Gauguin. Il paradiso perduto

Non si può guardare una tela di Paul Gauguin senza rimanere stupefatti, e commossi, dalla qualità dolce del colore. La sua tavolozza, anche nelle (rare) volte in cui si fa densa e adombrata, non riesce a nascondere l’inclinazione naturale alla vena immediata, verginale del colore. I gialli, soprattutto, e poi i rossi caldi, i marroni, i blu nulla hanno di artificiale, di pensato. Sono così belli, suscitano una simpatia spontanea, perché sono facili: sono i colori dell’anima di uno affamato di scoprire cose nuove, e vere. È questa, forse, la personalità di Paul che, nel corso di una vita sempre in ricerca, mai normale come la buona borghesia di fine Ottocento desidera, viaggia ansiosamente prima in Francia, poi decisamente nei Mari del Sud, in Polinesia, a Tahiti e nelle isole Marchesi, dove finisce la vita nel 1903. Gauguin è convinto che l’Occidente ha distrutto la felicità. Non trova la sua via, fra gli artisti contemporanei come van Gogh – con cui tenta una impossibile convivenza -, Cézanne, Degas, Pissarro. Anche la vita familiare gli va stretta. Partire, fuggire diventa una necessità. È questa fuga che segna in due la vita e l’arte del pittore. Tanto che esiste nella sua pittura, un prima e un dopo l’esperienza nei Mari del Sud. Nel Paesaggio in Bretagna, regione che il pittore ha molto frequentato, del 1885, la vita campagnola è ritratta con amore, in segni sottili, tinte sfumate. Si ricrea un ambiente morbido, ma con ancora qualcosa di indeciso, come se questo ritrarre la vita agreste non dicesse tutto dell’anima di Gauguin. La natura morta con mango e ibisco (1887) vede l’artista concentrato progressivamente sul valore tattile del colore. Il rosso del papavero, il verde del mango: c’è lo sforzo di entrare dentro la natura, eppure si avverte qualcosa di velato, la luce è soffusa. Più rischiarato è invece l’olio su tela con la Testa di giovane contadino, una variazione di timbri verginali – gli azzurri – che esprimono il sentimento vago del ragazzo. Gauguin in questi anni cerca, pensa, si tormenta. Si ritrae mentre rientra a casa – Buongiorno, Monsieur Gauguin – fra arbusti filiformi, in un paesaggio indistinto, delicato come un pastello. È pronto per la fuga. Quando nel 1891 esegue I maiali neri siamo già in un altro mondo. Un Eden ricreato, rivissuto. I colori si vanno slargando, diventano dolcissimi. Uniscono delicatezza a precisione, a tenerezza. Le giovani indigene dai vestiti freschi, le capanne su cui il sole disegna fosforescenze di luce, gli animali in libertà danno l’idea, meglio l’immagine, di un paradiso ritrovato. Un sogno diventato realtà. Gauguin è incantato. Osservare Ai piedi della montagna ove i colori scivolano come una musica larga in gialli rossi e viola soavi: un mondo incontaminato, ove un minuscolo cavaliere galoppa, entro questa creazione in cui, come in quella biblica, tutto è buono, cioè conforme al pensiero amoroso di un Dio. E lui, il pittore, si ritrae con la tavolozza in mano (1894), lo sguardo rilassato, le tinte piane degli amati rossi e blu. Contempla l’ambiente dei Maori, i loro miti, per lui intatti da millenni. Nella realtà, l’Occidente coloniale li va distruggendo. Gauguin lo impara presto sulla propria pelle: va e viene dall’Europa alle isole, nervoso, con una inquietudine stancante che lo rende incompreso e disordinato nel vivere. Non rinuncia al sogno, ha bisogno di questo, di un ideale tempo- spazio in cui le creature rivivano la loro assoluta bontà, si perdano nell’amore. Se c’è un velo di tristezza nella Donna tahitiana – un acquerello che fa rifulgere sul giallo dorato un volto mesto -, si assiste nel Povero pescatore ad una contemplazionemeditazione meravigliosa sull’origine del mondo e della vita. L’uomo, accanto alla canoa, beve da una tazza e pensa. Sul cielo rannuvolato spiano striature di un sole nascosto, che dà vita ai colori puri come il verde smeraldo dell’oceano. Essi contornano la solitudine felice di una creatura in perfetta armonia con sé stesso e il cosmo. È uno di quei momenti dove l’arte è grande, ove un pittore riesce a superare sé stesso, il suo pensiero, il suo essere, entrando in una dimensione paradisiaca primordiale. Così come in Te avae no Maria (il Mese di Maria in lingua maori, 1899), Gauguin rivede la figura della donna, da lui tanto amata, espressa in Maria, donna tahitiana che brilla come una icona luminosa, si direbbe metafisica, cinta di fiori: fiori in mano, sugli alberi, intorno. Un canto alla femminilità nel suo fulgore, che questo mondo ai margini della civiltà sembra incarnare con la naturalezza di un prodigio. Il sogno è diventato visione, l’aria del Sud gli fa emergere in pieno la felicità che la bellezza dei luoghi in cui si trova a vivere esprime: il fuggitivo ha trovato riposo in un ambiente naturale e anche misterioso. Chi è infatti l’Uomo dal mantello rosso che nel 1902 Gauguin ritrae, diritto, inaccessibile, che ci guarda quasi triste dal suo Eden supplicando forse l’uomo moderno di non distruggerlo? Quest’uomo racchiude in sé risonanze millenarie, vicinanze spirituali, che gli Occidentali hanno smarrito. È lo sguardo dell’innocenza che per l’ultima volta tenta di parlare ad un mondo che l’ha perduta? Gauguin, forse, lo pensa. Nell’ultimo Paesaggio con maiale e cavallo (1903), il segno è stanco, infantile. Il pittore è molto malato, ma il tremolio non è solo fisico. Egli va lasciando i suoi sogni. Essi si dileguano nel colore malinconico del viola, la tinta della perdita. Ma anche dell’innocenza nascosta. Quella che, di fondo, anima l’avventura del paradiso di Gauguin. Mario Dal Bello

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