Il diritto e la fragilità della vita

Dalla questione dei beni comuni ai casi strazianti come quello del piccolo Charlie, si misura il confronto con il pensiero del giurista Stefano Rodotà, appena scomparso. Dall’autodeterminazione al principio di solidarietà, luci e ombre di un dialogo che resta aperto
ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Politica e diritto, innovazione tecnologica e diritti della persona, tutela dell’ambiente naturale, sguardo al futuro e sfide del presente sono solo alcuni titoli di un impegno a tutto campo che la personalità polivalente di Stefano Rodotà consegna oggi al dibattito pubblico e alla cultura non solo accademica.

Al diritto il giurista ha posto le grandi domande dell’umanità, non dimentico delle incognite per l’avvenire; alla politica ha costantemente richiamato il fondamento costituzionale, che ne limita lo spazio pubblico e ne traccia al contempo l’agire responsabile.

Una politica che, per essere tale, necessita per Rodotà di una «moralità delle regole», per farsi nel suo Elogio del moralismo «proposta politica» e affondare le radici nella «progressiva riscoperta» della Costituzione, in una laicità senza aggettivi. Un cammino tutto nella modernità e nel costante riferimento anche a più recenti documenti, come la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e il Trattato di Lisbona, da cui trae conferma dell’«idea laica d’Europa».

Una cornice che, nell’incontro tra laicità e Stato, vede saldarsi i principi di dignità della persona, eguaglianza e solidarietà in una nuova convivenza tra «individualismo e solidarietà».

Il governo della vita

Un pensiero che ha il pregio di esaltare una libertà non più misurata sull’ordine economico del mercato o sulla tutela della proprietà, ma che allontanandosi dalla dignità come “essenza” o natura dell’uomo, rimette al singolo «il governo della vita» nel fondamentale diritto alla libera costruzione della personalità.

Un orizzonte che apre a una suggestiva chiave di lettura: è il tempo di un diritto non più volto al soggetto astratto, all’individuo disincarnato, ma capace di una nuova rappresentazione dei diritti ben al di là di un’organizzazione sociale che Rodotà ha descritto, per i suoi doveri, sostanzialmente «gerarchica e costrittiva nella gabbia degli status».

In un diritto «strumento di liberazione» l’espressione sintesi, diritto di avere diritti, fa emergere le nuove richieste a esso poste in un “catalogo” che investe l’intero arco della vita: diritto di procreazione, nella disponibilità per la donna del proprio corpo, diritto al figlio, diritto di nascere sano e non nascere, diritto di rifiutare le cure e diritto di morire, declinazioni affidate ai poteri propri dell’individuo, che decide secondo libere determinazioni; un limite posto a maggioranze parlamentari, a cui non è consentito impadronirsi con legge della vita delle persone.

In questo spazio laico di autodeterminazione e libera scelta nel «governo della vita», dove le stesse leggi della natura parrebbero essere “gabbia” per l’individuo (es. sesso biologico), un’ombra sembra allungarsi su una domanda, che non emerge, ma è altrettanto essenziale: il debole, per la cui tutela è nato il diritto, il disabile, il malato terminale e il bambino, chi è incapace per sé di autodeterminarsi, come potrà essere tutelato in quel “governo della vita”?

Se anche il diritto alla vita, che è altro dal diritto alla salute, entra per la sovranità del sé nella logica della disponibilità, fino a poter coinvolgere altri nell’esecuzione delle proprie scelte, ecco che anche la vita stessa rischia di non rimanere entro i limiti del governo del “sé”, per passare in altre mani. È la vicenda che oggi ha il nome Charlie, di cui la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo decreta la morte a soli 10 mesi (e nonostante la supplica dei genitori) per distacco dalla macchina che gli consente di respirare. È il simbolo di ogni vicenda in cui il potere del sé in chi non ha voce è inevitabilmente riposto in altri (giudice, medico, familiari..).

Beni comuni, mercato e solidarietà  

Eppure per Rodotà il principio di solidarietà arriva a essere «un’utopia necessaria». Ispira al giurista con forza ed efficacia la categoria dei beni comuni (pensiamo all’acqua), beni sottratti al mercato perché funzionali ai diritti fondamentali, e a cui tutti devono poter accedere. Ma è proprio la sua chiave di lettura che segna la «congiunzione» della solidarietà con dignità ed eguaglianza a tracciarne anche le nuove frontiere, per rileggere come «solidarietà escludente» quella che, considerando la famiglia fondata sul matrimonio, non dovesse contemplare famiglie di fatto e unioni tra persone dello stesso sesso.

Se per Rodotà la più intima e universale natura della solidarietà non può, nella sua attitudine a produrre o a rafforzare legami sociali, essere sacrificata a una logica formale, anche il ricorso alla «maternità di sostituzione» diventa un modo di privilegiare «la solidarietà tra donne».

Sono declinazioni estreme, in cui la libertà degli uni pare affermarsi ad ogni costo, senza se e senza ma, dimentica del mistero che ogni vita racchiude in sé. Resta tuttavia, per il pensiero giuridico e non solo, il molteplice apporto di chi, come Stefano Rodotà, ha sempre riconosciuto anche il confronto non come “conflitto” tra antagonismi, ma “luogo” offerto al dialogo che, perché tale, chiede e attende il contributo di tutti.

 

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