascrizione di conversazioni tenute in privato ad un ristretto gruppo di cristiani e registrate su audiocassetta; inoltre il volume è arricchito da un’appendice di 25 icone a colori realizzate dalla figlia dello stesso Men’, Elena; e infine la stessa specificità rappresentata da questo testo – il più difficile ma anche forse il più affascinante delle Sacre Scritture – attribuito all’evangelista Giovanni. Le riflessioni di Men’ fanno luce sulle pagine giovannee, dimostrando come il linguaggio simbolico della Rivelazione (è questo il significato del termine apocalisse) possa essere abbastanza trasparente e comprensibile anche a non specialisti. E nello stesso tempo cercando di rispondere ai più importanti interrogativi che agitano gli uomini. Data l’origine colloquiale di tali riflessioni, il tono risulta libero e spontaneo, volutamente distante da una concezione scientifica e ristretta della parola. Un’opera, dunque, in cui confluiscono in maniera sorprendente semplicità di esposizione e dottrina. L’autore si muove a proprio agio nell’intricata trama di immagini e simboli dell’ultimo libro sacro, di cui evidenzia tutta la bruciante attualità: palesemente, infatti, il difficile contesto storico in cui egli si trova a vivere con coloro che gli sono affidati rinvia a quello in cui esso venne scritto, non meno cruciale per le persecuzioni contro i credenti e lo scatenarsi delle forze del male. Chi legge, inoltre, non può non identificare lo stesso padre Men’ che di lì a poco avrebbe sopportato il martirio con le figure bioancovestite di quanti, nella visione del veggente di Patmos, sono passati attraverso la grande tribolazione, rendendo candide le loro vesti nel sangue dell’Agnello. Anche il cardinal Tomas? S?pidlík, nella sua prefazione, nota che per la sua vita e la sua morte e per le condizioni del contesto in cui ha vissuto, Men’ partecipa in un certo senso allo sguardo dell’Autore dell’Apocalisse. Battezzato da un prete della Chiesa catacombale nel pieno delle persecuzioni staliniane, incoraggiato nella sua vocazione e legato a tanti preti eroici della Chiesa ortodossa russa, bersaglio costante delle opposizioni del regime comunista, ha lo sguardo penetrante del veggente, così proteso alla parusia da essere capace di scoprire il senso degli accadimenti nascosti sotto la superficie. ALEKSANDR MEN’ (in alto a sin., e con alcuni suoi figli spirituali: foto tratte da Aleksandr Men’ pastore e martire, volume edito da La Casa di Matriona, tel. 055-294021 rcsegr@tin.it) nasce a Mosca il 22 gennaio 1935, da genitori ebrei, quando il potere sovietico ha raggiunto l’apice. Proprio in un’epoca così terribile per i cristiani la madre si fa battezzare insieme al figlio in una chiesa clandestina e riesce ad allevarlo in un’atmosfera di fede. La storia, la biologia, l’arte, tutto interessa e affascina il giovane Alik (diminutivo di Aleksander), in cui tuttavia già matura la vocazione al sacerdozio. Intanto assimila il pensiero del filosofo Vladimir Solov’ëv sull’unità di tutto e tutti in Cristo: ciò che farà di lui l’uomo della Chiesa indivisa e un apostolo dell’ecumenismo. Laureatosi in biologia, nel 1956 sposa una sua compagna di studi per poi entrare in seminario. Dall’ordinazione sacerdotale (1960) al 1990, quando recandosi alla sua parrocchia di Novaja Derevnja, nei pressi della capitale, cadrà sotto i colpi di scure di ignoti assassini, attraverso la parola e gli scritti svolge una attività pastorale e missionaria che ha dell’incredibile, considerate le condizioni di assoluta precarietà sotto il costante bersaglio del Kgb; sempre all’insegna di una positività, una tenerezza e un servizio che dicono quanto profondo sia l’intimo suo rapporto con Cristo. La figura di padre Men’ è stata fatta oggetto, nel recente Meeting di Rimini, di una mostra curata da Russia Cristiana.

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