Il coraggio del nuovo

Le priorità e l’impegno del Movimento dei Focolari in Italia. Un laboratorio aperto. Articolo pubblicato su Città Nuova n. 3/2019

A Firenze, nel novembre 2015, si era svolto il V convegno nazionale della Chiesa italiana, aperto da papa Francesco con un importante discorso programmatico ricco di indicazioni.

«La Chiesa italiana si lasci portare dal suo (dello Spirito ndr) soffio potente e per questo, a volte, inquietante. Assuma sempre lo spirito dei suoi grandi esploratori, che sulle navi sono stati appassionati della navigazione in mare aperto e non spaventati dalle frontiere e dalle tempeste», era un passaggio del discorso.

È uno dei flash che mi è tornato alla memoria in occasione di un appuntamento che ha visto convergere a Castel Gandolfo circa 90 persone del Movimento dei Focolari in Italia. Costituivano un organismo, il Consiglio, che comprende i rappresentanti delle diverse componenti dell’Opera fondata da Chiara Lubich e questo era un appuntamento particolarmente importante.

Come atto “ufficiale” e oggettivamente riscontrabile veniva recepita una nuova riorganizzazione territoriale che prevede, oltre al centro nazionale con sede a Roma, tre centri di coordinamento interregionale (dai precedenti 22), Nord, Centro e Sud con sedi a Brescia, Pescara, Lamezia Terme.

In effetti, però, quello che è più profondo, anche se meno evidente a un primo impatto, è il percorso compiuto dai Focolari in Italia, impegnati, particolarmente in questi ultimi 4 anni, in una sorta di laboratorio nazionale che li ha portati a “ripensarsi”.

Un’elaborazione avvenuta non tanto e non solo guardando al livello territoriale, quanto “strategicamente”, dove strategico va inteso nel senso di funzionale alle finalità stesse del Movimento, cioè la realizzazione della preghiera di Gesù al Padre «Che tutti siano uno» o la fraternità universale, per dirla in altri termini.

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In questo percorso si sono definite alcune priorità di azione: l’impegno a livello ecclesiale e sociale, col desiderio di partecipare, fare massa critica, esporsi, incidere; l’attenzione alle nuove generazioni, con l’obiettivo di lavorare sempre più insieme in un rapporto intergenerazionale; e ancora, puntare ad una formazione umana integrale, spirituale e culturale, per rispondere opportunamente preparati alle tante problematiche da cui siamo quotidianamente sollecitati; la costruzione di reti nazionali fra persone, del Movimento e non, impegnate nei diversi ambiti; un rinnovato slancio nel far sperimentare a tanti l’amore di Dio a partire dalla testimonianza.

A pensarci bene, queste 5 piste mi sembra richiamino le cosiddette 5 parole del convegno di Firenze che citavamo in apertura. Incidere nel sociale non è sinonimo di “trasfigurare” le realtà umane?

E l’attenzione alle nuove generazioni non rientra forse nell’“educare”? E ancora essere preparati in vista di un impegno per il bene comune non richiama il concetto di “abitare” questo nostro mondo? Fare rete, poi, si collega all’aspetto dell’“uscire” che nella relazione finale dei gruppi del convegno veniva così espresso: «La corresponsabilità è chiamata ad esprimersi anche attraverso la costruzione di una rete».

Infine, rispetto al quinto verbo “annunciare” si sottolineava a Firenze che esso vuol dire gioire, osare, condividere, avere presente che, come sostenuto da Benedetto XVI (citato in Evangelii gaudium 14), la Chiesa non cresce per proselitismo «ma per attrazione». La testimonianza, appunto.

E qui torno a prendere in prestito un pensiero di papa Francesco, che, secondo me, sintetizza le dinamiche di quanto sta avvenendo nel Movimento dei Focolari, in Italia, e non solo.

Bergoglio le aveva rivolte al capitolo generale di Schönstatt, nel dicembre 2015 e sono riportate nella prefazione al libro di Jesús Morán, Fedeltà creativa, ed. Città Nuova. «Un carisma non è un pezzo da museo, che resta intatto in una vetrina, per essere contemplato e nulla più. La fedeltà, il mantenere puro il carisma, non significa in alcun modo chiuderlo in una bottiglia sigillata, come se fosse acqua distillata, affinché non sia contaminato dall’esterno.

No, il carisma non si conserva tenendolo da parte; bisogna aprirlo e lasciare che esca, affinché entri in contatto con la realtà, con le persone, con le loro inquietudini e i loro problemi. E così, in questo incontro fecondo con la realtà, il carisma cresce, si rinnova e anche la realtà si trasforma, si trasfigura attraverso la forza spirituale che tale carisma porta con sé».

Ed è in un’ottica di apertura dal locale al nazionale e dall’Italia al resto del mondo; favorendo una sempre maggiore partecipazione di tutti e una responsabilità condivisa; riducendo il numero delle persone impegnate nelle strutture di “governo” a  favore di un servizio più dedicato a stimolare processi vitali; puntando a una maggiore incisività del carisma dell’unità a favore del Paese, che si osano percorsi nuovi, con le sfide del caso.

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