Fondamentalismo, cioè . . .

Fondamentalista sarà lei!. Espressioni come questa si possono ormai sentire nelle riunioni di condominio. Perlopiù, la prendiamo dai telegiornali, dove la parola fondamentalista viene usata prevalentemente per indicare fenomeni del mondo musulmano; ecco allora che si cita il proclama comparso in un sito Internet fondamentalista, o ci viene raccontato delle intimidazioni lanciate dai fondamentalisti a qualche politico moderato. In realtà, però, la parola fondamentalista non appartiene alla cultura islamica. A lanciare il termine, trasformandolo in un grido di battaglia, fu Curtis Lee Laws, sul Baptist Watchman- Examiner del primo luglio 1920: fondamentalisti sono coloro che ancora si aggrappano ai grandi fondamentali e che intendono combattere strenuamente per la fede. I grandi fondamentali, per Laws, sono i princìpi di base della fede. Pastore battista dal 1893 al 1913, prima a Baltimora, poi a New York, Laws conosceva profondamente gli umori e i problemi diffusi nel protestantesimo statunitense impegnato, da decenni ormai, in tre grandi dibattiti intorno a quelle che venivano avvertite come altrettante minacce alla fede tradizionale: anzitutto il diffondersi, anche tra protestanti di spirito liberale, delle teorie darwiniane sull’evoluzione, che sembravano distruggere la credibilità dei racconti biblici della creazione; ancora, la penetrazione della nuova esegesi biblica, di provenienza soprattutto tedesca, che all’interno dei più importanti seminari corrodeva la fiducia immediata e acritica sulla lettera dei testi sacri; infine, una visione della storia che accentuava eccessivamente il ruolo dell’uomo e la sicurezza del progresso, e che sembrava indebolire sia la dimensione escatologica, sia la fiducia nella grazia divina. Una riduzione dottrinale Contro queste tendenze, che il protestantesimo statunitense considerava radicalmente errate, si era già sviluppato un grande sforzo argomentativo e di formazione, di cui fu espressione anche la pubblicazione, a partire dal 1905, della collana The Fundamentals: lungo una decina d’anni, 64 autori pubblicarono, in 12 volumi, gli studi che proponevano la basi fondamentali della fede. È a questa collana che si rifaceva Laws nella sua dichiarazione di guerra: i 12 volumi erano penetrati profondamente all’interno del protestantesimo statunitense, diffusi gratuitamente, in 3 milioni di copie, tra il clero, i catechisti, i fedeli di media cultura. Il centro del messaggio era estremamente semplice: la Scrittura dev’essere interpretata letteralmente. La Bibbia infatti, si sosteneva, è come se fosse stata dettata direttamente e da Dio all’autore umano, che ha fatto da semplice scrivano: con il concetto di ispirazione verbale si intendeva sostenere che l’ispirazione non riguardava soltanto il senso, ma anche le parole con le quali veniva espresso. Questa convinzione in base alla quale il senso letterale sarebbe l’unico ammissibile, si discosta dalla tradizione cristiana: lo stesso sant’Agostino, nel suo commento alla lettera al libro della Genesi, sostiene la possibilità di non tradurre letteralmente, se que- sto porta svantaggio per la comprensione del testo. Il fondamentalista, dunque, assolutizza alcuni aspetti della fede, arbitrariamente assunti e staccati dal contesto dell’intera tradizione e dottrina; sulla base di questa riduzione dottrinale, costruisce un insieme di comportamenti e di obblighi che egli interpreta come il vero cristianesimo, mentre, in realtà, col cristianesimo hanno spesso poco a che fare. Battaglia politica All’inizio il fondamentalismo fu fenomeno essenzialmente religioso: un punto importante, che non va dimenticato, perché è a livello religioso che si devono prima di tutto individuare gli errori del fondamentalismo. Solo successivamente – come viene reso evidente da prese di posizione quali quella di Laws – arrivò ad assumere rilevanza pubblica; negli Stati Uniti, infatti, si celebrarono processi contro insegnanti che avevano introdotto la teoria dell’evoluzione nelle loro classi; il dibattito, all’inizio solo teologico, invadeva ormai il terreno delle leggi dello stato: la royal battle di Laws era ormai diventata un fenomeno anche politico. Anzi, solo con quest’ultimo passaggio abbiamo raggiunto il fondamentalismo vero e proprio: esso infatti non consiste in una mera posizione di dottrina religiosa, ma in un movimento dotato di una specifica ideologia religioso-politica; il fondamentalista, infatti, non coltiva le proprie scelte separatamente dal resto della società, all’interno di un gruppo privato ma, al contrario, è animato dall’impulso universalista della religione che egli pretende di interpretare autenticamente, e vuole che le sue idee diventino legge. Ecco allora che il fondamentalismo, così completato con il suo aspetto politico, corrisponde effettivamente alla definizione datane da Bruce Lawrence, della Duke University: è l’affermazione dell’autorità religiosa come solistica [onnicomprensiva, unificante] e assoluta; essa non ammette né atteggiamento critico né alcuna riduzione; il fondamentalismo è espresso attraverso la domanda collettiva, richiedente che specifiche convinzioni di fede e dettati etici derivati dalla Scrittura, siano pubblicamente riconosciuti e imposti dalla legge. Quando il fondamentalismo arriva a manifestarsi apertamente nel suo aspetto politico, si scatena, come ci si può aspettare, il dibattito intorno alla laicità e all’intrusione di un potere religioso nell’ambito civile e politico: e viene posto il problema del rapporto tra i vari gruppi religiosi e lo stato. Ma in realtà, questo problema è solo una conseguenza; il vero problema viene prima, e riguarda l’interno delle chiese, cioè il modo stesso con il quale viene interpretato il cristianesimo. Il fondamentalismo sorge dal rifiuto della modernità, con tutto ciò che essa comporta: l’emergere della coscienza individuale, lo sviluppo delle scienze, la piena distinzione tra i poteri spirituale e temporale; ma il rifiuto più radicale riguarda il pluralismo, la molteplicità delle possibilità di vivere e comprendere la stessa fede, pur nell’unità dei princìpi; una pluralità, questa, che, se emerge in modi a volte drammatici nell’epoca moderna, c’è in realtà sempre stata nella storia della chiesa, ricca, da sempre, di diversi carismi, tradizioni, culture. Da questo punto di vista, il fondamentalismo rappresenta una chiusura e un passo indietro, una reazione di difesa davanti alle diversità, avvertite come minacce da un cristianesimo che non ha ben compreso sé stesso perché, con ogni evidenza, non è disposto ad accettare fino in fondo le conseguenze della realtà centrale del cristianesimo stesso: il Dio rivelato da Gesù è, egli stesso, Trinità, fonte sia dell’unità sia di ogni creaturale distinzione. Legge islamica: il ruolo delle scuole Fondamentalismo, dunque, è un termine che nasce all’interno del mondo cristiano, e particolarmente all’interno del protestantesimo statunitense; nel contesto cristiano-occidentale il suo significato è abbastanza preciso, sia nella sua origine, sia nelle applicazioni che ha avuto in seguito. Oggi però esso viene applicato ad una grande varietà di fenomeni e, prevalentemente, viene utilizzato per indicare realtà e posizioni nell’ambito del mondo musulmano: che senso ha questa applicazione? Frequentemente, nel linguaggio giornalistico e politico, vengono genericamente indicati come fondamentalisti coloro i quali, all’interno dell’islamismo, intendono applicare la Legge islamica nella sua integralità. Ma che cosa è la Legge islamica? La Shari’a o Legge islamica è per i musulmani espressione della volontà divina per ciò che riguarda sia la religione e il culto, sia gli aspetti fondamentali della vita individuale e collettiva. La Shari’a si basa anzitutto sul Corano, i cui precetti giuridici sono però piuttosto limitati (circa duecento versetti in tutto); il Corano necessita dunque di un complemento, costituito dalla Sunna, la quale è formata, prevalentemente, dalla raccolta dei detti e dei fatti di Muhammad: il Profeta, infatti, è considerato il principale modello del credente, la sua vita e le sue parole hanno valore normativo per i musulmani sunniti, cioè circa l’85-90 per cento dei musulmani. La Shari’a dunque si costruisce dal Corano e dalla Sunna: ma i suoi contenuti sono indubitabilmente certi? Un problema che ben presto si affacciò, fin dai primi decenni dell’Islam, era costituito dall’enorme nu- mero di hadith, detti ed episodi di vita attribuiti al Profeta, che circolavano nel mondo islamico: oltre a quelli autentici, molti altri erano stati inventati e, nel mezzo, fioriva la massa di quelli dubbi. A partire dalla fine del Settecento e lungo tutto l’Ottocento (del primo millennio), generazioni di studiosi misero a punto le principali raccolte di tali detti: su alcune di esse l’accordo è unanime, mentre su altre le opinioni divergono. A questa incertezza si deve aggiungere il fatto che molti detti accettati come autentici sembrano avere contenuti fra loro contrastanti, che lasciano numerose possibilità di interpretazione: ciò significa che l’Islam, costitutivamente, prevede un pluralismo di opzioni, è aperto con duttilità alle varie esigenze dei credenti, alle diverse situazioni ed epoche. Questo pluralismo è testimoniato dalle grandi scuole teologico-giuridiche che si formarono tra la fine del Settecento e lungo l’Ottocento; parteciparono attivamente alla definizione delle raccolte della Sunna e produssero propri testi. La prima di esse in ordine cronologico, la scuola hanafita, fondata da Abu Hanifa al-Nu’man (morto nel 767), sottolineava particolarmente il ruolo del pensiero personale nell’elaborazione della legge, e sviluppava il ragionamento condotto soprattutto attraverso l’uso dell’analogia. Altre scuole, sorte subito dopo, calibrarono diversamente il ruolo del pensiero personale e quello della lettera del testo, ma nessuna rinunciò al ruolo metodologico della speculazione, tranne la scuola hanbalita: ultima a venire fondata, tra le grandi scuole sopravvissute fino ad oggi, questa scuola di Ibn Hanbal (morto nell’855) propugnava il ritorno alla lettera del Corano e della Sunna, nonostante le difficoltà, allora già chiarissime, di stabilire definitivamente la stessa lettera. La scuola Hanbalita rimase la meno seguita nella storia dell’Islam, proprio per la sua rigidità, che mal si concilia con la duttile e profonda intelligenza islamica, capace di aprire orizzonti di senso attraverso semplici sfumature. La scuola fondamentalista Ma proprio le tesi di tale scuola, reinterpretate attraverso i suoi esponenti più intransigenti (in particolare Ibn Taymiyya, 1263-1328, e Ibn Wahab nel XVIII secolo), uniscono oggi i gruppi di islamisti più radicali e costituiscono al contempo la dottrina della Lega del mondo musulmano, che dall’Arabia Saudita viene diffusa in tutto il mondo. C’è insomma un contesto ideologico che accomuna questi gruppi radicali e molti musulmani che non sono necessariamente violenti. La scuola hanbalita predica il ritorno alle fonti e alle origini come se fosse facile e ovvio, mentre proprio questo è problematico: le fonti e le origini dell’Islam, pur all’interno di una unità di princìpi, sono plurali, come testimonia la loro storia. Ma questa ricchezza e complessità non viene trasmessa, sembra non entrare nel patrimonio formativo della maggior parte dei musulmani di oggi. Le scuole canoniche dell’Islam – spiega lo studioso Maurice Borrmans – hanno elaborato nel corso delle epoche un corpo di dottrine che si è modificato a seconda dei contesti storici e delle esigenze culturali delle società musulmane. I fondamentalisti moderni, in Islam, sembrano aver dimenticato questa lunga storia delle evoluzioni della Shari’a e la sua costante elasticità di adattamento ai diversi contesti culturali. Potremmo dunque usare il termine fondamentalista, nel contesto musulmano, per indicare la negazione di quel pluralismo e di quelle distinzioni che sono parte costitutiva della ricchezza dell’Islam, allo scopo di ottenere un insieme di convinzioni semplici, rigide e immodificabili, che meglio si prestano a far da base per una ideologia religioso-politica, cioè per portare il fondamentalismo dal terreno religioso a quello politico. Da questo punto di vista, le somiglianze col fondamentalismo occidentale sono molto forti. Potremmo concludere che parlare di fondamentalismo cristiano e islamico è corretto, perché entrambi si servono di argomenti religiosi, ma sgradevole, perché entrambi deturpano le due religioni. (1. Continua) Antonio Maria Baggio Note. Per notizie su Curtis Lee Laws e, in generale, il fondamentalismo statunitense vedere i siti web di: Christian Ethics Today Foundation; Southern Baptist Convention; Bob Jones University; Bible Believer’s Resource Page. Altre note: Bruce Lawrence, Defenders of God: The Fundamentalist Revolt against the Modern Age, University of South Carolina Press, 1995; Marice Borrmans, L’Islam contemporaneo e i suoi fondamentalisti radicali, in Euntes docete, rivista quadrimestrale della Pontificia Università Urbaniana, LVI/2 2003, pp. 111-129.

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