Il cristianesimo e la talpa

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Al di là di tutte le contrapposizioni ideologiche, i rifiuti, le irrisioni a cui la Chiesa e il cristianesimo stesso sono oggi sottoposti, c’è un pericolo ben più grande, che proviene come un messaggio sussurrato, o silenziosamente implicito, dalla società, dal suo tempo, dal suo ritmo: non c’è bisogno della religione, non c’è tempo, ci sono già troppi problemi. Anzi: la religione è dannosa, non solo è un problema aggiunto ma crea problemi, colpevolizza, obbliga, impone, ricatta. Da questa nuova mentalità derivano infine, oltre alle ironie e agli insulti, tutte le pretese ultime dell’abortismo ideologico e della manipolazione genetica, che nemmeno sanno guardarsi allo specchio senza inorridire, e senza neppure sfiorare l’ipotesi che un giorno faranno i conti, se avranno voluto evitarne la misericordia, con la giustizia di Dio. Insomma, basta con la religione, viviamo e moriamo come vogliamo o possiamo, poi basta: dal nulla al nulla senza problemi aggiunti. Ma per capire meglio quanto questa visione, oltre che distruttiva e autodistruttiva, sia sbagliata, vorrei raccontare una barzelletta. Una talpa enorme provoca molti guai in un paesino di agricoltori: scava, distrugge, divora, dissesta, fa inaridire. Le danno una caccia serrata ma lei è astuta e sfugge sempre alla cattura. Dopo mesi di fatiche e rabbia finalmente la prendono, ma sono così infuriati che non la uccidono subito, si riuniscono per decidere: Ammazzatela , Bruciatela, Bollitela , Fatela a pezzi, ciascuno cerca di escogitare la vendetta più dolorosa. Finalmente, dall’ultimo fremito di rabbia incontenibile viene urlata la proposta: Seppellitela viva!. Questa è esattamente la sorte del cristianesimo, la sorte stessa di Dio quaggiù. Gli uomini a volte credono davvero di farlo fuori, e lo vogliono, perché lo giudicano dannoso a sé stessi, o a tutti (pensando altruisticamente!). Ma ogni volta che ci hanno seria- mente provato hanno fatto l’esperienza della talpa. E ciò senza mettere in conto insufficienze, tradimenti e controtestimonianze dei cristiani stessi. È come se, vorrei sottolinearlo tre volte, agisse nel messaggio che attraversa i secoli una forza che nessun uomo, cristiano o non cristiano o anticristiano, può dominare, asservire, distorcere, sopprimere. Come se, continuo a sottolineare, esso fosse scritto non su papiro pergamena o carta, e neppure solo nelle chiese nelle istituzioni nei libri, ma nel fuoco nella terra nell’acqua nell’aria, nel procedere fisico e biologico della vita stessa, nelle sue brevi inarcature di gioia e nelle ben più lunghe e incisivamente affondate presenze di dolore. Come se il suo respiro fosse quello di chi nasce e di chi muore. Davanti agli antireligiosi che vorrebbero limitare e racchiudere, e possibilmente dissolvere e annientare, siamo semmai proprio noi, con il nostro timore clericale che vuole difendere Dio (!), a procurare qualche passeggero danno alla talpa, che però sa riprendersi subito e tornare a far lei i suoi magnifici, corroboranti, salvifici danni di scavo, di distruzione dell’inutile e superfluo, di inaridimento delle illusioni, di divorante consumo delle vanità, in ogni esistenza, in ogni società, in ogni epoca. La verità cristiana – anche malgrado noi – ha la proprietà unica, che la differenzia da ogni altra, o meglio, la fa penetrare in ogni altra misurandone il fondo e la portata, di essere un sole più luminoso del sole, una notte più oscurante della tenebra, un’acqua più dissetante di ogni acqua o alcool o droga, una felicità più indistruttibile di ogni tripudio. Toglie ogni illusione ma il suo togliere è dare, contesta ogni amor proprio (anche spirituale) ma così scopre nel p r e s u n t o grand’uomo di turno il bambino che è il solo erede del Regno dei Cieli, annienta come il peggior esercito o la più distruttiva atomica i castelli di carte della ricchezza e del potere, e mentre questi per vendicarsi la perseguitano e la crocifiggono, li converte, se solo vogliono ascoltarla, in sopra-ricchissima e sopra-potentissima umiltà. Il lettore vorrà scusarmi per questi toni che non mi sono propriamente abituali, ma non credo retorici, se retorica è la parola senza sostanza, la parola che si atteggia e finge; mentre io mi riferisco ad esperienze ardenti e non effimere, come la mia stessa. Se si vuole capire la logica della talpa, che chi seppellisce non può distruggere, basta ad esempio leggere, ma con mente pura, cioè senza il rumore di fondo di prevenzioni e distrazioni, il Vangelo secondo Giovanni, quello mozzafiato, quello che convertì l’intelligenza orgogliosa, e grande, di Simone Weil. Basta leggerne una pagina dopo aver sospeso la comoda prigionia delle abitudini mentali – e poi non basta più nessuna cosa di questo mondo, e si capisce subito la barzelletta della talpa.

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