Il canto segreto delle Orcadi

Il fascino selvaggio dell’arcipelago scozzese nell’opera del suo bardo Mackay Brown
Paesaggio delle Isole Orcadi

Comprende, questo arcipelago, circa settanta isole, di cui solo ventitré abitate da circa 17 mila orcadiani. Caratterizzate da insenature e coste frastagliate, prive di alberi e spazzate dal vento, esse presentano un paesaggio collinare che si presta alla coltivazione di ortaggi e cereali e all’allevamento di bovini e ovini. Conquistate e abitate da una successione di popoli – quelle dell’età della pietra, celti, pitti, norreni (vichinghi), scoti –, come le Shetland, anche queste terre dall’aspetto brullo, ma estremamente affascinante, appartennero per secoli alla corona norvegese. Solo nel 1772, portate in dote dalla principessa Margaret a Giacomo II, passarono sotto il dominio della Scozia.

Detto ciò, mi viene da affermare che senza le Orcadi non esisterebbe George Mackay Brown scrittore e poeta. Ma senza il loro bardo, questo appartato arcipelago a nord della Scozia sarebbe mai diventato, come in effetti è, uno dei “centri del mondo”, emblematico per i messaggi che è capace di esprimere?

Per tutta la vita questo autore si è ispirato alle sue isole native, cercando di ricrearne i suoni, le atmosfere, assieme ai pregi e alle debolezze dei suoi abitanti. E mai se n’è allontanato, se non per gli studi accademici a Edimburgo e qualche occasionale puntata in Inghilterra. Pur restando però legato a una terra lontana dai grandi dibattiti culturali e politici, è attualmente letto negli Stati Uniti come in Giappone, e tradotto in francese, tedesco, finnico, italiano, norvegese, svedese, polacco, ceco ed ebraico.

George Mackay Brown nasce il 17 ottobre 1921, ultimo dei sei figli, a Stromness sull’isola di Mainland, la maggiore dell’arcipelago. Finita la scuola e ancora incerto su cosa fare nella vita, comincia a provare l’angoscia esistenziale. A diciott’anni fumo e alcol minacciano seriamente un organismo già aggredito dalla tubercolosi. Sarà tuttavia proprio questa salute precaria, precludendogli una carriera professionale, a rivelare il suo talento. Nel 1951, infatti, una borsa di studio per frequentare il Newbattle Abbey College (Edimburgo) gli apre la strada della letteratura. Ma già aveva iniziato a scrivere poesie ispirate dal mondo rurale e marittimo, come pure articoli e recensioni per un giornale locale.

Sentirsi parte viva della comunità orcadiana attenua persino la sua paura di vivere. Malgrado l’aggravarsi del suo stato depressivo a causa di lutti familiari e periodi in sanatorio, si iscrive all’Università di Edimburgo, città dove frequenta i poeti più celebri del tempo. Nel 1960 la laurea in Letteratura inglese. E due anni dopo la conversione dalla Chiesa presbiteriana al cattolicesimo, l’evento più significativo della sua vita privata e artistica.

Se a causa delle tubercolosi è costretto a rinunciare alla carriera d’insegnante, ormai ha trovato uno scopo nella vita: cantare e narrare il mondo delle sue isole. Ha già pubblicato alcune raccolte di poesie e di racconti, quando dalla mitica casa editrice The Hogarth Press viene incoraggiato a misurarsi col romanzo. Il risultato è Un’estate a Greenvoe, tra le sue opere più ispirate.

Da Edimburgo fa definitivamente ritorno a Stromness; alla fine degli anni Sessanta vede la luce la miscellanea Un arazzo orcadiano. Rielaborazione in forma narrativa di un suo testo teatrale, La Croce e la svastica (1972) inaugura un periodo d’intensa creatività che vede la pubblicazione di altri romanzi come Il tempo in un mantello rosso, Lungo l’oceano del tempo, L’ultimo viaggio; insieme a raccolte di racconti e poesie.

L’esperienza del dolore (nel 1990 viene operato di tumore maligno) lo spinge a immedesimarsi nelle sofferenze di interi popoli e a valorizzare il sacrificio di Cristo, che nella messa si rinnova ogni giorno, in tutto il mondo. Muore il 13 aprile 1996, un anno dopo aver portato a termine la sua autobiografia Per le isole canto.

Grazie a Tranchida, editore milanese specializzato nel far conoscere importanti autori contemporanei di altre culture, possiamo apprezzare in traduzione italiana Un’estate a Greenvoe, La croce e la svastica e Lungo l’oceano del tempo.

Il primo titolo è uno struggente affresco della comunità di Greenvoe, unico villaggio dell’orcadiana isola di Hellya; isola peraltro immaginaria, dove pescatori e contadini vivono la loro quotidianità fatta di contraddizioni e debolezze umane, ignari che quel paradiso ecologico sta per essere spazzato via per volontà di loschi burocrati e invisibili giganti multinazionali. Condotto con forza e finezza psicologica, il racconto è quasi metafora biblica dell’irresponsabilità dell’uomo rispetto alla perfezione del creato.

La croce e la svastica ci riporta invece alle vicende politiche e religiose che nel 1117 condussero san Magnus al martirio, non senza stabilire un legame ideale tra quell’epoca eroica e la vita odierna già descritta in Un’estate a Greenvoe e in certi racconti. Geniale è il capitolo in cui, con uno scarto temporale e spaziale, la morte di Magnus viene ambientata nel XX secolo sotto le sembianze di Dietrich Bonhoeffer, il pastore luterano martire del nazismo.

In Lungo l’oceano del tempo facciamo conoscenza con Thorfinn Ragnarson, ragazzino ritenuto svogliato e buono a nulla dagli adulti. Mentre però i suoi compagni di scuola si annoiano alle lezioni di storia, egli preferisce viverla e, chiudendo ogni tanto gli occhi, muoversi da protagonista tra avvenimenti che hanno determinato l’autonomia o l’assoggettamento, la vittoria o la sconfitta del suo popolo.

Altro superbo romanzo è L’ultimo viaggio. Anche qui, la vita di un singolo scorre in mezzo agli eventi della storia, cui l’uomo contribuisce con le sue lotte per la giustizia. Sullo sfondo di un Alto Medioevo in cui le Orcadi sono ancora contese tra re norvegesi ed earl (governatori) scozzesi, e tra gli dèi nordici comincia a farsi largo un primitivo cristianesimo, Ranald Sigmudson conoscerà l’avventura, la guerra, il dolore e la nostalgia del mare e di Vinland, che il vecchio patriarca di Breckness continuerà a sognare finché non vi approderà con l’anima ancora greve degli inestricabili dubbi di un uomo di fronte alla vita e alla morte.

Il fluire della storia dunque, in cui ogni vita – anche la più umile – è degna di essere raccontata: ecco ciò che affascina Mackay Brown, come Aladino nella caverna incantata. Ogni vicenda acquista così, per suo tramite, una dimensione epica. E perché riflette le caratteristiche di una terra esposta ad un clima inclemente, che in ogni epoca ha sofferto violenze, è intrisa del senso di precarietà delle cose, di una vena sottile di malinconia.

Vivifica tutto ciò che tocca, Mackay Brown, con una prosa di smagliante bellezza; grazie a questo poeta certi paesaggi orcadiani, fisici e  umani, continuano – anche a lettura finita – a far echeggiare in noi il loro canto segreto.

(Foto di Massimo Telò)

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