I pendopo di Bantul

Il terremoto aveva distrutto tutto nella regione. I Giovani per un mondo unito hanno ricostruito 22 centri sociali in altrettanti villaggi.
Il pendopo di Projo Tamansari

Temevo questo momento. Temevo di esser preso dalla frenesia, dai colori e dagli odori e dalla pula sotto i polpastrelli. Temevo l’impatto con le risaie. Seguendo un progetto di solidarietà, con alcuni amici di Yogyakarta ci siamo addentrati nella campagna di Bantul, centro agricolo a Sud della capitale culturale indonesiana ed epicentro del sisma del 2006. Improvvisamente, lasciata la strada statale, appaiono le prime risaie e i primi villaggi rarefatti, come rallentati nel loro moto: qualche bicicletta, rari motorini, qualche contadino nei campi. D’improvviso mi ritrovo in un angolo di Asia profonda, senza insegne pacchiane, senza motorette che sparano petardi, senza luxury mall, solo natura, naturalità e naturalezza.
 
Projo Tamansari
 
Siamo diretti al villaggio di Projo Tamansari, una delle decine che attorniano la città di Bantul. Basato essenzialmente sulla coltivazione del riso e sulle sue lavorazioni collegate, ha pure avviato qualche coltivazione complementare. Qui all’equatore il clima è sempre uguale, per cui nei campi si può assistere a tutte le diverse fasi della lavorazione del riso: la semina, la maturazione, la cura dell’irrigazione, la raccolta in covoni, l’essiccazione. Così mi beo dei lavoratori che falciano il riso e ne fanno dei covoni che trasportano a spalla fino al loro carretto, lasciato sulla strada. E scambio quattro chiacchiere con le donne che, sul ciglio della stessa strada, su teloni bianchi stendono il riso a essiccare; sono timide e schive, ma sorridono alla mia macchina fotografica.
Seguo un uomo per il vialetto che conduce al suo campo, mentre le risaie ancora inondate d’acqua riflettono il cielo azzurro e le nuvole candide di queste lande indonesiane. E gioisco della più semplice delle visioni, dell’uomo che lavora la terra cercando non tanto di trarne un adeguato sostentamento, ma di entrare in comunione con essa, perché questa è la volontà di Dio, perché Dio stesso sembra manifestarsi in primo luogo proprio nella terra, con buona pace di teologi e imam.

Tutt’attorno alle risaie s’alzano le palme, flessuose e docili, imponenti e sbizzarrine. E sotto le loro fronde il villaggio si svela: un centinaio di abitazioni sparse sul territorio, legno e fronde e bambù, e qualche mattone. C’è il pendopo, la tettoia sotto la quale la società rurale si riunisce e prende le sue decisioni, dove i maestri insegnano e dove le donne si ritrovano per raccontarsi le loro storie. Più in là, dentro il bosco di palme, ecco la moschea. Cala la sera, giunge l’ora della tanto attesa rottura del digiuno, è Ramadan. I lavoratori dei campi ancora non hanno toccato né cibo né acqua dall’alba. C’è aria di attesa, di condivisione, di Dio.
 
La rottura del digiuno
 
La scena è intrigante: nel portico della moschea sono già allineate una dozzina di bambine e ragazzine con il loro hijab e le vesti colorate leggere come seta. Danno le spalle al villaggio, non alla sala della preghiera. Dinanzi a loro sono seduti una decina di uomini con il loro copricapo nero, il peci. Aspettano, conversano lentamente, si informano sulle notizie udite al mercato. Non appena arriviamo, l’ordine costituito viene sovvertito, non capita tutti i giorni che dei cristiani siano invitati alla rottura serale del digiuno. Le donne mettono la testa fuori dalla cucina, le bambine non riescono più a rimanere sedute e gli uomini si alzano per andare incontro agli ospiti. Tra di loro un ragazzino, avrà sei anni, con un cappellino verde pisello che fa tenerezza, che guizza tra gli adulti come un furetto.

Ci sediamo, s’apre il festival dei saluti e dei discorsi, accompagnati da infiniti ringraziamenti e da insistiti segni di approvazione. Non sono formalismi, ma espressioni della accoglienza naturale degli indonesiani, che un sorriso lo dispensano a tutti coloro che incontrano. Se poi si aggiunge che i miei amici dal tempo del terremoto del 2006 collaborano con loro, ecco che le cose appaiono chiare: qui c’è spirito autentico di condivisione, forse anche di comunione. Lo dimostra l’attenzione che i musulmani mostrano per noi: ogni volta che facciamo una richiesta, l’accolgono anche se contravviene alle norme. Come entrare nella sala della preghiera, scattare fotografie, stringere la mano alle donne…

Arriva l’ora della rottura serale del digiuno. Il più anziano, l’imam, rivolge una cara preghiera «al Dio di Abramo e di Isacco perché ci conceda di mantenere sempre una reciproca misericordia, di saperci perdonare e rispettare perché questo è il suo volere». Ringrazia poi per il cibo, la salute, gli amici che sono venuti a trovarli, la provvidenza. Quindi istruisce le ragazzine sul perché Dio ci manda tutto quello di cui abbiamo bisogno, non di più però. Poi prende in mano la forchetta e apre i piccoli contenitori di plastica – rossi, rosa, arancio e verde pisello – che nel frattempo ci sono stati distribuiti: un’esigua porzione di riso bianco, tre uova di quaglia e qualche pezzettino di pollo. Null’altro. Eppure osservo attentamente i presenti: prima di mettere mano al magro pasto e di bere un sorso di tè alla menta, ognuno dei presenti si raccoglie in sé e quindi, quasi con pudore, afferra col cucchiaio qualche chicco di riso e lo accosta alle labbra. Poi afferra il bicchiere, ci pensa su qualche secondo, quindi ne beve un sorso.

Terminato rapidamente il pasto, l’imam intona le rituali preghiere. Nella sala di preghiera – cosa insolita – gli uomini e le donne pregano insieme: gli uomini davanti, col frugolino che semina un po’ di vivacità, in fila, e le donne tre passi più indietro, anch’esse a formare una linea regolare, dopo essersi abbigliate con vesti candide, tutte tranne tre di esse, che, chissà perché, indossano abiti rosa, viola e verde. E per finire, la pazza gioia di una fetta di anguria e di una porzione di frittelle croccanti, estratti di una qualche radice locale. Il saluto è un bacio dell’anima.
 
Dopo il terremoto
 
Perché quest’amicizia tra cristiani e musulmani a Bantul? Bisogna tornare indietro, al 2006, quando un devastante terremoto che fece solo in questa provincia più di duemila morti, ebbe il suo epicentro proprio qui. L’abitato, già di per sé precario, fu spazzato via, e non rimase in piedi un solo muro, o quasi. La scossa avvenne di notte, quindi le vittime furono numerose, e ogni attività andò danneggiata gravemente, come la tessitura a batik. Si mise in moto la macchina dei soccorsi, poi quella della solidarietà e della ricostruzione. Anche i giovani dei Focolari furono coinvolti nella richiesta di aiuto: chiesero aiuto agli amici di Singapore, che certamente avevano più disponibilità della comunità di Yogyakarta, toccata anch’essa dal grave sisma. Vennero quindi architetti e costruttori, per aiutare nel rimettere in piedi le abitazioni cadute a terra.

Non erano i soli, ovviamente: vari gruppi e associazioni s’erano impegnati nell’ardua fatica, ma non tutti con spirito disinteressato, promettendo magari i soldi necessari per ricostruire la casa a condizione di aderire a una data moschea o a una data chiesa. Ci fu quindi una decisione dei capo villaggio, che non accettarono la collaborazione della quasi totalità di queste associazioni. Gli amici dei Focolari cercarono da parte loro di conoscere i capo villaggio e di spiegare lo spirito evangelico della loro collaborazione: «Non sappia la destra quel che fa la sinistra»…
Furono perciò accettati e cercarono di capire assieme ai capo villaggio quello di cui c’era bisogno: mancavano totalmente i pendopo, cioè quei locali sollevati da terra e pavimentati con maioliche, senza mura ma con tettoie che nei villaggi hanno molteplici funzioni: ospitare le riunioni civili, fungere da riparo per il caldo, essere forniti di servizi igienici spesso per tutto il villaggio, ospitare le lezioni delle elementari, accogliere l’orchestra gamelan, talvolta servire per funzioni religiose.

La prima realizzazione ebbe luogo a Siten, con fondi raccolti dall’Amu (Azione per un mondo unito), che continuarono qui, in questo modo, gli investimenti iniziati in Indonesia in occasione dello tsunami di Banda Aceh del 2004. La linea di lavoro era chiara per i giovani: non dare soldi direttamente a nessuno, lavorare con la comunità del villaggio, coinvolgere i locali anche nella costruzione manuale dei pendopo

Dei giovani del movimento si rimboccarono le mani offrendo del loro tempo e delle loro competenze, al punto che alcuni di loro addirittura si trasferirono in una casa di uno di questi villaggi, per essere più vicini dell’azione. Questi giovani venivano retribuiti, anche se modestamente, dall’Amu come operatori sociali e fungevano da legame con le comunità locali. In questo modo sono stati eretti 22 pendopo, molto apprezzati nella regione, al punto che la stessa regina di Yogyakarta, la moglie del sultano, se ne è voluta interessare. Ed ha partecipato all’inaugurazione di uno di essi.
Finita la costruzione dei pendopo, e terminati i fondi a disposizione, ci si è chiesti come continuare tale collaborazione, da una parte e dall’altra. S’è visto così che gli abitanti locali desideravano poter migliorare la conoscenza dell’inglese dei loro bambini. Ed è quello che ora sta avvenendo.

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