Dialogo, fraternità e accoglienza per rinnovare le città

Come Matera, capitale della cultura 2019, è riuscita a diventare simbolo della capacità di rigenerarsi, così ogni comunità attiva, viva e pulsante, può trasformare da di dentro un territorio. L'importante, spiegano la presidente dei focolari Maria Voce e il copresidente Jésus Moràn, è continuare a impegnarsi per una società più giusta, più armoniosa e fraterna.

Da terra poverissima a modello per un intero continente. Nel corso degli anni, con caparbietà e impegno, Matera è riuscita a valorizzare le sue radici e le sue tradizioni ed è diventata un simbolo internazionale della capacità di rigenerazione di una città. Una trasformazione premiata con il riconoscimento di Capitale europea della cultura 2019, che in questi mesi ha attirato tantissimi turisti, ha visto sorgere numerosi progetti e occasioni di sviluppo e nuova speranza per il futuro.

Nella Città dei sassi l’Unione europea non è una realtà lontana o, addirittura, nemica. Qui sono tantissime le abitazioni e gli esercizi commerciali che espongono con orgoglio su muri, balconi e finestre la bandiera europea, emblema di una casa comune che promuove e valorizza i suoi territori e le sue unicità. Su tanti manifesti campeggia la scritta “open future”, perché – spiega Giovanni Oliva, segretario generale della Fondazione Matera Basilicata 2019, proprio l’apertura nei confronti di chi è diverso e alle altre culture è stata fondamentale per l’ottenimento del prestigioso riconoscimento europeo. E di Matera come possibile «modello culturale nuovo – a livello mondiale – per una società più armoniosa, più giusta e fraterna», hanno parlato sabato mattina Maria Voce, presidente dei Focolari, e il copresidente Jésus Mòran. Intervenendo al convegno “Abitare il tempo e lo spazio: la cultura dell’unità al servizio della città, organizzato dai Focolari e dall’associazione l’Elicriso, hanno ricordato gli obiettivi che si pone ogni comunità organizzata: ristabilire l’ordine dove non c’è, far prevalere la legge sull’arbitrio, promuovere arti e mestieri e il benessere collettivo, far evolvere la politica, intendendola come servizio ai cittadini e come “amore degli amori”, per dirla con le parole di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari. Bisogna dunque recuperare la memoria del passato, per metterla al servizio del bene comune e dello sviluppo futuro.

Nel corso dell’incontro, moderato dal giornalista della Rai Gianni Bianco, si è parlato anche dei problemi che affliggono la città, da cui sono andati via 3mila laureati. Se i giovani scappano, quale futuro sarà possibile progettare per il territorio? Una risposta è arrivata dalla comunità dei Focolari e da varie organizzazioni impegnate in città nel sostegno ai poveri, nell’aiuto agli stranieri, nel dialogo con altre culture e religioni, che in tanti casi vedono proprio i più giovani coinvolti in progetti e azioni concrete. Certo, le difficoltà non mancano e bisognerebbe mettere a sistema progetti e iniziative, con una maggiore programmazione e una più ampia coordinazione.

Tuttavia, ha affermato il vescovo della diocesi Matera Irsina, Antonio Giuseppe Caiazzo, «nonostante il passato negativo che ha potuto avere in alcuni momenti della sua storia, Matera ha saputo abitare tempo e spazio», arrivando addirittura a creare spazi che non c’erano: le case grotte, divenute patrimonio dell’Unesco e oggi abitate soprattutto dai turisti. «Matera – ha aggiunto il vescovo – è stata forte nella debolezza ed è resuscitata», riuscendo in ciò a cui tutti noi siamo chiamati. E oggi, in una stagione che il governatore della Puglia Emiliano ha definito in un messaggio, non facile, se non addirittura di regressione politica e culturale, con forme di convivenza che spingono ad avere paura dell’altro, l’obiettivo deve essere superare il modello individualista. Dunque, continuare il cammino verso un futuro aperto e accogliente.

maria-voce-emmaus-a-matera-foto-focolare-orgLe città, ha affermato Moràn, hanno una vocazione all’unità. E in tal senso il contributo che il Movimento dei Focolari può apportare allo sviluppo della comunità può essere racchiuso in tre parole, indicate da Maria Voce: dialogo, accoglienza e fraternità, perché di queste si compone quella fraternità che, come spiegava nel 2001 Chiara Lubich, «consente a tutti gli uomini, pur nella varietà delle loro culture e fedi, di riconoscersi uguali per l’aspirazione più profonda presente in ciascuno: quella di amare ed essere amato all’interno di una comunità di fratelli». La città, ha affermato Maria Voce, va costruita pezzo per pezzo, con fraternità e con la partecipazione della gente, come sta accadendo in altre città, ad esempio nel Sulcis Iglesiente, in Sardegna, o a Katowice, in Polonia.

Lo sviluppo, tuttavia, ha sottolineato ancora Moràn, deve essere coniugato con l’utopia, non intesa in senso negativo, ma come la tensione verso una realtà che ancora non esiste, ma a cui tutti tendiamo: quel sogno che ognuno ha e che vogliamo realizzare. Ecco allora la provocazione: per cambiare una città, ha aggiunto il copresidente dei Focolari, non bastano gli eventi, pochi o tanti che siano. Sono necessari una comunità attiva, una rete di relazioni e azioni concrete. Una comunità positiva, forte e pulsante, che viva e si impegni all’interno di ogni città e si adoperi per lo sviluppo e la crescita di tutti.

 

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