Diamanti nel fango

Tanzania. La pista di atterraggio di terra rossa si snoda sotto di noi, dopo che il quadrimotore a elica ha sorvolato le coste del Lago Tanganica. Atterriamo a Kigoma, ridente cittadina del nord-ovest della Tanzania. È il tramonto e il sole che si tuffa nel lago ci offre una visuale mozzafiato. È una regione bellissima e dalla natura incontaminata, poverissima eppure ospitale. Si trovano qui, infatti, undici campi per rifugiati dell’Unhcr- Acnur (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) che accolgono, dal 1993, migliaia di persone sopravvissute ad immani tragedie nei loro paesi di origine: Burundi, Rwanda, Repubblica Democratica del Congo. Con 602 mila persone, secondo le statistiche ufficiali, e 800 mila secondo gli operatori delle chiese e delle Ong, la Tanzania ospita attualmente il più alto numero di rifugiati del continente africano. Con Marina, italiana, da vent’anni in Africa e Marieta, tanzaniana, che ci farà da interprete, siamo riuscite ad ottenere i permessi necessari per entrare in tre campi, a pochi chilometri dal confine con il Burundi dove, attraverso la presenza di alcuni aderenti dei Focolari, sono stati avviati progetti di sviluppo e di sostegno scolastico, grazie al Progetto Africa, iniziativa dei Giovani per un mondo unito (Gmu). Un mondo di terra Dopo una breve visita al vescovo di Kigoma, che ci dà preziose indicazioni su come districarci nella difficile situazione che stiamo per affrontare e ci presta… un fuoristrada con autista, eccoci sulla pista sterrata verso nord: 250 chilometri che copriamo in sei ore. Per raggiungere il distretto di Kibondo, dove si trovano i primi campi, si percorre una strada di terra rossa che arriva fino in Uganda, fiancheggiata da campi di canna da zucchero, di banane, mais e manioca lavorate da contadini che percorrono a piedi o in bicicletta la strada da sparuti insediamenti fino al loro fazzoletto di terra. Quando fa buio, non ci sono luci che illuminano il cammino o le capanne: qui non arriva né la corrente elettrica né l’acqua potabile. Ogni tanto incrociamo qualche grossa auto, con tanto di antenne satellitari: sono quelle delle varie agenzie delle Nazioni Unite, della Croce Rossa e delle Ong che operano nei campi di rifugiati. A Kibondo, capoluogo del distretto, incontriamo padre Pascal, che ha affidata la cura pastorale dei campi. Sarà lui ad accompagnarci a Kanenbwa e Mtendeli. All’entrata, dopo aver superato dei grandi tendoni che contengono le razioni di cibo distribuite dal Programma alimentare del World Food Program dell’Onu ed altri per lo smistamento dei nuovi arrivi, ecco il posto di polizia per il controllo dei documenti. La sicurezza nei campi è affidata all’autorità tanzaniana, le cui leggi si sono fatte sempre più restrittive negli ultimi anni, a causa delle infiltrazioni di ribelli provenienti da oltre confine con l’intenzione di reclutare dei giovani per i loro fini. Il contatto con i locali viene scoraggiato, anche se questi si avvicinano ai campi per fare piccoli commerci con i rifugiati. In questo momento però è chiuso anche il mercato e proibito ogni assembramento di persone. Veniamo a sapere infatti che solo due giorni prima a Mtendeli c’è stato un duplice omicidio: un rifugiato e una guardia, in circostanze non ancora chiarite. Purtroppo fatti del genere qui non sono rari. Una volta all’interno mi rendo conto di una realtà che non avrei immaginato: di fronte a me un vasto territorio dove la recinzione non è visibile, ma esiste. Sotto gli alberi sorgono capanne di paglia e fango, costruite dagli stessi rifugiati sul pezzo di terra assegnatogli al loro arrivo. Chi è in buona salute e ne ha le forze, coltiva un orto, per integrare con verdure e frutta la misera razione giornaliera di farina di mais distribuita dal Wfp. È anche questa situazione estrema, quasi di inedia, che sta spingendo tanti a intraprendere, pur fra molti timori, il ritorno verso il Burundi. È possibile che, se il nuovo governo burundese assicurerà una pace duratura – ci dice padre Pascal – nel 2006 vengano chiusi tutti i campi di questa regione . Scopriremo ben presto che non è un parere condiviso da tutti. Studiare costa davvero Anche a Mtendeli – campo con 42 mila abitanti – vediamo miriadi di bambini, che ci corrono incontro vocianti, i più chiedendoci qualche spicciolo. Sono tutti nati qui e non hanno mai conosciuto il loro paese di origine, il Burundi, e vivono come piccoli prigionieri. I più grandi stringono in mano un quaderno liso e dello stesso colore della terra. Capitiamo infatti durante l’intervallo delle lezioni, nelle scuole elementari assicurate dall’Unicef. La scuola secondaria invece è organizzata dagli stessi insegnanti rifugiati, che vi lavorano gratis. Un bel gruppo di loro, che incontro nel cortile della secondary school di Mntendeli, mi spiega come si finanziano chiedendo ad ogni studente la somma mensile di 500 scellini (circa 40 centesimi di euro), ma molti non hanno neanche quella. La scuola Saint Thomas Moore, voluta dal vescovo, si trova invece a pochi chilometri dal campo ed è frequentata sia da burundesi che da tanzaniani. Per arrivarvi i giovani dei campi percorrono due ore a piedi ogni mattina. Le lezioni cominciano alle nove e terminano alle tre del pomeriggio e devono tornare a casa avendo mangiato in tutto il giorno solo una scodella di semolino. Grazie all’impegno dei Gmu, possiamo promettere un contributo per il sostegno scolastico degli studenti più bisognosi di Mtendeli, la costruzione di un nuovo edificio e l’acquisto di materiale didattico della scuola. Ripartiamo coscienti che è solo una goccia in un mare di sofferenze, ingiustizie, diritti umani negati; ma ci ritroviamo anche immensamente arricchite dal contatto con tante persone che riesco solo a definire come stupende, che hanno fatto dell’amore del prossimo e della condivisione lo scopo della loro vita. Ci pare un simbolo la chiesa di Mtendeli – una grande capanna di mattoni di fango col tetto di foglie di banano – dedicata alla Mater dolorosa che accompagna giorno dopo giorno questa gente, con il futuro colmo di incertezza, ma dalla fede incrollabile e adamantina. Manca tutto salvo l’amore Ne incontreremo ancora tanti di questi amici che ci daranno una vera lezione di vita e di vita cristiana autentica. Tornando infatti verso sud, ci aspetta la visita al più grande dei campi, quello di Mtabila-Muyovozi con i suoi 60 mila abitanti, tre scuole secondarie più molte elementari, chiese cattoliche, luterane, anglicane. Un’estensione a perdita d’occhio, tanto che per recarci da un punto all’altro ci vuole mezz’ora di macchina. Una vera città, con l’unica differenza che chi ci abita non può entrare e uscire a suo piacimento, anzi. Rischi una multa e l’iscrizione nel libro nero dei sospetti se ti scoprono senza permesso. A Mtabila una sorpresa: un gruppo di almeno 60 persone, bambini esclusi, che vivono la spiritualità dei Focolari. Alcuni avevano appena 15 anni quando sono dovuti fuggire dalle loro case; avevano portato con sé poche cose, tra cui il foglietto della Parola di Vita e pochi libri di Chiara Lubich in francese, che li hanno accompagnati e sostenuti in questi anni in Tanzania. Finché, nel 2003, sono riusciti dopo molte peripezie a mettersi in contatto con il focolare del posto. Oggi per loro è una gioia indicibile poterci accogliere nella sala riunioni della parrocchia: una lunga e bassa capanna di fango, adornata per l’occasione da stoffe multicolori. Si sono preparati con danze e canti del loro Burundi; ma sono soprattutto le loro testimonianze, le forti e irripetibili esperienze di vita che ci incatenano letteralmente sulle povere panche su cui ci hanno fatto accomodare. Entriamo in quella capanna alle 11, non ne usciremo che alle cinque del pomeriggio, con la promessa però di rivederci il giorno dopo. Sono storie semplici, che mostrano come nei campi vivere il Vangelo significhi avere un coraggio eroico. A Mtabila, ad esempio, di notte ogni famiglia si rintana nella propria capanna per paura di furti e violenze. Si può morire per pochi spiccioli. Ma Antony una sera ode delle grida provenire dalla capanna accanto. Si dice che, se vuole vivere da cristiano, deve andare a vedere quel che succede. I vicini, moglie e marito, si stanno picchiando. Antony cerca di dividerli e la donna si scaglia a bastonate su di lui. Non è un motivo per desistere e alla fine, ospitando la signora a casa propria per quella notte, Antony e sua moglie riescono a riportare la pace tra i coniugi vicini. Per la notte veniamo ospitate nella missione dei padri spiritani a Nyakitonto dove vivono padre Paul, americano di Chicago e fratel Mariano del Paraguay, i quali hanno affidata la cura pastorale di altri due campi, oltre a Mtabila: sei chiese con 36 mila persone ufficialmente iscritte ai registri, il che significa per padre Paul, unico sacerdote, due servizi domenicali in ogni campo. Non sono rari cento battesimi e quaranta matrimoni nella stessa celebrazione. Facciamo quel che possiamo – ci racconta il religioso statunitense -; a volte sono centinaia coloro che vorrebbero confessarsi ed anche se trascorro ogni giorno sei-otto ore nel campo, non arrivo a tutti. Fratel Mariano segue i membri dei vari movimenti e associazioni presenti a Mtabila, preoccupandosi di conoscerli, condividerne difficoltà e aspirazioni e di collegarli fra di loro. La domenica sperimentiamo un po’ anche noi quanto ci hanno descritto, alla messa di Mtabila, la chiesa gremita da un migliaio di persone. Poi ancora momenti di condivisione con alcuni giovani e famiglie, che ci confidano progetti e speranze. La speranza non può morire A poche ore di distanza, in aereo, provo a fare ordine tra la miriade di impressioni accumulate in questi giorni. Nella mia vita non avevo mai sperimentato un tale abisso di sofferenza e di abbandono, un infinito senso di impotenza di fronte all’umana ingiustizia. Ma mai avevo egualmente constatato come il Vangelo sia vero. Se i miei amici di Kanenbwa, Mtendeli, Mtabila possono viverlo ed esprimere la gioia di amare nella loro vita prigioniera e priva di tutto, nessuno mi leverà più la certezza che sono persone così, piccole e povere, ma con Gesù fra loro, che costruiscono la civiltà dell’amore

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