Gli anticorpi della mafia a Roma

Il funerale dei Casamonica, oltre le polemiche, accende il dibattito sulla capacità di rispondere ad un fenomeno che, secondo Enrico Fontana, di Libera, è stato, finora, ridimensionato e occultato da “un muro di gomma” alzato dal potere politico, economico e giudiziario
Mafia capitale

L’enorme cupola della chiesa di San Giovanni Bosco, nel quartiere tuscolano a Roma è la stessa che incrocia lo sguardo disperato di Anna Magnani nel film “Mamma Roma” di Pier Paolo Pasolini nel lontano 1962. Esiste un legame intimo e nascosto tra la riflessione sulla condizione umana e questi palazzoni cresciuti troppo in fretta nella strada che porta a Frascati. In questo scenario surreale di un giorno di agosto 2015 si è celebrato lo spettacolo del corteo funebre della tradizione gitana in onore di un defunto del clan familiare dei Casamonica, “zingari italiani”, “Sinti” discesi da tempo nella Capitale dal natio Abruzzo. Il cognome è conosciuto ben oltre il quadrante sud della città per il coinvolgimento di alcuni membri in attività malavitose.

Per coloro che, come Giuliano Ferrara, considerano l’inchiesta Mafia Capitale una specie di ossessione senza fondamento, “uno stato di sospensione dalla realtà”, si è trattato solo di una manifestazione tipica di una certa cultura che non dovrebbe fare scandalo o suscitare troppe reazioni allarmate. Ben altre sarebbero, secondo il fondatore del quotidiano Il Foglio, i riti e i costumi dei veri boss mafiosi che non hanno bisogno di tale chiasso per esercitare un potere reale di intimidazione.

D’altra parte, secondo quanto riportano le cronache, si potrebbe osservare che la cerimonia funebre ha visto la partecipazione effettiva, al massimo, di 600 persone. Un numero relativamente basso per le dimensioni colossali di una chiesa che ha visto invece, pochi giorni prima, migliaia di tifosi romanisti accorsi per salutare uno storico esponente della curva giallorossa.

Di diverso avviso è Toni Mira di Avvenire, giornalista da sempre molto attento al fenomeno mafioso, che vi ha visto, invece, una dimostrazione di forza indirizzata a più destinatari. Mira cita l’intervista di due anni addietro all’allora comandante della compagna dei carabinieri di Frascati, colonnello Rosario Castello, che descrive il clan come «l’organizzazione più forte a Roma. L’unica che vanta forza intimidatrice e padronanza del territorio. Devono dimostrare quello che hanno, che sono capaci di restare impuniti e che possono commettere qualsivoglia forma di reato». La consistenza di questo radicamento si può cogliere dalle dimensioni del sequestro dei beni avvenuto nel 2004, a seguito di un’indagine con decine di arresti, «per circa 200 milioni di euro: 40 appartamenti, 15 ville, 200 auto di grossa cilindrata, 4 società di servizi tra le quali una che gestiva un sito internet legato al mondo del calcio e 6 concessionarie di auto».

Sulla consistenza dell’inchiesta promossa dal procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, si potrà avere conferma il 5 novembre prossimi quando comincerà il maxiprocesso su “Mafia Capitale”, che vede 100 persone indagate,  ma nel frattempo suscitano serie considerazioni le affermazioni del presidente nazionale del Partito democratico, nonché commissario straordinario del Pd romano, Matteo Orfini, il quale, lanciando per il 3 settembre una manifestazione pubblica nella stessa piazza del quartiere tuscolano , riconosce che l’iniziativa non è sufficiente ma che occorre «svegliare una città che ancora non ha gli anticorpi. Parlo del tessuto civile e sociale, che deve riconoscere l’esistenza di un problema per poterlo affrontare».

Alle parole di Orfini ha risposto il direttore generale di Libera, Enrico Fontana, secondo il quale «per decenni in tutti i palazzi del potere, dal Campidoglio al Viminale, dagli Uffici giudiziari di piazzale Clodio alla Prefettura di Palazzo Valentini, si è fatto a gara, tranne qualche lodevole ma effimera eccezione, nel "sopire e troncare" denunce e grida d'allarme. "Non esageriamo" è stata la parola d'ordine con cui il potere politico, economico e giudiziario hanno "assistito" all'insediamento dei clan nelle periferie della Capitale, da Ostia a Tor Bellamonaca, e all'accaparramento mafioso di locali e attività economiche nel centro di Roma».

Secondo Fontana, davanti alle prove evidenti confermate dalle relazioni della Commissione parlamentare antimafia, «si poteva contare, quando andava bene, su una "pacca sulla spalla" accompagnata da qualche "solenne" impegno, soprattutto se si parlava di "mafie in generale". Ma "senza esagerare" perché si rischiava di macchiare l'immagine della Capitale e il buon nome di chi l'amministrava».

Il direttore di Libera parla perciò di un vero e proprio “muro di gomma” che ha fatto naufragare le indagini, raffreddare le passioni civili e le speranze, azzerando gli anticorpi, mentre «chi ha avuto la tenacia e il coraggio di non arrendersi, a costo di pagare il prezzo dell'isolamento e delle minacce, o di passare come uno con il "pallino", la "fissazione" dell'antimafia».

Fontana invita Orfini e tutti i responsabili ad avere il coraggio di fare pulizia fino in fondo e di dimostrare senza messe misure di “esagerare” contro mafie e corruzione «per cacciarle davvero dal tessuto politico, economico e sociale di Roma».

 

 

    

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