Direzione: “demos-crazia”

Il 17 novembre segna un data fondamentale nella storia del continente europeo, esattamente all’alba del 17 novembre 1973 venne interrotta nel sangue la rivolta degli studenti che da tre giorni avevano occupato il Politecnico di Atene

Gli studenti alla testa delle proteste contro la giunta dei colonnelli che governava la Grecia dal 1967, avevano già occupato, nel febbraio di quello stesso anno, la facoltà di giurisprudenza, protesta conclusa con l’intervento delle forze dell’ordine. Il 14 novembre 1973 sempre gli studenti alzarono il livello della sfida al regime dittatoriale, proclamarono uno sciopero, occuparono il Politecnico, e attraverso una stazione radio improvvisata fecero risuonare per ore un appello diffuso in tutto l’etere della città di Atene:

Qui il Politecnico! Popolo greco, il Politecnico è la bandiera della vostra sofferenza della nostra sofferenza, contro la dittatura e per la democrazia.

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Migliaia di persone confluirono attorno all’istituto occupato. Alle 3 di notte del 17 novembre, un carro armato, dopo aver buttato giù il cancello della porta centrale del Politecnico, ci passò sopra dando inizio a una notte di scontri e violenza. Un giornalista olandese registrò nel suo documentario studenti che imploravano i loro connazionali soldati di fermarsi, e disobbedire agli ordini, altri cantavano inermi l’inno nazionale greco mentre venivano attaccati. Ci furono 24 morti tra cui un bambino di 5 anni.

Il regime però iniziò a scricchiolare minato dalla sua montante e palese spietatezza, tanto che a meno di un anno dalla notte bagnata dal sangue dei ragazzi del Politecnico, l’8 novembre del 1974 i greci scelsero la democrazia (da δῆμος, ossia “popolo” e κρατία, crazia, cioè potere).

Da allora ogni 17 novembre tutto il Paese si ferma per ricordare chi osò sfidare a viso aperto quel regime di dittatori che teneva in pugno la Grecia.

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Significativo il messaggio rilasciato da Panos Skourletis, attuale segretario di Syriza, che ha guidato la delegazione che ha reso omaggio alla rivolta del Politecnico depositando una corona di fiori al monumento dove si trova anche la porta abbattuta dal carro armato che proprio all’alba del 17 novembre del 1973 ha provocato morte e ferimento di decine di persone. «La rivolta studentesca del Politecnico ha rappresentato il culmine della lotta contro la dittatura. Una lotta i cui messaggi sono vivi nel tempo. Stiamo camminando sulla strada del Politecnico, sulla strada delle sue rivendicazioni, sulla strada dell’ampliamento della democrazia contro tutte le forme di fascismo, di razzismo. In una lotta che è continua. Continuiamo allora con gli slogan del Politecnico», ha concluso Skourletis.

Secondo il ministro dell’Istruzione pubblica Kostas Gavroglou, «questi giorni ci portano alla mente non solo i sacrifici dei ragazzi giovani che hanno lottato e segnato la fine della dittatura, ma anche la passione che avevano per garantire i processi democratici sotto condizioni tanto difficili, ricordando che la democrazia non è data e si deve conquistare e si deve allargare con le nostre lotte quotidiane».

Ho chiesto all’amica Anna Stivaktaki, medico oncologo, giunta qui in Italia per studiare Medicina e poi specializzarsi nell’Università di Perugia negli anni ’80 e da allora residente in Umbria, regione che le ha regalato un marito e due figli, quale fosse il suo ricordo di quel novembre del 1973 e quale sia il messaggio potente che ci arriva da quel pezzo doloroso di storia. «Quel 17 novembre del ’73 qualcuno ha trovato la forza di andare oltre la paura, oltre le torture, oltre la morte oltre l’“Io” per riacquistare dignità e libertà… libertà di pensiero, libertà di scelte, libertà di essere. Sono andati contro una giunta militare feroce e potente (aveva come sostenitori i grandi della Terra) e sono riusciti a sgretolare il potere dei forti. Allora in Grecia c’era una giunta militare, oggi nella vecchia Europa ci sono dei governi e alcuni partiti politici che addirittura evocano i nazionalismi, la xenofobia, le religioni che dividono, l’odio contro i diversi, cancellando i diritti sul lavoro, sullo studio, l’accesso alle cure mediche, l’uguaglianza, la dignità, l’umanità. Ci ritroviamo così noi figli, delle antiche civiltà con una paura diffusa per tutto, incapaci di sognare, incapaci di progettare il nostro futuro. Per questo motivo c’è bisogno oggi di lottare non solo in Grecia, ma in tutta Europa per riacquistare Pane, Istruzione, Libertà (le parole gridate dai tetti del Politecnico quei giorni di novembre, ndr). La libertà non è ereditaria, non è perenne, devi lottare tutti i giorni e in tutte le occasioni per mantenerla, non solo nelle grandi manifestazioni, ma nel quotidiano. La libertà, la dignità, l’umanità hanno bisogno di nutrimento quotidiano, di un modo di vivere congruo. A volte ti stanchi, è faticoso vivere lottando quotidianamente, a volte dalla lotta esci con le ossa rotte senza aver ottenuto il risultato sperato, ma è importante essere consapevole della realtà dei fatti e non mentire.  Comunque credo che la Grecia di oggi sia un Paese pieno di contraddizioni ma ancora c’è la passione per la politica, la passione per la dialettica, la filoxenia… È un Paese che canta in piazza le poesie dei suoi poeti, che sogna un futuro migliore. Il 17 novembre del ’73 è la più recente rivoluzione europea per la democrazia e dovrebbe essere un momento di riflessione per tutti i popoli liberi».

Non posso non fare un parallelo con le manifestazioni e gli scioperi svolte proprio il 17 novembre 2018 e cercare somiglianze al di là delle profonde diversità, date dal differente contesto sociale e politico: non siamo certo sotto un regime dittatoriale e le nostre libertà fondamentali non vengono compresse né minacciate. La nostra Costituzione è un asse portante e un faro al quale non si può non guardare. Ma guardando le foto circolate sui social negli sguardi dei ragazzi che sono scesi in piazza a manifestare, scorgo voglia di contare, desiderio di dire la propria. Mi sembrano volti e richieste che a tutto rimandano tranne che a dei “bamboccioni” o all’equivalente choosy, sono persone con la loro maturità, che chiedono ascolto ed esprimono un consapevolezza più cosciente secondo qualcuno addirittura dei loro coetanei del ’68, perché sembrano proprio soggetti e attori di una novità di azione, dal momento che, per dirla con Naomy Klein, «non chiedono niente per sé e tutto per gli altri».

 

 

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