Ecuador, trovato l’accordo dopo le proteste

Migliaia di indigeni si sono riversati nella capitale protestando per le misure fiscali del governo, che ha dichiarato lo stato di emergenza. Ci sono state vittime e centinaia di feriti. Resta il problema: come ottenere in simultanea la crescita e una equa distribuzione delle risorse?

Hanno finalmente aperto un dialogo il governo e migliaia di indigeni che dagli inizi di ottobre si sono riversati nella capitale protestando per le misure fiscali del governo, provocando 7 morti e migliaia di feriti. Resta però il problema: come ottenere in simultanea la crescita e una equa distribuzione delle risorse?

Dopo un braccio di ferro tra il governo dell’Ecuador e le organizzazioni, in gran parte indigene, che per undici giorni hanno protestato contro le misure fiscali varate dal governo, le parti hanno accettato di iniziare a dialogare mettendo fine alle proteste, mentre il governo ha rinunciato all’eliminazione del sussidio per i combustibili. Anche lo stato stato d’emergenza è rientrato. Nei momenti più critici della settimana scorsa, il governo era giunto a trasferire la sua sede a Guayaquil, sulla costa, decisione poi rientrata.

Dopo alcuni giorni di rigidità nelle rispettive posizioni, gli accorati inviti del presidente Lenin Moreno al dialogo hanno ottenuto risultati, grazie anche alla mediazione del rappresentante locale dell’Onu e della Conferenza episcopale equatoriana. Le organizzazioni che fanno capo alla Confederazione delle nazionalità indigene (Conaie), hanno accettato di far parte di una commissione mista che redigerà un nuovo decreto, eliminando quello che ha disposto l’eliminazione dei sussidi ai combustibili, i cui prezzi erano aumentati, in pochi giorni, del 120%.

La situazione evoca un déjà vu. Nel 2010, durante la presidenza di Rafael Correa, alcuni tagli alla spesa avevano provocato le proteste della polizia, che chiuse l’aeroporto, occupò il Parlamento e trattenne alcune ore il presidente, poi liberato dalle forze armate. Correa accusò l’opposizione di tentare un golpe, mentre dall’estero l’ex presidente, Lucio Gutiérrez, inveiva contro un governo «abusivo, corrotto e prepotente» e chiedeva elezioni anticipate. Era uno degli ultimi colpi di coda della instabilità politica che “bruciò” tra il 1997 ed il 2007 otto presidenti ed altrettanti governi, e che nel 2000, per frenare l’inflazione, portò all’adozione del dollaro statunitense come moneta nazionale.

In questi giorni, chi invocava dall’estero le elezioni anticipate era Correa, in Belgio dalla fine del suo mandato, nel 2017. L’ex presidente accusa il suo successore di aver tradito il progetto politico nel quale avevano militato e di perseguirlo politicamente a partire dalle indagini su una decina di presunti casi di corruzione che lo coinvolgono – e hanno spedito in galera un suo protetto, Jorge Glas, il destituito vice presidente di Moreno –. E oggi è quest’ultimo che parla di “golpe”, appoggiato dal Venezuela ed attizzato da Correa.

Intanto, la Conaie non ha però particolari simpatie per Correa, durante la cui gestione la repressione contro le organizzazioni indigene ha registrato vari episodi. In Ecuador gli indigeni rappresentano il 25% dei 17 milioni di abitanti e fanno parte del 25,5% di poveri. L’attuale pomo della discordia è il pacchetto di misure fiscali che il governo ha varato per far fronte all’elevato deficit di bilancio che la gestione precedente ha fatto lievitare e al ristagno dell’economia. Durante il governo di Correa, il debito estero è passato dal 20 al 40% del Pil e la gestione di Moreno lo ha elevato ulteriormente, portandolo al 43%.

L’Ecuador ha sofferto due duri colpi: la caduta del prezzo del suo petrolio, da 100 a 22 dollari il barile, e il terremoto del 2016. Moreno è ricorso al Fondo mMonetario internazionale per ottenere risorse, che l’organismo ha concesso, ma a patto di ridurre la spesa pubblica. Una delle richieste dei manifestanti è appunto quella di non cadere nelle mani dell’Fmi.

È il problema dell’Ecuador e della regione. Quando la spesa sociale, dopo una fase d`emergenza, non è anche spesa produttiva, si riduce al sussidio. Un meccanismo che funziona se l’economia cresce col vento in poppa, cosa che i cicli economici non garantiscono. Senza aver trovato la strada sostenibile della crescita e della giustizia sociale in simultanea, il dibattito oscilla tra il modello di intervento statale e le ricette di equilibrio fiscale. Chi sa come produrre ricchezza, non sa come ridistribuirla e chi sa come ridistribuirla non sa come produrla.

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