Il governo per l’ambiente

Un piano di azione possibile per un esecutivo deciso ad incidere e fare scelte ineluttabili per il futuro di tutti
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

L’Italia risulta all’avanguardia nell’utilizzo delle energie rinnovabili grazie alla energia idroelettrica delle dighe e dei bacini delle nostre montagne, usati anche per accumulare di notte l’energia elettrica delle centrali nucleari francesi, pompando in quota acqua dai bacini a valle; molto rimane però da fare per ottemperare agli impegni presi nella conferenza sul clima di Parigi del 2015, la cui opportunità è più che confermata dalle temperature record di questi ultimi mesi.

Nel programma del governo in formazione l’ambiente è considerato prioritario, ed è forse utile ricordare come esso potrebbe agire, in un ambito in cui prevalgono le abitudini e la cultura ambientale dei cittadini; soprattutto un governo con un orizzonte di legislatura, meno condizionato dalla ricerca del consenso elettorale di breve termine.

Per prima cosa esso potrebbe agire sotto il profilo normativo, senza prevedere nuovi incentivi oltre a quelli già previsti, estendendo a “tutti i nuovi edifici” il regolamento europeo in vigore in Italia dal 1° gennaio 2019 per i nuovi edifici pubblici, cioè la loro certificazione “ad energia quasi zero”; tale obbligo andrebbe anche esteso, dopo un periodo di mora due anni, a tutti gli immobili messi in l’affitto o in vendita.

Tale obbligo andrebbe inoltre applicato, con un periodo di mora di dieci anni, a tutti gli immobili: ai proprietari privi di risorse per realizzare gli adeguamenti, andrebbero assicurati finanziamenti bancari da restituire in dieci anni, periodo sufficiente per recuperarli dai risparmi ottenuti.

Tali adeguamenti attiverebbero investimenti dell’ordine di 20 miliardi all’anno ed indurrebbero molti posti di lavoro nei settori in crisi dell’edilizia e dell’artigianato: dopo dieci anni i risparmi energetici  comporterebbero una decisiva riduzione delle emissioni per il riscaldamento ed il condizionamento degli immobili, che oggi corrispondono circa al 50% del totale emissioni di CO2: i cittadini in pratica verrebbero indotti ad investire parte del loro risparmi per ammodernare il loro patrimonio immobiliare, riducendone le spese di gestione.

Una seconda azione del governo dovrebbe consistere in una nuova politica fiscale che oltre a mantenere gli incentivi attuali per l’ambiente, prevedesse la riduzione delle imposte sulle attività produttive e di consumo che si intende favorire, compensando il maggior onere per lo stato con una “carbon tax” calcolata sulla emissione di gas serra provocata dal tipo di combustibile fossile utilizzato.

Crescerebbe così il prezzo del gas naturale, della benzina, del gasolio, dei voli in aereo ed anche dell’energia elettrica prodotta con carbone e gas naturale e di conseguenza crescerebbe il costo dei trasporti alimentati da combustibili fossili e dei beni la cui produzione richiede grande quantità di energia; diventerebbe però ancor più conveniente investire nel risparmio di energia coibentando le abitazioni, adottando pompe di calore, optando per i ventilatori anziché condizionatori, utilizzando i mezzi pubblici e ferrovie, scegliendo vetture a basso consumo, ibride ed elettriche.

La certa impopolarità di tale imposta, dovuta agli aumenti dei prezzi di beni di consumo di largo utilizzo che provocherebbe, potrebbe essere attenuata da una campagna di informazione non solo sulla necessità di affrontare seriamente il problema ambientale, ma anche dalla contemporanea riduzione per tutti i consumatori  dell’IVA, per i lavoratori dipendenti del cuneo fiscale e per le categorie non in grado di ridurre i consumi da compensazioni specifiche: tali politica fiscale offrirebbe invece un vantaggio anche economico ai cittadini disponibili a rendere più ambientali le loro consuetudini di vita.

Una terza importante azione sarebbe la formulazione di un piano energetico nazionale che tenga conto del problema ambientale, con sostegno per le attività infrastrutturali ed industriali orientate al risparmio energetico e all’utilizzo di nuove fonti di energia rinnovabili.

Una quarta azione fondamentale, dovrebbe essere effettuata a livello della Comunità Europea per incoraggiare la lotta al cambiamento climatico anche negli altri continenti. Quale primo importatore al mondo di combustibili fossili, l’Europa potrebbe deliberare una carbon tax sulle importazioni di combustibili fossili calcolata non solo in base ai gas serra che essi possono produrre, ma anche in base a quelli  provocati al momento della loro estrazione; così si metterebbero fuori mercato le produzioni a maggiore impatto ambientale,  scoraggiando ad esempio l’incremento di estrazioni col metodo del fracking che negli USA provoca la emissione di una grande quantità di metano.

Non solo: tenendo conto che la crescente richiesta di energia mondiale non renderebbe comunque possibile per molti anni rinunciare al contributo dei combustibili fossili, l’Europa potrebbe fare in modo che a parità di energia prodotta il gas naturale fosse importato con meno carbone e quindi inducesse minori emissioni: sarebbe realizzabile finanziando i paesi politicamente stabili collegati con l’Europa tramite gasdotti – in Africa la Tunisia e l’Algeria, in Medio Oriente l’Azerbaigian (gasdotto TAP) – la costruzione presso i pozzi di estrazione di impianti di conversione di gas naturale o dl petrolio in idrogeno ed anidride carbonica.

L’idrogeno potrebbe così giungere in Europa miscelato col gas naturale  in proporzioni via via più alte in base alle tecnologie di utilizzo europee (prima dell’avvento del metano, il gas di città era in buona parte idrogeno ottenuto dalla gassificazione del carbone); la anidride carbonica invece andrebbe liquefatta ed iniettata in loco nei giacimenti esausti, almeno finché non si inventerà un modo economico per scinderla in grafite ed ossigeno.

Così un po’ alla volta il consumo europeo si adeguerebbe gradualmente all’utilizzo dell’idrogeno, che bruciando emette solo acqua. Una tale conversione tecnologica si estenderebbe inevitabilmente agli altri continenti, grazie al prestigio della tecnologia europea ed alla dimensione del suo mercato, a cui le aziende tecnologiche degli altri continenti dovrebbero allineare le loro specifiche di produzione, non volendo autoescludersi da esso.

 

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