Don Giussani: Cristo al centro di tutto

L’esperienza di Dio e l’amore per la Chiesa, il grande desiderio di trasmettere la fede soprattutto ai giovani. Così Paolo Cremonesi e Chiara Beghi ricordano il fondatore di Comunione e Liberazione nel 15° anniversario della sua nascita al cielo
© Archivio CL / Lapresse Don Giussani nel 1956 con i suoi studenti a Portofino.

Paolo e Chiara Cremonesi sono sposati, hanno 5 figli (di cui una figlia suora), 2 nipoti e fanno parte del Movimento di Comunione e Liberazione fin dagli anni dell’università. Parliamo con loro in occasione del 15° anniversario della morte di don Giussani.

Che ricordo avete di don Giussani?

Chiara: dal ’78 all’83, gli anni in cui ho fatto l’università a Milano, ho potuto incontrare don Giussani tutte le settimane in riunioni, assemblee di un centinaio di persone. Un ambito molto ristretto perché lui a Milano faceva il corso sul senso religioso ed eravamo più di mille.

Paolo: Penso che don Giussani sia stato uno dei più grandi educatori del ‘900, una personalità che ci vorrà ancora tanto tempo prima di cogliere in profondità, una personalità incompresa negli anni in cui ha svolto il suo sacerdozio. Alla fine degli anni ’50, in un periodo in cui l’Italia era considerata cattolica senza pensare che questo dato potesse essere messo in crisi, è stato uno dei primi a percepire i segni profondi di una crepa che c’era soprattutto tra i giovani. Incontrando alcuni giovani in treno, parlando con loro, si è accorto della totale ignoranza che c’era tra gli studenti anche sulle cose più elementari del cristianesimo e gli è venuto questo irrefrenabile impeto di far conoscere loro quello che lui aveva conosciuto. È una persona difficile da descrivere, profonda, parlava con la voce roca, tagliente, per frasi essenziali, era molto diretto nella comunicazione. L’ultima volta che l’ho avvicinato sulle scale dell’Università Cattolica – erano gli anni ’60 in cui il tema del pauperismo era molto sentito -, gli ho chiesto: «Don Giussani, ma cosa vuol dire essere poveri?». Lui si è voltato, mi ha guardato e mi ha detto: «Per essere poveri bisogna essere decisi». E se ne è andato. Io ho pensato: «Ma cosa c’entra con la povertà?». Invece, negli anni, ho capito che ogni giorno devi essere deciso nella tua scelta per Cristo.

In che senso è stato poco compreso?

Paolo: La crisi che noi oggi tocchiamo con mano, la crisi dell’evangelizzazione della Chiesa in Italia iniziava già alla fine degli anni ’50 e nessuno se ne rendeva conto. Gli oratori erano “pieni”, le Chiese la domenica affollate, i giovani venivano instradati lungo un cammino – ora di religione, oratorio, Azione Cattolica – ma era una fede sempre più attaccata all’apparenza e con sempre minor ragioni razionali, motivazioni profonde razionali della propria scelta e don Giussani si era accorto di questo. Un po’ quello che dice oggi papa Francesco: riscoprire la bellezza del cristianesimo, che non può essere solo una regola da seguire.

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Questo cammino fatto insieme, la conoscenza di don Giussani, in che modo vi ha aiutato nell’essere famiglia?

Chiara: Il regalo più grande che ho avuto nella mia vita è stato – da matricola all’università, nella classica crisi esistenziale giovanile – l’incontro con don Giussani e il Movimento che ha dato il senso della mia vita, che mi ha detto che la mia vita ha un senso perché Gesù Cristo è venuto per me, vuol bene a me e tutto quello che faccio ha un significato e questo mi ha aiutato in tutto. Ad esempio sono passata da vivere a Milano ad abitare a Roma, dove non conoscevo nessuno, abitavamo fuori dal Raccordo, sono rimasta subito incinta, dovevo stare a riposo e delle amiche mi chiedevano come facessi ad essere contenta lo stesso. Il motivo è che da don Giussani non ho imparato a fare delle cose, ma ho imparato che tutto quello che faccio è per Cristo, ha un senso. Per lui era così evidente che Cristo è venuto sulla terra per salvarci, è risorto, ha vinto la morte, ha vinto tutto, quindi tutto ha un significato. Il carisma di don Giussani è rimettere Cristo al centro di tutto. Lui non ha mai fatto un cammino per le coppie, perché se credi in Cristo questo ti aiuta a vivere se sei suora, se sei sposata, con tuo marito, con i tuoi figli. Poi noi ci siamo molto aiutati fra famiglie del Movimento con cui si vivono le stesse situazioni.

Qual è l’eredità di don Giussani e come si può attualizzare il suo messaggio?

Paolo: Le parole di don Giussani vanno capite rapportandosi con se stessi. Una della categorie fondamentali del suo pensiero era quella dell’esperienza, una categoria che negli anni ’50-’60 era vista con una certa perplessità. Esperienza nel senso che nel cristianesimo o fai esperienza, o il concetto diventa carne, lo vivi, oppure nel tempo lo perdi. Questo vale anche oggi, soprattutto in un momento storico in cui tutto sembra dire il contrario: o incontri la pertinenza della fede alle esigenze della vita oppure prima o poi la perderai.

C’è una parola di don Giussani che portate nel cuore?

Paolo: L’amore a Cristo.

Chiara: La letizia. Non ho mai incontrato un uomo più lieto di lui. Don Giussani non stava mai troppo tempo sul dolore, perché diceva: «Altrimenti è vana la nostra fede».

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