I gilets jaunes fanno paura

I transalpini hanno una grande capacità di creare rivoluzioni. Emergono quando nessuno le si aspetta e assumono forme inedite che in pochi giorni possono mettere a ferro e fuoco il Paese intero, e anche oltre. C’è un futuro per i catarifrangenti protestatari?

Jacline Mouraud è un personaggio per sua natura “moderato”, non è legata a un partito particolare: è divenuta, non sa nemmeno lei perché, una dei leader del movimento dei “gilet gialli”, che ha cominciato a protestare in tutto l’Esagono per bloccare le riforme del governo Macron-Philippe.

Una rivolta per certi versi inspiegabile e inattesa, che nei sondaggi riscuote un’enorme successo (sul 70% di appoggio o di simpatia), proprio mentre la popolarità del presidente Macron scende invece a livelli mai visti (24% di opinioni favorevoli). Un movimento nato “contro”, “orizzontale”, e “dalla base”, per protesta contro il caro-carburante e l’aumento della pressione fiscale su famiglie e imprese, soprattutto piccole imprese. Nessuno si aspettava che dalla protesta del 24 novembre, che a Parigi ha avuto come slogan principale «dimissioni di Macron Primo», si arrivasse a un movimento dilagante, anche oltre i confini.

Ma quando appare un nuovo movimento di protesta, ci si chiede chi vi sia dietro. Chi muove i fili della protesta? Chi la condiziona? Certamente l’opposizione di destra gongola per le piazze che si sollevano, e in fondo anche la sinistra estrema. Certo è che ieri è stata una giornata campale, che ha visto morti e feriti in tutta la Francia, e la prima concessione del governo: Macron ha in effetti incaricato il suo primo ministro Philippe di ricevere una delegazione dei manifestanti. Ma a questo punto, ottenuto in fondo un primo risultato, ecco che alcuni dei portaparola disponibili a incontrare il primo ministro si sono visti minacciare apertamente dalle frange più estremiste del movimento, al punto da dover rinunciare a recarsi all’Hotel de Matignon. Jacline Mouraud in testa. Ecco allora che appare abbastanza evidente come delle frange estremiste, non si sa quanto riconducibili a partiti precisi, stiano cercando di radicalizzare lo scontro per riscuotere poi i dividendi politici caldeggiati.

È un segnale inquietante del fatto che la protesta, che pure è nata probabilmente da sentimenti di frustrazione del cittadino medio, sta per essere presa in mano da elementi più politicizzati (in cui salta la distanza tra destra e sinistra), per far cadere Macron, considerato un tecnocrate che non ha a cuore a vita della gente comune. Il suo intellettualismo, che nasconde cose buone e meno buone, tra cui il pugno di ferro in economia, il suo europeismo che cela un disegno di governance dell’Europa apparentemente politica, ma nei fatti messa nelle mani di banchieri e finanzieri, è diventato indigesto alla maggioranza dei francesi (così sembra) che pure l’avevano sostenuto risolutamente fino a pochi mesi fa.

Le grandi promesse di rinnovamento di Macron hanno generato aspettative superiori alle umane possibilità di un Paese in crisi di pensiero e di visione, prima ancora che economica. Certamente i francesi si erano illusi di avere superato indenni la crisi del 2008: oggi stanno pagando le conseguenze di una negligenza da cicale, non certo da formiche. L’onda lunga della sfida terroristica, la società due terzi/un terzo (cioè due terzi di inclusi e un terzo di esclusi) non soddisfa più, non può “tenere” la società, troppo malessere emerge dalle periferie, dalle pletore di immigrati, soprattutto da un ceto medio che si sente tradito: i due terzi di inclusi rischiano di diventare un terzo, ribaltando un “equilibrio” che era fragile perché basato su una idea di società poco inclusiva.

E ora la bomba sociale è accesa. Esploderà? Ce lo si chiede con una certa angoscia, sapendo quanto la Francia sia sempre stata la miccia di movimenti più ampi nel continente. Fa pensare il fatto che anche in altri Paesi europei delle proteste abbiano preso come simbolo un oggetto comunissimo, il gilet obbligatorio presente in tutte le auto del continente. Quasi a voler dire: «Siamo figli di questa società del benessere e dell’opulenza, ma non accettiamo che il nostro benessere venga scalfito a profitto dei ricchissimi e sia minacciata dai poverissimi che vengono da fuori».

Doppio obiettivo, quindi, che però rischia di degenerare in una protesta troppo generica, contro i mulini a vento della finanza. Perché l’obiettivo può pur essere un presidente o un sistema bancario: anche se si facesse cadere la testa di Macron o si cambiasse il sistema delle rendite bancarie, il problema della fragilità di un’economia troppo di diritti e poco di doveri rimarrebbe intatta. Purtroppo la risposta di taluni Paesi europei sta in un nazionalismo di ritorno, in un sovranismo di nuova invenzione, ma che sostanzialmente è un nazionalismo aggiornato. Nemmeno questo servirebbe. È una questione di cultura, di radici culturali, di volontà. Di giustizia e di condivisione necessaria.

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