Haifa, dove ci si ascolta

Il porto israeliano ospita una comunità variegata. La preghiera durante la crisi di Gaza di ebrei, cristiani e musulmani.
Haifa

«A Gerusalemme si prega, a Tel Aviv ci si diverte e ad Haifa si lavora». Così un adagio israeliano. Haifa dà subito l’impressione di un mondo distante anni luce dalla religiosità e dalla magia di Gerusalemme. Qui tutto è diverso. La posizione della città è su una magnifica baia, anche se prevale il bianco tipico della pietra a vista, caratteristica di tutto il Paese, le costruzioni presentano una grande varietà di fogge, con grattacieli che disegnano il profilo di una città moderna, con un porto trafficato e un commercio vivace. Anche la vivibilità è di primissimo ordine. Un architetto mi fa notare come, nonostante la natura collinare del centro abitato, si trovino parcheggi senza troppi patemi. Le molteplici attività industriali della zona si svolgono soprattutto nelle cosiddette krayot, i paesini della cintura.

 

I giardini dei baha’i

 

La città è costellata da giardini curati. Fra tutti spicca quello del centro mondiale della religione baha’i, con le tombe di due figure: il Bab (Mirza Ali Muhammad) e Abbas Efendi, il figlio e successore del fondatore della fede, Bahá’u’lláh.

Proprio la presenza dei baha’i, a lungo perseguitati in vari Paesi del Medio Oriente, dà l’idea di un tessuto sociale tollerante. Haifa presenta, difatti, una popolazione – circa 260 mila abitanti – multietnica e multireligiosa, con una assoluta prevalenza ebraica (91 per cento), ma con minoranza araba, sia musulmana (3,8) che cristiana (4,8), e drusa (1), ben integrate. Scritte in cirillico, accanto all’ebraico, all’arabo e all’inglese, sono segno di una comunità di origine russa tutt’altro che trascurabile: quasi un quarto della popolazione.

 

Una convivenza pacifica, tuttavia, non da sempre scontata e gratuita. Anche qui, infatti, la nascita dello Stato d’Israele fu segnata da tensioni e sangue. Il porto di Haifa divenne il crocevia dell’arrivo di migliaia di immigrati ebrei, dopo la Seconda guerra mondiale, e della fuga degli arabi, durante la guerra arabo-israeliana nel 1947-48. Gli scontri fra arabi ed ebrei militanti dell’Irgun causarono la morte di persone di ambo le parti e portarono come conseguenza al «massacro della raffineria di petrolio di Haifa», dove un paio di migliaia di impiegati arabi insorsero uccidendo una quarantina di ebrei.

 

Ilan Pappe descrive la scena drammatica della fuga degli arabi: «Il mercato di Haifa era a circa trenta metri dall’entrata principale del porto. Quando iniziò il bombardamento questa era la naturale via di fuga per i palestinesi presi dal panico. Quindi la folla fece irruzione nel porto scavalcando i poliziotti di guardia all’entrata. Centinaia di persone presero d’assalto le imbarcazioni ormeggiate e cominciarono a fuggire dalla città. Uomini che calpestavano gli amici, le donne e perfino i propri figli. Le barche si riempirono subito di un carico umano, e tutti erano orrendamente pigiati. Molte barche si capovolsero e affondarono con tutti dentro».

I beni e le proprietà di chi è fuggito sono stati confiscati ed è stato loro vietato il ritorno dai Paesi circostanti – soprattutto la Giordania – dove avevano trovato rifugio. Chi è rimasto gode ora dei diritti di cittadinanza dello Stato di Israele.

 

Armonia sociale

 

Nel corso degli anni, tuttavia, si è lavorato alla ricostruzione di un senso di armonia sociale e di tolleranza religiosa che ha, comunque, radici antiche. Haifa, infatti, è costruita ai piedi e sulle pendici del Monte Carmelo, dove la tradizione vuole che abbia dimorato il profeta Elia. La roccia è all’interno di un convento di carmelitani ed è venerata da pellegrini ebrei, cristiani e musulmani. Il monastero offre una vista incantevole sul golfo e, per la sua posizione strategica, una parte è oggi occupata dall’esercito israeliano. Il promontorio, infatti, guarda il Libano, di cui si vede la costa meridionale e da dove nel 2006 gli Hezbollah avevano attaccato Israele con missili che avevano fatto varie vittime.

 

Me lo ricorda un rabbino, che nel corso della visita alla sua sinagoga, mi porta nella stanza blindata dove, durante quei momenti di tensione, la sua comunità si radunava per la preghiera. Me la mostra con la stessa religiosità con cui mi aveva appena mostrato la sinagoga ufficiale. Haifa, fra l’altro, aveva avuto l’onore di essere menzionata nel Talmud, che ne parla come di un piccolo centro rurale, che nel corso di due millenni ha visto susseguirsi bizantini, persiani e arabi per passare, poi, sotto il controllo di mamelucchi e dell’impero ottomano. Uniche parentesi la campagna di Napoleone alla fine del XVIII secolo e l’amministrazione egiziana di Ibrahim Pasha.

Lo sforzo per l’integrazione socio-culturale e religiosa in una zona ad alto rischio di conflittualità, ha visto l’impegno costante sia dell’amministrazione che di gruppi presenti sul territorio. Proprio le comunità religiose e sociali hanno un ruolo decisivo.

 

Mentre Gaza scoppiava

 

Due anni fa, durante i bombardamenti di Gaza, un gruppo formato da cristiani, ebrei e musulmani, caso unico in tutto il Paese, decise di incontrarsi per pregare insieme per il ristabilimento della pace. Ne parla con orgoglio il rabbino riformato rabbi Edgar Nof, che da tempo è impegnato ad aprire la sua comunità ad un incontro con fedeli delle altre religioni monoteiste. L’esperienza della sua sinagoga è senza dubbio coraggiosa, e sta contribuendo a costruire ponti di comprensione e di amicizia fra ebrei e cristiani. Membri della comunità della sinagoga Or Hadash s’incontrano regolarmente con arabi cristiani per approfondire la conoscenza reciproca e quella delle Scritture.

 

«La bellezza di questi incontri – mi conferma una giovane signora cristiana – sta nella libertà con la quale ciascuno spiega le Scritture secondo la propria fede. Nonostante le prospettive ebraiche siano spesso diverse da quelle cristiane, nessuno si è mai sognato di cercare di cambiare la prospettiva dell’altro». È un’esperienza che va ben oltre una dimensione esegetica o accademica ed ha una chiara ripercussione sulla vita quotidiana con effetti positivi sull’integrazione sociale.

Un ebreo trasferitosi ad Haifa dagli Stati Uniti solo quattro anni fa ammette che il ritorno alla terra dei padri è stato tutt’altro che facile ed indolore. Proprio questi incontri fra ebrei e cristiani attorno alla parola di Dio «mi hanno aiutato a sentirmi accettato pienamente nella mia nuova casa e a superare ostacoli nuovi e assolutamente imprevisti al mio arrivo in Israele».

 

Il dialogo fra seguaci di diverse religioni si allarga anche ai musulmani. Un professore di matematica, preside di una scuola in un villaggio musulmano della cintura di Haifa, mi racconta di essere stato colpito più volte dalla serenità di una professoressa cristiana al punto da aver scritto per il concorso di abilitazione una tesi sulla “felicità”. Dopo qualche tempo, vinto il concorso, proprio l’insegnante cristiana lo ha invitato a pregare per la pace. Sorpreso dalla richiesta, ha obiettato di non essere un imam e di non avere un seguito di fedeli. La professoressa, laica anche lei, ha sottolineato che le persone impegnate a pregare erano quasi tutti laici. Da allora, sono passati più di tre anni, tutta la famiglia del professore è impegnata in un dialogo con cristiani ed ebrei.

 

Sua figlia, oggi tredicenne, ammette di aver capito l’importanza di aprirsi «a tutte le persone che ci circondano e a dare loro quanto posso. Ai miei occhi l’amore è come il sole, lo pianto nel cuore delle persone e lo vedo risplendere intorno a me perché è cresciuto», mi confida con una sicurezza che la fa apparire più matura della sua età. La ragazzina prosegue sicura, raccontandomi delle due feste che con ragazzi e ragazze ebrei, cristiani e musulmani, hanno organizzato negli anni scorsi per il capodanno. «Ci siamo incontrati, abbiamo mangiato, giocato, riso e fatto tante cose insieme. Alla fine della festa ciascuno di noi ha espresso un desiderio per l’altro, alcuni si sono avverati e altri no, perché questa è la volontà di Dio, e nessuno la può controllare».

 

Vivere insieme può essere bello

 

Segni di fratellanza in un mondo che spesso pare sinonimo di tensioni sociali e discriminazioni socio-religiose, un impegno tenace ad aprire strade sempre nuove. Due anni fa, il sindaco Yona Yahav, porgendo il saluto della cittadinanza ad alcune centinaia di teenager convenuti sulla spiaggia della città per un momento d’incontro di coetanei delle tre religioni monoteiste, aveva definito Haifa un modello di convivenza pacifica di ebrei ed arabi. È lo stesso spirito che ho trovato sulla scritta che campeggiava sullo sfondo della sala di un centro commerciale, dove nelle scorse settimane s’incontrava un gruppo di ebrei, cristiani e musulmani, promosso dai Focolari, a cui ha partecipato la presidente Maria Voce: «Come è gioioso che i fratelli vivano insieme».

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