Fiori e panni sporchi

Due originali iniziative a Cagliari per la cura del verde e del carcere.
Carlo Tedde
Una speciale classifica che misura la qualità della vita nelle città vede Cagliari al secondo posto in Italia come quantità di verde a disposizione dei suoi cittadini.

E in questa città nel 1983 nasce la cooperativa sociale “Primavera ’83”: un giardiniere, un assistente sociale e la certezza nella fede che nulla è impossibile a Dio sono i suoi ingredienti principali. Oggi nella cooperativa lavorano 55 cooperatori, operando soprattutto nei giardini della città di Cagliari con uno stile che concilia l’inserimento lavorativo di persone vulnerabili con l’efficienza richiesta dal mercato.

 

Al timone della cooperativa, dal 1991 aderente al progetto di Economia di Comunione, è oggi Maria Grazia Patrizi, imbarcatasi dal 1987 nell’avventura di “Primavera ’83”. «Quando arrivai – dice Maria Grazia – la situazione non era delle migliori: la stragrande maggioranza dei soci non era in grado di far fronte alle esigenze lavorative della cooperativa. Io avevo tanti dubbi, e fu mia madre a ricordarmi come dietro ad ogni persona o situazione ci fosse Dio, anche in questa iniziativa. Fu la molla che fece scattare la voglia di mettermi in gioco».

Il ricambio totale della compagine diede nuova linfa alla cooperativa, che cominciò a crescere tenendo la coesione del gruppo come vero capitale da preservare. Nel luglio del 1998 un ulteriore passo fu la scelta di aderire al “Consorzio solidarietà”: sviluppando la collaborazione con altre cooperative sociali esperte nel reinserimento di persone problematiche, dai tossicodipendenti ai malati mentali.

 

«Passo importante – riprende la presidente – è stato curarsi, in condivisione con la cooperativa “Sa Striggiula”, della manutenzione del verde della città di Cagliari. Questo è stato il banco di prova, dopo aver battuto sul tempo le più importanti aziende del settore. “Innaffiano con l’entusiasmo i giardini della città” è il titolo con cui un giornale sardo ha salutato l’avvio del servizio, e ricordo bene come gli stessi cagliaritani, vedendo gli operai in tuta verde lavorare nel centro della città, parlassero di una piacevole novità».

Così a trent’anni dall’inizio di questa attività, tanti sono stati i traguardi raggiunti e tanti gli ostacoli affrontati, tutti, però, all’insegna di una grande convinzione: dietro ad ogni cosa c’è un disegno divino, basta scoprirlo e cooperare insieme per attuarlo.

 

«I panni sporchi si lavano in carcere». Queste le parole usate dal vescovo di Cagliari, Giuseppe Mani, il giorno dell’inaugurazione della lavanderia all’interno dell’istituto penale minorile di Cagliari/Quartucciu. Un’iniziativa imprenditoriale che vede l’istituto di Cagliari avanguardia del “Mitico” (Misure trattamentali inserimento e creazione occupazione), progetto che in Italia coinvolge cinque istituti penali minorili.

 

«Per noi lavorare nel sociale è una sfida, più è difficile e più ci piace! La gestazione di questa esperienza, durata tre anni, ha generato

una vasta rete di sinergie e rapporti tra la pubblica amministrazione, il privato sociale e la comunità locale, e sono proprio questi legami costruiti con fatica l’innovazione più preziosa nell’ambito del “Mitico”», così afferma Carlo Tedde, presidente del “Consorzio solidarietà”, in occasione del primo compleanno dell’attività della lavanderia. «L’incontro, dal titolo sardo “Traballai a intru” (lavorare dentro) – continua Tedde –, ha come finalità valutare l’esperienza fatta per rilanciare questa modalità di lavoro, che vede il carcere aprirsi al territorio e contribuire allo sviluppo economico. Con questa impresa comunitaria abbiamo abbattuto il muro che divide chi sta dentro da chi sta fuori: un muro di burocrazia, di pessimismo, di sospetto che si è sgretolato con i buoni risultati del progetto e la soddisfazione di tutti».

 

La lavanderia avviata nel 2009, ha usufruito dell’importante collaborazione della Nivea, azienda del settore, che ha messo a disposizione il suo know-how ed alcune commesse. «Il successo del progetto – spiega Giuseppe Zoccheddu, direttore dell’istituto penale – è dato dall’attività della cooperativa sociale “La lanterna” che, affiancata e sostenuta dal “Consorzio solidarietà”, è riuscita ad impiegare quotidianamente nel ciclo produttivo cinque giovani sottoposti a misure penali. Orientare e formare sul campo con imprenditori veri è il reale scopo del progetto: solo così la misura restrittiva sarà capace di riabilitare chi ha sbagliato. La cooperativa è riuscita ad impiantare l’attività, sta insegnando il mestiere, mettendo all’opera i ragazzi, e alla fine qualcuno dei più bravi avrà anche la possibilità di entrare a far parte degli organici della cooperativa».

 

E per concludere, il parere entusiasta di Patrizia Accossu, la psicologa che dei ragazzi cura il percorso e il reinserimento: «Dai nostri colloqui escono commenti che testimoniano la felice riuscita dell’iniziativa. Stiamo preparando i ragazzi ad affrontare con più strumenti il mondo che fuori li aspetta».

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