Madagascar, un milione con Francesco

Veglia con più di 100 mila giovani e messa con 1 milione di persone nel podere diocesano alle porte di Antananarivo. Centinaia di migliaia di malgasci all’ascolto delle parole di Bergoglio, che sembra amare questo popolo come pochi altri.

«Ho fatto 43 ore di viaggio per arrivare fin qui, ma non potevo non venire. Voi potete vedere il papa quasi ogni giorno, ma noi qui in Madagascar o venivamo oggi o mai più», mi dice una giovane del Sud. Mentre un ragazzo del Nord imbacuccato in tutti i vestiti che ha, qui oggi fa freddo, è un inno alla gioia: «Il papa non mi dà solo sicurezza, ma la felicità di Gesù. Ne abbiamo bisogno qui in Madagascar, perché siamo poveri, sfruttati e bastonati dalla vita. Ma nulla potrà fermarmi ormai». Una terza persona, avrà 30 anni, è una giovane donna che giunge dalla periferia della capitale: «Ho tre figli, uno di loro l’ho chiamato Francesco per onorare questo papa. È il solo “capo” che vuole veramente bene al suo popolo». Infine, un ragazzo con l’orecchino, viene dal Nord: «I preti non mi piacciono, ma questo papa non mi sembra appartenere al mondo clericale».

APTOPIX Madagascar Africa Pope

Dopo gli appuntamenti istituzionali del primo giorno di visita in Madagascar, papa Bergoglio ha iniziato sabato sera i bagni di folla a Soamandrakizay, dove la diocesi di Antananarivo possiede un terreno di 30 ettari che è stato scelto per ospitare sia la veglia dei giovani del 7 che la messa dell’8 settembre. I lavori di adattamento del terreno sono stati seguiti, a quanto dicono, personalmente dal presidente Rajoelina, che ha voluto così affiancare la Chiesa locale. Nella sera del 7 settembre ci saranno 100 mila giovani, forse più, sapendo che la maggior parte di loro passerà la notte su questi prati, con temperature abbastanza inclementi per il Madagascar e un vento che solleva vortici di polvere che fanno forse la gioia dei fotografi, ma non dei presenti. Atmosfera simile a quella delle Gmg che abbiamo conosciuto in giro per il mondo, colori esaltati dai raggi serali (qui alle 18 fa quasi notte), un gran freddo per tanti giovani che non sembrano essere attrezzati per resistere alle intemperie… Ma la gioia è palpabile nei volti di questi malgasci che non stupiscono mai coi loro sorrisi che sembrano incancellabili dal loro volto.

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Dopo qualche testimonianza che ha mostrato la complessità dell’essere giovani oggi in Madagascar, il papa ha articolato la sua catechesi partendo proprio da una di esse: «Come ci hai detto tu, Rova, nel tuo cuore, avevi da tanto tempo il desiderio di visitare i carcerati. Hai iniziato ad aiutare un sacerdote nella sua missione e, a poco a poco, ti sei impegnata sempre di più finché questa è diventata la tua missione personale. Hai scoperto che la tua vita era missionaria. Hai imparato a rinunciare agli aggettivi e a chiamare le persone col loro nome, come fa il Signore con noi. Lui non ci chiama col nostro peccato, coi nostri errori, i nostri sbagli, i nostri limiti, ma lo fa con il nostro nome; ognuno di noi è prezioso ai suoi occhi. Hai imparato a conoscere non solo le qualità, ma anche le storie che si nascondono dietro ogni volto. Ti sei resa conto che, in molte persone che sono in prigione, non c’era il male, ma delle cattive scelte. Questo ci ricorda uno dei doni più belli che l’amicizia con Gesù può offrirci. Lui è in te, lui è con te e non se ne va mai. Ti aspetta per ricominciare”».

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Il papa poi ha cercato di invitare i giovani presenti a non cedere all’amarezza: «Quelle illusioni che, quando siamo giovani, ci seducono con promesse che ci anestetizzano, ci tolgono la vitalità, la gioia, ci rendono dipendenti e ci chiudono in un circolo apparentemente senza uscita e pieno di amarezza. Un’amarezza, non so se sia vero… ma c’è il rischio per voi di pensare: “È così… niente può cambiare e nessuno ci può far nulla”. Soprattutto quando non si dispone del minimo necessario per combattere giorno per giorno; quando le effettive opportunità di studiare non sono sufficienti; o per coloro che si rendono conto che il loro futuro è bloccato a causa della mancanza di lavoro, della precarietà, delle ingiustizie sociali…, e che quindi sono tentati di arrendersi. Il Signore è il primo a dire: no, non è questa la via. Egli è vivo e vuole che anche tu sia vivo. Vuole trasformarci tutti e fare della nostra vita una missione. Ma ci chiede di non aver paura di sporcarci le mani. Attraverso di voi, il futuro entra nel Madagascar e nella Chiesa».

Poi ricorda un’altra testimonianza ascoltata: «Come ha detto bene Vavy Elyssa, è impossibile essere un discepolo missionario da solo: abbiamo bisogno degli altri. L’incontro personale con Gesù è insostituibile, non in maniera solitaria ma in comunità. In comunità, possiamo imparare a riconoscere i piccoli miracoli quotidiani, come pure le testimonianze di com’è bello seguire e amare Gesù. E questo spesso in maniera indiretta, come nel caso dei tuoi genitori, Vavy, che, pur appartenendo a due tribù diverse, ognuna con le sue usanze e i suoi costumi, grazie al loro reciproco amore hanno potuto superare tutte le prove e le differenze, e indicarvi una bella via su cui camminare». E ha concluso: «Vogliamo per il Madagascar, per ciascuno di voi e per i vostri amici: che la luce della speranza non si spenga».

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Il freddo della notte è stato superato, e sin dalle prime ore dell’alba verso il campo di Soamandrakizay un’immensa folla è convenuta per unirsi ai giovani presenti. Quanta gente ci sarà? Le stime vanno da 300 mila al milione. Un dato certo è che sono stati distribuiti 800 mila inviti. Poco male, la folla è tanta, il clima di festa evidente. Nella sua omelia il papa commenta il Vangelo parlando soprattutto delle folle che seguivano Gesù ovunque, rivolgendosi alla folla malgascia e indicando tre esigenze riguardanti la vita dei cristiani nel contesto dell’isola: per contrastare familismo, riduzionismo e solipsismi, guarda caso tre “ismi”. In qualche sorte appare una summa della sua predicazione ad Anananarivo e dei suoi 11 discorsi.

«La prima esigenza – spiega Bergoglio – ci invita a guardare alle nostre relazioni familiari. La vita nuova che il Signore ci propone sembra scomoda e si trasforma in scandalosa ingiustizia per coloro che credono che l’accesso al Regno dei Cieli possa limitarsi o ridursi solamente ai legami di sangue, all’appartenenza a un determinato gruppo, a un clan o una cultura particolare». È un discorso, quello della mentalità clanica o tribale, che il papa ripete spesso nell’indicare che i legami evangelici non vanno contro la famiglia, il clan o la tribù, ma li “clarificano” sul modello di Gesù: «Quando la “parentela” diventa la chiave decisiva e determinante di tutto ciò che è giusto e buono – prosegue Bergoglio –, si finisce per giustificare e persino “consacrare” alcuni comportamenti che portano alla cultura del privilegio e dell’esclusione (favoritismi, clientelismi, e quindi corruzione)».

La seconda esigenza appare estendibile a gran parte del nostro pianeta: Gesù, dice il papa, «ci mostra come risulti difficile seguire il Signore quando si vuole identificare il Regno dei Cieli con i propri interessi personali o con il fascino di qualche ideologia che finisce per strumentalizzare il nome di Dio o la religione per giustificare atti di violenza, di segregazione e persino di omicidio, esilio, terrorismo ed emarginazione. L’esigenza del Maestro ci incoraggia a non manipolare il Vangelo con tristi riduzionismi, bensì a costruire la storia in fraternità e solidarietà, nel rispetto gratuito della terra e dei suoi doni contro qualsiasi forma di sfruttamento; con l’audacia di vivere il “dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio”», e qui Bergoglio cita il documento di Abu Dhabi.

E infine il papa mette in guardia contro i solipsismi: «Come può essere difficile condividere la nuova vita che il Signore ci dona quando siamo continuamente spinti a giustificare noi stessi, credendo che tutto provenga esclusivamente dalle nostre forze e da ciò che possediamo; quando la corsa ad accumulare diventa assillante e opprimente esacerbando l’egoismo e l’uso di mezzi immorali». Discorsi, evidentemente, non solo rivolti al popolo malgascio, ma in questa terra ricca e povera, felice e travagliata, appaiono una linea rossa da seguire.

 

 

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