Giovanni Paolo II ci dice ancora: Non abbiate paura

Ieri sera su Tv2000 e Radio InBlu la preghiera del Rosario nella Cappella del Policlinico Agostino Gemelli di Roma, con una supplica a papa Wojtyla morto il 2 aprile del 2005. Per ognuno dei Misteri meditazioni prese da scritti di san Giovanni Paolo II, di san Giuseppe Moscati, di san Francesco e di santa Bartolomea Capitanio. In allegato il libretto.    

Il 2 aprile di 15 anni fa tornava “alla casa del padre” Giovanni Paolo II. All’udienza generale di ieri, rivolgendosi ai polacchi, papa Francesco lo ha ricordato: «L’uomo di oggi scorge i segni di morte divenuti più presenti sull’orizzonte della civiltà. Vive sempre più nella paura, minacciato nel nucleo stesso della sua esistenza. Quando vi sentirete in difficoltà, il vostro pensiero corra allora a Cristo: sappiate che non siete soli. Egli vi accompagna e mai delude. In questi giorni difficili che stiamo vivendo, vi incoraggio ad affidarvi alla Divina Misericordia e all’intercessione di san Giovanni Paolo II»

L’occasione  di ricordarlo è stata una supplica a papa Wojtyla e la preghiera del Rosario nella Cappella dedicata a san Giuseppe Moscati, il santo medico, del policlinico Agostino Gemelli di Roma trasmessa in diretta su Tv2000 e Radio In Blu. Le parole di papa Francesco richiamano alla mente due parole chiave del pontificato di Giovanni Paolo II. Tutti ricordano il suo primo messaggio, uno slogan che ha scosso il mondo: “Non abbiate paura”. La stessa paura che ci attanaglia oggi per la pandemia, ma da superare perché “Cristo ha vinto il mondo”. “Aprire le porte” a Lui ha sempre indicato un doppio percorso. Le porte del cuore, la scelta di Gesù, la preghiera intima e personale, e le porte del mondo per abbracciare il mondo con la misericordia per la fratellanza universale.

Lo stare a tu per tu con Dio, per ore, a volte seduto, in ginocchio, o steso a terra è stato il suo segreto. Lo legava a Gesù un rapporto particolare, diretto, mistico che poi traboccava, come un bicchiere ricolmo d’acqua fresca, sulla sua vita attiva. Non solo da papa, è stato sempre così. Lo aveva imparato in famiglia, da suo padre rimasto vedovo che di notte trovava sveglio a pregare lo Spirito Santo ad alta voce. C’è un ricordo toccante, vivido, dei suoi parrocchiani datato 1948. «Non di rado Wojtyla trascorreva parte della notte in preghiera davanti all’altare, steso a terra con le braccia allargate a croce. La presenza di Cristo nel tabernacolo gli permetteva di avere un rapporto molto personale con lui: non solo di parlare a Cristo, ma proprio di conversare con lui».

Giovanni paolo II
Giovanni Paolo II

La Trinità era diventata la sua vera famiglia. Presto aveva perso tutti i suoi cari e aveva la grande capacità di stabilire e cercare legami affettivi, da clima familiare e personale. Da papa ha viaggiato a lungo, cercando di portare il Vangelo fino ai confini della terra. Non ha risparmiato neanche un respiro. Le statistiche ci dicono che Karol Wojtyla ha compiuto 146 viaggi in Italia e 104 all’estero, raggiungendo 259 località italiane e 131 Stati indipendenti. I giorni trascorsi fuori dal Vaticano, senza contare i 164 giorni passati in ospedale, toccano quota 822, pari all’8,5 per cento dell’intero pontificato.

Una corsa per abbracciare il mondo, restando “fermo” dentro di sé alla ricerca di quella stessa famiglia, dal microcosmo al macrocosmo, che aveva trovato. «Non so se la storia – disse a Castel Gandolfo Wojtyla – si ricorderà di questo papa; penso di no. Se lo farà, vorrei fosse ricordato come il papa della famiglia». Sono innumerevoli le istantanee che ce lo hanno mostrato sciatore sulle cime italiane, ferito dopo l’attentato del 13 maggio 1981, in preghiera ad Assisi con persone di altre fedi religiose, scherzare fino a notte inoltrata con i giovani durante le Gmg che inventò, entrare dopo duemila anni per la prima volta in una sinagoga. Il Wojtyla teologo ci ha lasciato libri, encicliche, il pontefice in eredità 1338 beati e 51 santi. Eppure voleva essere ricordato come il papa della famiglia.

Nel 2000 nella Novo Millennio Ineunte ha proposto la “spiritualità di comunione” per tutta la Chiesa. È la spiritualità per il futuro, è un clima di famiglia, fatto di rapporti personali, di cammino sinodale, il frutto del Concilio Vaticano II. Modello di comunione non solo intraecclesiale, ma per il mondo, per superare i confini degli Stati, delle religioni, gli steccati ideologici e culturali per abbracciare il mondo intero visto come un’unica famiglia umana.

In un suo straordinario discorso a Casablanca, nel 1985, davanti a giovani musulmani che riempirono uno stadio, incoraggiò i giovani marocchini a far cadere le barriere, ad amare gli altri senza alcuna frontiera di nazione, di razza o di religione. «Allora – concluse – potrà nascere, ne sono convinto, un mondo in cui gli uomini e le donne di fede viva ed efficiente canteranno la gloria di Dio e cercheranno di costruire una società umana secondo la volontà di Dio». Un mondo più unito, solidale, fraterno, capace di far vivere insieme universi differenti.

Un sogno escatologico. Un sogno per autotrascendersi e guardare – direbbe oggi papa Francesco – “alla globalizzazione della fraternità”.

 

 

 

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