Il bambino e la morte

“Da qualche mese è morto mio padre, che abitava a casa con noi. Il mio primo figlio di 5 anni, che al nonno era molto affezionato, non lo ha più visto da quando fu trasportato in ambulanza alla Rianimazione dell’ospedale, né è venuto ai suoi funerali perché ci sembrava che non fosse il luogo giusto per un bambino. In questi mesi Giulio è cambiato, lo vediamo spesso triste, la notte si sveglia. Crediamo che tutto ciò sia in relazione con la morte del nonno, ma non sappiamo cosa fare””. Danilo e Anna – Vicenza Quando una persona cara muore è come se un pezzo di noi stessi si staccasse. Il dolore può assumere un’intensità insopportabile. Tra le domande che sorgono nel nostro intimo ve ne sono alcune particolarmente dolorose: ho fatto per lui tutto quanto potevo? Qual è il mio ruolo rispetto alla sua morte? Come farò senza di lui?” e tante altre ancora. Elaborare il lutto per continuare a vivere e poter ritrovare la felicità è un processo che richiede tempo. Aiuta molto accompagnare il nostro caro con un ultimo abbraccio, essere circondati dagli amici e dalle persone che ci vogliono bene, parlare di lui e delle nostre incertezze e delle nostre paure. Se tutto ciò è vero per un adulto, perché non dovrebbe esserlo per un bambino? Facciamo un esercizio, proviamo a chiudere gli occhi: le cose intorno a noi perdono il loro profilo, sobbalziamo ad ogni rumore la cui causa non sappiamo identificare, la paura prende il sopravvento. Basta però riaprirli e abbiamo modo di vedere e toccare il mondo che ci circonda, di riconoscere i punti di riferimento che ci fanno compagnia ogni giorno e di cui assumiamo coscienza solo quando scompaiono. In effetti nell’incertezza, nell’essere in un mondo immaginato, prendevano corpo le cose per noi più temibili, che divenivano assai probabili e vicine. Quando nella nostra vita avviene un episodio luttuoso (la perdita di una persona cara, ma anche una separazione, il termine di un’attività per noi significativa, ecc.), riuscire a prendere le misure di cosa è s u c c e s s o , dargli una prospettiva e un significato, sono i meccanismi psicologici che ci permettono di superarlo. Per i bambini questo è più difficile che per un adulto. Essi infatti tendono a sentirsi il centro del mondo, quindi a considerarsi responsabili dell’infelicità delle persone che li circondano. Inoltre le poche esperienze di vita costituiscono un deposito molto più scarso da cui attingere risorse e, non ultimo, ciò che conoscono delle cose e delle situazioni è filtrato dai “grandi”. Noi adulti a volte pensiamo che i bambini, specie piccolini, non possano capire, quindi diciamo solo le cose che riteniamo per loro comprensibili. Ma, come spesso abbiamo sottolineato in altre rubriche, le parole sono il mezzo più povero con cui comunichiamo: noi parliamo con le nostre lacrime, con il nostro silenzio, con gli occhi gonfi, ecc. una lingua molto più chiara di quella che esprimiamo con il linguaggio. E se con le parole diciamo cose diverse da quello che realmente sentiamo, il bambino riceverà messaggi contraddittori e in definitiva non avrà la possibilità di affrontare ed elaborare un lutto che comunque esiste, che non gli si può nascondere. Cosa è successo al nonno? Perché non c’è più? Perché sono tutti tristi? Perché la mia famiglia è cambiata? Domande semplici, essenziali. L’impossibilità di “conoscere” la realtà lo costringe allora a immaginare: e come abbiamo visto nel buio, nelle cose che non vediamo, generalmente proiettiamo le nostre paure ed i sentimenti più negativi. Egli allora può sviluppare sensi di colpa, di inadeguatezza, di ostilità, ritenendosi colpevole di tutto questo “negativo”. Fare vedere il nonno anche quando è morto, fare partecipare ai funerali, coinvolgerlo nella certezza nella vita eterna, dirgli sinceramente il nostro dolore, condividere la consolazione della preghiera: sono occasioni di crescita per nostro figlio e per il nostro rapporto. E se oramai è tardi per fare alcuni di questi passi, possiamo comunque iniziare con l’andare con lui al cimitero a pregare per l’anima del nonno, possiamo iniziare a piangere con lui: ci scopriremo così diversi e più sinceri anche quando con lui rideremo o giocheremo.

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