Giustizia, non vendetta

Wiesenthal nacque nel 1908 in Ucraina. Prigioniero durante l’occupazione tedesca, finì in 13 campi di concentramento. Quando quel pezzo d’uomo alto un metro e ottantacinque fu liberato a Mauthausen, pesava solo 44 chili. Nei campi di sterminio aveva perso 89 parenti. Dopo la liberazione egli consacrò la sua vita a smascherare i criminali nazisti. Finita la guerra, tutti avevano fretta di dimenticare: gli Alleati pensavano alla Guerra Fredda, i sopravvissuti ricostruivano sulle macerie. Wiesenthal era solo. E da solo mise assieme una rete che smascherò circa 1100 criminali nazisti. Alcuni nomi: Adolf Eichmann, supervisore della logistica per la soluzione finale voluta da Hitler: fu giustiziato nell’unica condanna a morte emessa dallo stato d’Israele; Karl Silberbauer, ufficiale austriaco che fece arrestare Anna Frank: fu processato e assolto per aver solamente obbedito; Heremine Braunsteiner responsabile della morte di centinaia di bambini a Majdanek: fu condannata all’ergastolo. Nel film-documentario Gli ultimi giorni di Spielberg, un’ebrea ungherese sopravvissuta allo sterminio, racconta che dal giorno in cui vide un SS uccidere davanti a suoi occhi un bambino sbattendolo contro la camionetta, smise di parlare con Dio. Un’altra racconta di un bambino strappato alla madre e squartato in due davanti ai suoi occhi. Due, fra i più di un milione di bambini uccisi nell’oscuro vortice della Shoah. Primo Levi soleva affermare che tutto questo non è capitato per un incidente della storia, per un singolare delirio collettivo. È successo perché anche questo orrore fa parte della natura umana. E se è capitato, può capitare ancora. Per questo la Shoah, anche se ha colpito il popolo d’Israele, non è un fatto solamente ebraico. Gli ebrei non vogliono arrogarsi l’esclusiva della sofferenza, il dubbio privilegio d’essere più vittima degli altri. Il genocidio operato dai turchi contro gli armeni, i crimini di Pol Pot in Cambogia, le epurazioni di massa della Russia stalinista o della Cina di Mao, i più recenti fatti dell’Iran, di Sabra e Shatila, dei Balcani, dell’Iraq, del Ruanda o del Darfur sono crimini che gridano giustizia al cielo. Ma gli ebrei hanno voluto ricordare le agghiaccianti proporzioni e modalità della Shoah. E ne hanno avuto l’opportunità anche grazie a gente come Wiesenthal. La cui attività di cacciatore di nazisti consisteva nel preparare prove, testimonianze e identificazioni da consegnare agli organi giudiziari affinché i criminali venissero giudicati in un regolare processo. Inoltre egli, nelle sue conferenze stampa, esponeva le denunce a viso aperto, con gli occhi alzati: senza odio ma con estrema fermezza. Molti gerarchi nazisti, udendo le sue parole non riuscivano più a sopportare il ronzio di quella che Hitler definiva un’invenzione ebraica: la coscienza. E uscivano allo scoperto. In tutto questo Wiesenthal non era animato da risentimento o desiderio di vendetta, ma da un dovere verso la giustizia: è inammissibile che autori di simili atrocità possano vivere, sotto falsa identità, beatamente e impunemente. Per comprendere l’atteggiamento di Wiesenthal è opportuno capire il significato che ha il perdono per gli ebrei. Essi ritengono che possa perdonare solo chi ha subìto l’affronto in prima persona: nessuno può perdonare per conto di un altro. Nessuno può perdonare in nome dei sei milioni di cadaveri. L’ebreo crede che il giorno dell’espiazione, il Yom Kippur, per la sua stessa santità, è capace di assoluzione. Ma il suo perdono vale solo per i peccati commessi contro Dio. Non per quelli contro il prossimo. Chi ha recato danno o ferito nell’anima il prossimo, ottiene perdono solo se ripara direttamente al torto fatto. Il perdono, la Teshuvà, è un percorso difficile, non è una strigliata di spazzola sulla coscienza. È un cammino a ritroso, lento e paziente: disfare il male commesso e rifare il bene in una nuova direzione. Solo chi ha il coraggio di vincere l’amor proprio, di riconoscere il proprio torto e di confessarlo direttamente alla persona contro la quale lo ha commesso, può essere perdonato e comparire pulito di fronte al Creatore. In questa luce si può comprendere una fatto chiave nella vita di Wiesenthal, che servì poi ad animare la sua opera: Era il giugno 1942 a Leopoli, in circostanze insolite una giovane SS che stava per morire mi confessò i suoi delitti. Voleva morire in pace, mi disse, dopo aver ottenuto il perdono da un ebreo. Ritenni di doverglielo rifiutare. La sua opera è stata da allora animata non da odio, non da desiderio di vendetta, ma da un lucido e cosciente dovere verso la verità e la giustizia.

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