Forsythe: silenzio e urto

Che la danza abbia bisogno di essere continuamente reinventata ce lo dicono i grandi coreografi nel loro tentativo di afferrare lo spirito del tempo e tradurlo in movimento. Il cinquantaquattrenne americano, ma europeo d’adozione, William Forsythe ha saputo unire tradizione e modernità con un estro ed un rigore rari negli ultimi vent’anni. Cioè da quando, alla guida del Ballet Frankfurt, ha creato un suo personale linguaggio destrutturando lo stile accademico ed enfatizzandolo, con velocità e chiarezza, in tensioni ardite. Baciato da un successo planetario e alla vigilia di un divorzio annunciato (che tutti sperano non avvenga) dalla formidabile compagnia tedesca, Forsythe vive una nuova fase creativa tradotta in una rinnovata purezza gestuale e di contenuti. Ce lo dimostrano le quattro recenti coreografie presentate nel breve tour italiano, inaugurando il RED (Reggio Emilia Danza). Pur nell’astrazione del movimento, si colgono intermittenze del cuore che rimandano ad una condizione del vivere. Nell’assenza quasi totale di musica, essa scaturisce dai gesti e da quell’ansimare dei danzatori che esprime pure fatica di relazione fra gli uomini e ricerca di condivisione. Come in Double/ Single, per due ballerine, che rafforza con linee morbide il significato della ricerca dell’intesa. In The Room as it Was, invece, otto interpreti fluttuano, tra arrivi e partenze, in accelerazioni rapide e angolari: a voler ricomporre, seguendo il filo della memoria, una realtà frantumata. Nell’ironico N.N.N.N. prevale un senso di unione fra quattro danzatori, ostacolata da continui stacchi e interferenze, e infine ricomposta. Qui gambe, teste e braccia saettanti disegnano linee nello spazio vuoto. Come se il gesto, sollecitato da un impulso iniziale, seguisse poi traiettorie spontanee incontrando quelle degli altri a voler formare un’unica armonia. In One Flath Thing, reproduced, sui graffi sonori di Tom Willems, Forsythe costruisce costruisce una coreografia potente. La forza d’urto dei corpi che si muovono nello spazio impedito da venti tavoli metallici – sopra, sotto, in mezzo – suggerisce l’idea di una prigionia e di una condizione esistenziale difficile. Nel districarsi solitario o corale, fragile e violento – come è spesso la vita – dei magnifici interpreti, si creano due piani paralleli. Quello superiore dei tavoli sembra riflettere l’idea della piazza come luogo di incontro e scontro in cui si sta a guardare o si è protagonisti; sotto, invece, zona di riparo per riprendere fiato e riemergere ad affrontare i tumulti dell’esistenza. Un convulso e straordinario puzzle di un’umanità alla ricerca di solidarietà, col quale Forsythe coglie un bisogno del nostro travagliato tempo.

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